Goldman Sachs AM: «Due trend in costante crescita»

Peter Thompson, managing director e responsabile european Etf Business di Goldman Sachs Asset Management, partecipa al Focus Etf.

Quali sono i trend che hanno mostrato maggiore forza all’interno dell’universo degli Etf?

«Identificherei due trend: uno decisamente prominente e che è in costante crescita, l’altro, invece, che si sta delineando all’orizzonte. Il primo è quello degli Esg e penso che, a questo proposito, il 2020 sia stato un vero e proprio punto di svolta. Le ragioni sono diverse e possono essere ascritte alla pandemia, al movimento “Black lives matter” e a una maggiore attenzione nei confronti degli aspetti sociali, ovvero la componente “s” dell’acronimo, insieme alla continua attenzione per le questioni di carattere ambientale. Tutti questi fattori si sono concentrati insieme e la sostenibilità, tema che era stato guardato e seguito per diversi anni cercando di capire esattamente in che cosa consistesse, è diventata all’improvviso un’area che ha attratto significativi flussi di investimento. È così partita un’onda di interesse nei confronti degli Esg che tuttora continua, rafforzatasi grazie anche alla nuova direttiva, la Sfdr, con i suoi articoli 6, 8 e 9 che definiscono la tipologia dei prodotti in base al livello di sostenibilità. Si è trattato di una vera e propria esplosione di interesse che non ha riguardato solo il mercato degli Etf, anche se ritengo che il ruolo da esso giocato sia stato significativo in termini di velocità di reazione. Nell’ultimo anno e mezzo, più del 50% dei prodotti Etf che sono arrivati sul mercato ha avuto, con diverse forme e modalità, una connotazione di sostenibilità. Una delle ragioni che spiega le dimensioni di questo fenomeno, corroborato dal lancio di numerosi nuovi prodotti, è la vera e propria ristrutturazione di quelli esistenti, riproposti nella versione Esg. Lo abbiamo sperimentato anche noi di Goldman Sachs Asset Management: abbiamo passato buona parte dello scorso anno a incorporare i criteri Esg nelle strategie già esistenti. Credo che quello descritto sia stato il trend più forte che si sia visto in Europa e non vi sono segnali che oggi si stia assottigliando. Se non vado errato, non solo in termini di lancio di prodotti, ma di flussi di attivi, gli Etf sostenibili hanno superato il totale di quelli che non lo sono. È vero che questo aspetto è comune, sia ai prodotti attivi, sia a quelli passivi, ma non va dimenticata la flessibilità dell’Etf e la sua versatilità nell’essere utilizzato per modificare le strategie di investimento, vista la facilità con cui può essere quotato e lanciato sul mercato. Da questo punto di vista, l’industria degli Etf è un passo avanti. Il secondo trend è iniziato invece negli Stati Uniti ed è quello degli active Etf. È un ambito relativamente nuovo e la ratio che lo sottende è usare strategie attive all’interno di un prodotto che, per definizione, è passivo. Si suddividono in Etf non-trasparent e trasparent (in base alla trasparenza dei componenti). La seconda tipologia sta avendo più impatto e un significativo successo, soprattutto negli Usa, dove un asset manager chiamato Ark, guidato brillantemente da Cathie Woods, sta promuovendo questo nuovo strumento.  Penso che si tratti di un’area di potenziale crescita, visto l’utilizzo che ne potrebbero fare gli stessi gestori attivi e l’aumentato interesse da parte del retail. L’active Etf non è ancora presente in Europa, ma intravedo buone prospettive future, soprattutto pensando a come sta diventando sempre meno netta la distinzione tra pura gestione attiva, nella forma di fondi di investimento, e pura gestione passiva, nella forma di Etf».

Ritenete che gli Etf possano continuare ad avere lo stesso successo anche con performance degli indici e degli asset rischiosi meno buone?

«Una delle ragioni del successo degli Etf è la loro adattabilità alle condizioni di mercato, alle diverse asset class e alla liquidità. Se oggi si guarda al mercato degli exchange traded fund, è difficile trovare un’area dell’universo investibile che non sia coperta da questo prodotto. In un contesto di mercato come quello attuale, con bassi tassi di interesse e dinamiche molto particolari, sono le scelte che fanno la differenza.  Anche a un asset manager attivo gli Etf offrono la possibilità di modificare molto velocemente le proprie decisioni di investimento: da un’asset class all’altra, da posizioni long a short, da sottopeso a sovrappeso, da reddito fisso ad azioni. Un esempio lo si può vedere analizzando quanto è successo nella primavera del 2020, in piena pandemia, sul mercato obbligazionario americano, quando la volatilità era molto elevata: l’Etf si è rivelato uno strumento efficiente per compiere scelte di investimento in un segmento dove, solitamente, la trasparenza dei prezzi è ardua. Sono stati momenti in cui era difficile capire quale fosse il livello dei corsi cui i singoli bond trattavano, mentre l’Etf dava la possibilità di operare attraverso basket in modo trasparente. Ritengo che siamo di fronte a un’asset class che, per quanto matura, dovrebbe continuare a crescere a doppia cifra nella maggior parte delle aree geografiche e l’interesse raccolto dagli Etf Esg è la prova che c’è ancora ampio spazio perché aumenti nelle dimensioni».

Pensate che vi sarà sempre più spazio per Etf incentrati su portafogli tematici di nicchia, come ad esempio, robotica, e-sports e altri?

«È un’area sulla quale c’è molto interesse. Ciò che vorrei sottolineare è che gli Etf tematici danno la possibilità di investire direttamente in settori che si ritengono interessanti e di farlo in modo semplice, veloce e a basso costo. Certo, se si vuole investire in fondi tematici, c’è sempre l’opzione di scegliere prodotti gestiti in modo attivo. Tuttavia, a differenza degli Etf, per questi ultimi c’è sempre la necessità di creare un track record e farlo in un segmento con una storia relativamente breve richiede tempo. L’Etf rimane quindi uno strumento di base facile da utilizzare e che offre l’opportunità di investire in anticipo su nuovi temi emergenti. Anche per gli investimenti tematici, ci sono indici cui fare riferimento; alcuni di essi non solo sono nuovi, ma, in alcuni casi, letteralmente disruptive per come sono costruiti, con la possibilità di essere creati anche su misura sulle esigenze del cliente. Credo, infine, che l’Etf tematico possa potenzialmente soddisfare le richieste dell’investitore retail, non così attivo in Europa nell’ambito dei fondi passivi, ma il cui ruolo e presenza sono gradualmente aumentati negli ultimi cinque anni».

Che cosa chiedono agli Etf gli investitori istituzionali per aumentare la loro allocazione in questi strumenti?

«Faccio un esempio, ritornando ancora sul tema della sostenibilità. Molti investitori istituzionali, o perché devono conformarsi alla nuova regolamentazione, o per loro scelta, hanno la necessità di incorporare i criteri Esg nel processo di investimento dei loro portafogli. È un’operazione che richiede non solo tempo, ma comporta anche cambiamenti importanti che devono essere gestiti. In questo contesto l’Etf offre la possibilità di adeguarsi immediatamente alle nuove esigenze, lasciando il tempo all’asset manager di riflettere sulle scelte da fare nel futuro e con quali modalità procedere. Questo è il vantaggio che lo strumento passivo offre, grazie alla sua adattabilità e flessibilità: risponde subito a una necessità, lasciando il tempo per elaborare una strategia futura, ed è una soluzione efficiente per gli istituzionali. Non va comunque sottostimato il contributo da parte degli investitori retail, perché, quando si guarda ai volumi e ai controvalori trattati, ci si rende conto di quanto sia importante il ruolo di questi ultimi nel ridurre la differenza tra denaro e lettera del prezzo dell’Etf. La conseguenza di ciò si traduce in un generalizzato aumento della liquidità che, sicuramente, è ben accolto dagli investitori istituzionali».

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