Gli effetti di un petrolio meno caro

L’aspetto piu’ interessante del declino del prezzo del petrolio e’ legato alla sua capacita’ di portare alla luce numerosi trend sottostanti. Il commento di Marcus Svedberg, Capo economista di East Capital

C’è ancora molta incertezza dopo l’improvvisa correzione a causa della presenza di fattori legati sia alla domanda sia all’offerta – e forse anche alla politica. Crediamo che il prezzo rimarrà volatile nei prossimi mesi e che potrebbe muoversi ancor più verso il basso rispetto ai livelli attuali, prima di riprendersi nella seconda metà dell’anno. Ipotizzare quale potrebbe essere il prezzo medio nell’anno non è particolarmente utile in questo momento ma dovrebbe essere chiaro che sarà molto più basso rispetto agli anni precedenti. Il consensus, che si aggira intorno all’attuale livello dei contratti forward, a circa USD 60 al barile per il Brent sembra un’ipotesi ragionevole.

Questo significa che il prezzo del petrolio sarà più basso di circa 40 dollari rispetto al 2014 e di 50 dollari rispetto ai tre anni precedenti in cui è stato straordinariamente stabile attorno ai 110 dollari. L’effetto più evidente è l’impatto positivo sugli importatori di petrolio e negativo sugli esportatori. Con effetti positivi amplificati per i Paesi importatori con elevati deficit delle partite correnti e negativi per quelli esportatori con alti limiti di pareggio fiscale sprovvisti di riserve finanziarie.

L’aspetto più interessante del declino del prezzo del petrolio è legato alla sua capacità di portare alla luce numerosi trend sottostanti e al fatto che, in generale, sta mettendo ancor più pressione verso il basso sull’inflazione. I prezzi al consumo nella maggior parte delle economie hanno iniziato a rallentare nella seconda parte del 2014 con l’Eurozona che è entrata in deflazione a dicembre per la prima volta dalla crisi globale del 2009. È quindi ragionevole che la BCE intraprenda un quantitative easing, probabilmente già a fine mese, e che invece la FED ritardi ulteriormente il primo aumento dei tassi. Il calo non sta solo rafforzando la pressione dei prezzi al consumo verso il basso ma sta anche aggravando i deboli prezzi dei produttori, soprattutto in molte grandi economie emergenti.

In secondo luogo, un più basso prezzo del petrolio significa che la ripresa economica globale sarà più vigorosa”; questo rappresenta infatti un impulso globale più importante per la crescita economica di molti pacchetti di stimolo. Il FMI sostiene che costituisca “un’iniezione” in grado di aumentare la crescita globale dallo 0,3% fino al 0,7% nel 2015 e 2016 sostenendo i consumi e diminuendo il costo della produzione. I guadagni sono distribuiti in modo non uniforme, da una parte, tra importatori ed esportatori e, dall’altra, tra gli importatori. Le economie che non producono petrolio o con una produzione scarsa così come quelle con un alto grado di intensità di energia sono tra i principali beneficiari. La maggior parte dei mercati emergenti ne esce vincente ma India, Indonesia e Turchia sono forse i principali beneficiari. Russia, Nigeria e i grandi produttori di petrolio del Golfo sono evidentemente, invece, i principali perdenti.

A titolo d’esempio osserviamo che la caduta del prezzo del petrolio sta peggiorando un quadro macroeconomico per la Russia e per molti altri Paesi esportatori che è già negativo mentre sta migliorando quello della Turchia e di altri grandi Paesi importatori di energia, in particolare asiatici. A 60 USD la crescita russa potrebbe contrarsi più del 4% mentre quella turca dovrebbe essere in grado di superare il 4%. Analogamente in Turchia a dicembre l’inflazione è decelerata fino all’8.2% e dovrebbe continuare a diminuire nei prossimi mesi, mentre in Russia è aumentata fino all’11,6%.

A questo punto è importante sottolineare la debole correlazione tra gli sviluppi macroeconomici di breve termine e quelli del mercato azionario. Il fatto che la Turchia appaia più in salute della Russia dal punto di vista macroeconomico non significa necessariamente che il mercato turco sovraperformerà quello russo. Questo perché parte del mercato turco ha già prezzato un 2014 in positivo per il 30%, mentre quello russo è stato negativo per più del 35% (in EUR). È interessante poi guardare al 2009 quando l’economia russa si è contratta quasi dell’8% e il mercato azionario è cresciuto di più del 100%. Certamente le performance precedenti non sono indicative di quelle future ma almeno il prezzo del petrolio – un importante fattore per il mercato russo – sembra posizionato per ripetere il trend del 2008-2009.