Eurozona, tra QE e crisi greca ripresa economica sostenibile?

Commento a cura di Rob Jones, Co-Head of European Equities di Union Bancaire Privée – UBP

Gennaio è stato un mese movimentato per i mercati azionari europei con la geopolitica che è tornata ad essere un problema dopo gli spaventosi attacchi terroristici a Parigi.

L’indice MSCI Europa NR ha guadagnato un notevole +7,23% e ha sovraperformato significativamente rispetto ad altre regioni a livello globale, sulla scia dell’annuncio del QE da parte di Mario Draghi. La BCE acquisterà soprattutto Titoli di Stato per un totale di 60 miliardi di euro al mese fino alla fine del 2016. L’annuncio è arrivato con l’inflazione dell’Eurozona precipitata a -0,6% rispetto all’anno precedente, spingendo al ribasso l’euro. Inoltre, sono migliorati anche numerosi indicatori economici, con il PMI dell’area euro che ha dato segnali di crescita.

Questo sentiment positivo ha ridotto l’impatto della vittoria del partito anti-austerità Syriza in Grecia, il cui obiettivo di rinegoziare il debito pubblico ellenico aveva alimentato timori su un’uscita forzata di Atene dall’Eurozona. La Grecia, però, è ancora un Paese problematico per gli investitori, che dovrebbero continuare ad aggiustare la loro esposizione in un contesto di mercato altamente volatile, in cui assistiamo ad una costante raffica di notizie contrastanti, in quanto il Governo greco e i suoi partner europei tentano di trovare un compromesso. Molte delle voci sono allarmanti come lo erano durante il picco della crisi del 2011, con la paura per una disgregazione dell’Eurozona causata dalla Grecia. Sebbene siamo consapevoli che questa minaccia non sia trascurabile, riteniamo che un compromesso generale all’interno dell’Eurozona sul riassetto del debito e uno stimolo pro-crescita sia l’esito più probabile. In questo caso siamo di fronte a previsioni di tipo più politico che economico, e ovviamente questa è un’ulteriore area di estrema complessità!

Il benchmark ha evidenziato rendimenti maggiori in Svezia, Germania, Svizzera e Italia. L’euro più debole ha comunque spinto la Banca Nazionale Svizzera ad abbandonare la soglia minima del tasso di cambio del franco svizzero nei confronti della moneta unica e, di conseguenza, la valuta si è apprezzata del 30% prima di svalutarsi nuovamente. Come conseguenza il mercato svizzero è precipitato. Il prezzo del petrolio ha continuato il proprio trend al ribasso arrivando fino a 48 dollari a barile, in quanto l’OPEC ha deciso di mantenere inalterata la produzione. I produttori di shale gas sono andati ulteriormente sotto pressione, avendo impostato le loro produzioni sulla base di prezzi più elevati. Negli Stati Uniti, i mercati hanno ritracciato sulla scia di deludenti dati sugli utili societari. Nonostante ciò, i numeri sulla creazione di nuovi posti di lavoro sono rimasti solidi.

In una situazione così incerta abbiamo continuato a investire con un certo grado di bilanciamento. Da un lato abbiamo le predominanti e potenti forze deflattive che hanno guidato incessantemente verso il basso i rendimenti dei bond assimilabili a quelli delle azioni che assicurano un flusso costante di dividendi. Forse il miglior esempio di questo fenomeno a gennaio è stato il continuo sovraperformare dei titoli nel comparto beni di prima necessità, nonostante valutazioni storicamente elevate. Dall’altro lato, siamo coscienti degli effetti positivi dello stimolo monetario e infatti nell’Eurozona già si osservano segnali di ripresa. In effetti, i dati che arrivano dalla maggior parte delle principali economie europee continuano a mostrare un andamento incoraggiante. Il settore dell’auto è stato un beneficiario illustre di questo sentiment pro-ciclico.

Guardando alle prossime settimane, gli investitori europei dovranno decidere se i primi segnali di ripresa sono sostenibili e possono avere un vero effetto reflazionistico oppure se la mancanza di accordo tra i politici del Vecchio Continente renderà vani ancora una volta i progressi fatti. Speriamo di avere più chiarezza su questo punto nei prossimi mesi.