Discesa senza fine

A cura di Rocki Gialanella

Continua la compressione dei rendimenti dei titoli di stato dei paesi industrializzati. Gli operatori di mercato cominciano a pensare che le banche centrali non riusciranno ad invertire la rotta deflazionista disegnata dal calo del petrolio

I costi di finanziamento governativi nei paesi industrializzati hanno subito un ulteriore ribasso dinanzi alla minaccia del fantasma di un tasso d’inflazione eccezionalmente basso, supportato nella sua caduta dal collasso delle quotazioni petrolifere.

Il rendimento offerto dai titoli di stato -che segue un andamento inverso rispetto a quello dei prezzi delle obbligazioni- ha continuato la sua corsa al ribasso in tutto il Vecchio Continente a causa del crescente scetticismo sulla capacità delle banche centrali di far lievitare l’inflazione in presenza di un trend discendente delle quotazioni petrolifere.

La compressione dei rendimenti riflette anche la convinzione tra gli investitori che le banche centrali continueranno a rinviare i rialzi ufficiali dei tassi d’interesse. Il rendimento del Gilt britannico a cinque anni è sceso al di sotto dell’1%- il più basso da oltre un anno- dopo la pubblicazione di dati ufficiali che hanno fissato il tasso d’inflazione annuo nel Regno Unito allo 0,5% nel mese di dicembre, ai minimi da 15 anni. Dal canto suo, il rendimento del Bund tedesco di pari scadenza si è mosso intorno allo zero dall’inizio dell’anno. Il rendimento del Treasury Usa trentennale è recentemente sceso a ridosso del minimo storico.

In Giappone, il rendimento dei titoli di stato a cinque è sceso a zero per la prima volta. Questa situazione conferma il dominio di cui beneficia la Bank of Japan sul mercato del debito, grazie al suo aggressivo piano di espansione quantitativa e di acquisto di titoli di debito destinato a supportare l’inflazione del paese. La politica della BoJ aveva già provocato un passaggio in territorio negativo dei titoli pubblici con scadenza a quattro anni. L’obiettivo della BoJ è portare l’inflazione nipponica a ridosso del 2% e fino ad allora i titoli di stato domestici si muoveranno in un contesto poco favorevole.

Il collasso del prezzo del greggio è una moneta a due facce per le banche centrali. Anche se è cosa certa che la riduzione del prezzo dell’energia stimolerà l’economia nel medio termine, nell’eurozona rischia di accentuare le pressioni deflazioniste nel breve termine, spingendo i consumatori a modificare le proprie decisioni di spesa, rinviando i consumi di beni il cui prezzo tende a subire continui ritocchi al ribasso, con gravi danni per la crescita.

Gli indicatori delle aspettative d’inflazione a lungo termine elaborati dai mercati, posti continuamente sotto osservazione dalle banche centrali, hanno registrato intense cadute negli ultimi dieci giorni. Negli Stati Uniti, la discesa li ha pilotati verso livelli visti solo dopo il collasso di Lehman Brothers nel 2008. Nell’eurozona, l’inflazione è sui minimi storici.

Gli operatori hanno spostato in avanti la data prevista per il primo rialzo dei tassi Usa, portandola a settembre-ottobre. Per i tassi britannici, nessuno si aspetta movimenti prima del prossimo anno. E stando alle previsioni formulate da Barclays, se dovessero perdurare le attuali condizioni, il primo provvedimento restrittivo di politica monetaria della Bce arriverebbe solo nel 2020.

Rocki Gialanella
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.