Economia Usa in forma smagliante

“L’economia statunitense ha sorpreso ancora una volta per la propria capacità di uscire da una crisi attraverso la crescita”, commenta Yves Longchamp, head of Research di ETHENEA Independent Investors (Schweiz) AG

“Grazie a Pil lavoro e inflazione, gli Usa si trovano in una condizione smagliante. In termini di Pil, l’economia evidenzia un’espansione di oltre l’11% dal picco pre-crisi. Germania e Regno Unito, due economie che hanno superato il picco precedente dell’8% circa, presentano un andamento molto più modesto, tenendo conto che la crisi dei mutui subprime ha avuto il suo epicentro negli Stati Uniti e che la sterlina britannica e l’euro hanno perso rispettivamente intorno al 40% e al 30% del proprio valore nei confronti del dollaro. E’ l’analisi di Yves Longchamp, Head of Research di ETHENEA Independent Investors (Schweiz) AG.

Anche la situazione del mercato del lavoro Usa è parimenti invidiabile. All’indomani della crisi dei subprime, le imprese statunitensi hanno ridotto il proprio organico di oltre il 6%, ovvero in misura almeno doppia rispetto ai produttori di altri paesi. Da allora le aziende americane hanno creato posti di lavoro con una rapidità senza pari con il tasso di disoccupazione sceso a un livello compatibile con la piena occupazione. In aggiunta, l’andamento dell’inflazione rimane molto favorevole.

A differenza di altre economie, l’inflazione di fondo (che mostra l’evoluzione dei prezzi al consumo, con l’esclusione di alimentari e carburanti) è rimasta ben ancorata su livelli pari o superiori all’1%, anche durante i giorni più oscuri della crisi finanziaria globale.

“L’economia statunitense ha sorpreso ancora una volta per la propria capacità di uscire da una crisi attraverso la crescita e vediamo con favore questa sua solidità”, spiega Longchamp, ma vi sono alcune sfide in vista.

In primo luogo, come affermiamo da qualche tempo, l’economia statunitense si trova in una fase avanzata del ciclo economico. Il tasso di disoccupazione si è stabilizzato intorno al 5% e non ci stupiremmo se aumenterà. È raro che il tasso di disoccupazione rimanga stabile a lungo e una tale situazione è spesso indicativa del raggiungimento di un picco.

In secondo luogo, la Fed ha effettuato un solo aumento dei tassi nel corso dell’attuale ciclo. Il nostro scenario di riferimento prevede un altro rialzo a dicembre. Con un inasprimento di un quarto di punto percentuale all’anno, la Fed non avrà sufficienti munizioni per fronteggiare una recessione fin dopo il 2030. Come reagire al prossimo episodio recessivo, per quanto modesto, è un interrogativo inquietante. Da questo punto di vista, il quantitative easing potrebbe essere la risposta di politica monetaria più ovvia, per quanto la sua capacità di riavviare un ciclo economico sia attualmente sotto esame.

Terzo, nei primi 100 giorni alla Casa Bianca Trump sarà impegnato ad attuare alcune riforme, in particolare, quella relativa all’imposizione fiscale. Ma solo il Congresso può legiferare in questa materia e ci vorrà tempo. Inoltre, nel marzo 2017 la crisi del tetto al debito, che si ripropone ogni due anni, tornerà in primo piano: di nuovo, spetterà al Congresso decidere cosa fare, ovvero se innalzare, sospendere o eliminare il tetto. La modalità di finanziamento dei progetti di spesa diverrà dunque un problema concreto.

I tre punti sopra discussi possono offuscare il confine tra politica monetaria e politica fiscale, la cui interdipendenza è aumentata. In caso di recessione, la politica monetaria avrà un impatto probabilmente limitato, e sarà necessario fare maggior assegnamento sulla politica fiscale. È tuttavia nello scenario molto più favorevole di assenza di recessione, aumento graduale dell’inflazione e continua normalizzazione della politica monetaria che le tensioni tra quest’ultima e la politica fiscale diverranno più acute.

Prima della crisi dei subprime, il governo degli Stati Uniti era in grado di indebitarsi a un tasso annuo del 4% circa, secondo il rendimento del Treasury decennale. A fronte di un rapporto debito/Pil di appena il 60% i pagamenti in conto interessi rappresentavano soltanto il 3% del Pil. Verso la fine del 2016, i pagamenti per interessi sul debito pubblico sono scesi al 2,3% del Pil, anche se il rapporto debito/Pil è aumentato di oltre Usd 10 trilioni, portandosi al 105%. Facendo un calcolo approssimativo, se i tassi ritornassero al livello pre-crisi, la spesa per interessi sul debito salirebbe al 4,7% del Pil. Indubbiamente il codice tributario deve essere riformato, ma non nella maniera che lei ha promesso. Inoltre, le tensioni tra il Dipartimento del Tesoro a Washington, D.C. e la Federal Reserve sono destinate ad aumentare. Si pone quindi l’interrogativo cruciale di come ovviare al calo della fiducia nelle istituzioni, che ha trovato espressione nel voto anti-establishment, e garantire l’indipendenza della Fed.

“Non appena le acque si saranno calmate, i mercati dovrebbero tornare nei loro consueti intervalli di negoziazione. Ci aspettiamo quindi una correzione della correzione dei mercati azionari, ossia un ritorno del rendimento del titolo decennale statunitense sotto l’1,85 % e dell’Usd sotto quota 1,1100 nei confronti dell’euro. Il posizionamento dei nostri fondi rimane perlopiù avverso al rischio. Coglieremo interessanti opportunità d’investimento solo occasionalmente e in chiave opportunistica, rimanendo vigili nel complesso”, conclude Longchamp.

Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.
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