Energia, il settore rimane favorito da livello prezzi petrolio

L’intervento di Lorenzo Portelli, Multi Asset strategist di Amundi Sgr, all’inchiesta di Fondi&Sicav sul mercato petrolifero

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Lorenzo Portelli, Multi Asset strategist di Amundi Sgr
Lorenzo Portelli, Multi Asset strategist di Amundi Sgr

Qual è la vostra view sul mercato petrolifero? Credete che il trend ascendente delle quotazioni del barile sia destinato a continuare, a stabilizzarsi o a subire un’inversione?

Pensiamo che il prezzo del petrolio, nei prossimi 12 mesi, si muoverà nella fascia di 60-70 dollari al barile (Wti). Le oscillazioni degli ultimi anni sono state causate dalle decisioni dell’Opec sull’offerta, prima aumentando la produzione per scoraggiare i produttori americani di shale oil durante una fase di crescita economica fragile, poi, stante anche l’inattesa resilienza delle società Usa, tagliando la produzione, durante la fase di ripresa dell’economia mondiale. Questi tagli sono apparsi strutturali, finalizzati a mantenere i prezzi a un livello relativamente elevato, poiché è stata ridotta non solo la produzione ma anche la capacità di estrazione di lungo termine. Dall’altro lato, i produttori Usa di shale-oil hanno agito in controtendenza per compensare la minore offerta sul mercato: la produzione americana aumenta dal 2017 anche perché essa tende a muoversi al rialzo quando i prezzi superano i 50 dollari al barile. I produttori Usa aiutano a riequilibrare il mercato, sebbene oggi la loro produzione sia ai livelli massimi storici, le scorte ai livelli minimi e gli Usa siano entrati nella cosiddetta summer driving season.
Lato domanda, lo scorso anno essa è stata alimentata dalla robusta crescita globale e potremmo vedere una decelerazione, soprattutto dalla Cina, dopo un 2017 molto forte.

Le pressioni rialziste che abbiamo osservato nei mesi scorsi non rappresentano, secondo noi, uno shock al prezzo di equilibrio. Pertanto, è più probabile che a 12 mesi il prezzo si stabilizzi vicino ai 60 dollari al barile.

Prezzi più elevati – nella fascia 70-80 dollari – sarebbero possibili sono in caso di escalation nelle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Secondo le nostre stime, gli attuali prezzi scontano già una mancata offerta di un milione di barili al giorno, numero compatibile con le sanzioni contro l’Iran reintrodotte da Trump e con quelle adottate contro il Venezuela di Maduro. Per contro il recente accordo tra Opec e Russia di aumentare la produzione per colmare i deficit di offerta creati dalle difficoltà di alcuni produttori (Venezuela, Libia ma anche prospetticamente l’Iran) dovrebbe riuscire a calmierare il mercato.

Quale ritenete sia -in questa fase- il modo più appropriato per esporsi alle opportunità e ai rischi connessi all’investimento nel settore petrolifero?

Siamo in una fase matura del ciclo, che rimane moderatamente favorevole agli asset rischiosi sebbene con una direzionalità meno intensa. Essere esposti ad asset positivamente correlati al prezzo del petrolio può generare valore. Nei mercati azionari riteniamo che il settore energia rimanga favorito dall’attuale contesto: le società europee e americane sono fortemente correlate ai prezzi del petrolio. La selezione bottom-up privilegia le grandi società petrolifere europee, che stanno guidando la ripresa degli investimenti con progetti di rilevante importanza che possono guidare la crescita organica. Nel settore del credito, il segmento high yield Usa, pur in un contesto di condizioni finanziarie meno favorevoli, sta godendo del sostegno all’economia fornito dal piano fiscale espansivo di Trump; il comparto energia, in particolare, può continuare a beneficiare del livello attuale dei prezzi del petrolio. Aumenti dei tassi reali Usa e un calo del prezzo del greggio possono però rendere vulnerabile il settore. Il ruolo dell’Opec sarà cruciale.

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