Eurozona, continua la fase negativa per i government bond

Eurozona, continua la fase negativa per i government bond. Le speculazioni sul ritiro graduale degli stimoli da parte della Bce e le mosse di Trump, hanno colpito duramente i titoli di Stato

Se osserviamo le oscillazioni che hanno caratterizzato gli indici obbligazionari dell’area euro negli ultimi mesi, è possibile notare come il deflusso dalle obbligazioni sembra coinvolgere in particolare i titoli di stato. Gli investitori stanno fuggendo dai sovereign bond, che hanno registrato il peggiore avvio di anno dal 1998.

L’arrivo del 2017 non ha invertito il trend ribassista iniziato nel settembre del 2016, mese in cui i flussi diretti verso questo segmento hanno raggiunto un picco massimo. Da allora, le perdite medie cumulate hanno toccato il 5%. Dall’inizio del 2017, l’indice Bloomberg Barclays EuroAggregate è arretrato del 2%, una caduta consistente per un indice che suole oscillare molto lentamente.

Gli esperti sostengono che i key factors capaci di dare vita a questo arretramento siano stati: l’arrivo di Donald Trump alla presidenza Usa; l’influenza della speculazione in scia alle attese per la ritirata degli stimoli monetari da parte della Bce; il ritorno dell’inflazione in alcuni paesi dell’area euro (In Spagna la variazione annua ha raggiunto il 3%, in Germania l’1,9%); l’accelerazione del salari tedeschi.

L’andamento seguito dai rendimenti dei due titoli di Stato di riferimento per l’Eurozona, il Bund tedesco e l’Oat francese, rendono l’idea su quale sia stata l’intensità del movimento. Il rendimento del decennale francese è passato dallo 0,6% all’1,08%. Il rendimento del Bund di pari scadenza ha abbandonato l’area negativa (-0,189%) per arrivare allo 0,46%.

Se da una parte continua la ritirata dai titoli di Stato europei, la stessa cosa non può dirsi per gli emittenti corporate di ogni parte del pianeta, che tendono ad approfittare dei tassi ancora bassi nell’Eurozona per finanziarsi a costi molto contenuti. Il 2016 è stato l’anno dei collocamenti di emissioni obbligazionarie estere negli Stati Uniti. Il 2017 è probabilmente destinato a segnare un’inversione di rotta, con le società statunitensi più propense a collare nuovi bond sul mercato europeo. Il tutto grazie a Donald Trump e non perché l’arrivo del repubblicano alla Casa Bianca spaventi a tal punto le corporate da preferire la raccolta di risorse in mercati lontani da New York. La ragione principale va cercata nelle politiche annunciate da Trump.

L’incremento della spesa pubblica e la probabile accelerazione dei prezzi al consumo hanno spinto la Federal Reserve ad affermare che da ora in avanti sarà più semplice ricorrere, in caso di reale bisogno, ai tradizionali strumenti della politica monetaria (tassi d’interesse) per raffreddare l’economia. Tradotto nel linguaggio dei mercati, queste aspettative significano che i tassi d’interesse ufficiali possono lievitare più del previsto. Lo stesso andamento potrebbe coinvolgere i tassi a lungo termine che le corporate sono costrette a pagare per finanziarsi sul mercato secondario del credito negli Stati Uniti.

Parte dell’impatto è già un dato di fatto. Il rendimento dell’indice Barclays-Bloomberg che misura l’evoluzione delle obbligazioni statunitensi emesse dalle società più affidabili è scivolato di 11 punti da quando Trump è salito al potere.

Tuttavia, a dispetto dello scenario delineato dalle banche d’investimento, l’Eurozona non è immune al contagio. I rendimenti dei sovereign bond e dei corporate bond europei –anche se questi ultimi in minore misura- sono cresciuti, in termini percentuali, anche più di quelli Usa. Nonostante ciò, il differenziale di rendimento resta ancora elevato e rappresenta una buona occasione di poter continuare a usufruire di finanziamenti a basso costo per le imprese statunitensi.

Una società provvista di un rating investment grade che emette nel mercato europeo, può finanziarsi ad un costo medio annuo dello 0,95% (dato indicato dall’indice Barclays-Bloomberg dei corporate bond denominati in euro). Negli Stati Uniti, lo stesso indicatore evidenzia un costo di finanziamento medio annuo del 3,39%. Lo spread è di circa il 2,5%, un livello per nulla trascurabile.

Rocki Gialanella
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.