Grecia, dietro l’ombra del Partenone

A cura di AcomeA

“Non possiamo essere più negativi di così””; “Le banche sono i nomi più rischiosi, preferiamo starne fuori specialmente in uno scenario di default”; “Gli investitori sono preoccupati che il presidente, di marcata ispirazione socialista, possa espandere il deficit pubblico e defaultare sul debito”.

Questi sono solo alcuni dei commenti degli analisti di mercato estremamente preoccupati sull’evolversi della situazione. Non stiamo tuttavia parlando della Grecia. Era l’ottobre del 2002, poco prima che il presidente Lula divenisse il 35° presidente della Repubblica federale brasiliana. Il resto è storia e i numeri non mentono.

Durante il suo mandato il Brasile è divenuta l’8° economia mondiale, 20 milioni di persone sono uscite dalla fascia di povertà e le sue politiche hanno dato al paese stabilità e crescita economica. Il Bovespa, principale indice azionario del paese, dalla sua elezione al picco del maggio 2008 è cresciuto del 780% e il real brasiliano si è rivalutato di circa il 60% contro il dollaro americano. Naturalmente le analogie tra il Brasile e la Grecia finiscono qui: i due paesi sono troppo diversi in termini demografici, di ricchezza di risorse naturali e di potenziale economico per poter seriamente pensare di comparare il caso brasiliano del 2002 alla Grecia del 2015. Il paragone tuttavia ci aiuta a capire come a volte il mercato tenda a incorporare nei prezzi scenari catastrofisti le cui probabilità di realizzazione sono basse.

Nel caso della Grecia, subito dopo la vittoria elettorale di Syriza e la formazione del governo di coalizione con il partito nazionalista dei Greci Indipendenti, gli investitori si sono affrettati a liquidare qualunque asset greco spingendo il mercato azionario a perdere in 3 giorni circa il 15% e portando il rendimento del triennale greco oltre il 17%. A essere particolarmente penalizzato è stato l’intero sistema finanziario greco con l’indice bancario crollato di oltre il 50% in 36 ore.

I prezzi dunque scontavano uno scenario di scontro frontale tra il governo guidato da Alexis Tsipras e la Commissione Europea con possibili rischi di nazionalizzazione del sistema bancario. I commenti di certi componenti del governo non hanno poi aiutato il sentiment e non lo sono stati nemmeno i primi atti concreti del governo che hanno bloccato le privatizzazioni della PPC (società elettrica) e del porto del Pireo e promesso di cancellare alcuni recenti provvedimenti di austerità, nuove assunzioni statali e l’innalzamento del salario minimo. Nonostante queste avversità, da investitori contrarian value, abbiamo deciso di investire in 2 banche greche e qualora il mercato dovesse proseguire il suo trend discendente accumuleremo, in modo comunque contenuto, posizioni su azioni del paese ellenico.

Perché? Queste sono le nostre motivazioni:

Il governo Tsipras potrebbe, contrariamente a quanto si dice, essere una buona notizia per l’economia ellenica. L’attenuarsi delle politiche di austerity potrebbe dare il suo apporto all’occupazione, ai consumi interni e alla crescita del paese.

La rinegoziazione del debito greco non implica necessariamente un write off: la spalmatura dello stesso su un orizzonte temporale di più anni e la rinuncia al pagamento degli interessi per un certo lasso di tempo, equivalgono a una riduzione del valore attuale dello stesso. Riteniamo che l’atteggiamento oltranzista di Syriza faccia parte del processo di contrattazione delle parti e che alla fine un accordo verrà trovato.

Le politiche di austerity europee non hanno portato a nessun risultato nè in termine di crescita economica, né in termini di riduzione del debito. In fase di negoziazione Syriza potrebbe trovare alleati in Francia, Spagna e Italia. L’Europa oltretutto deve necessariamente trovare una soluzione alla crescita prima delle importanti elezioni politiche in Spagna di fine anno e delle presidenziali francesi del 2017.

Syriza è un partito molto variegato, con un 1/3 dei componenti di estrema sinistra, ma di per sé non è un partito antieuropeo. Le probabilità che il partito si spacchi su certe politiche non sono nulle. A quel punto si potrebbero aprire nuove possibili alleanze con partiti più moderati (come Potami).

Le probabilità di un’uscita del paese dall’area euro sono basse. La Grecia ha bisogno dell’area euro e il governo sa benissimo che il ritorno alla dracma sarebbe devastante per il paese. Il sistema finanziario greco dipende dall’accesso ai finanziamenti della banca centrale europea e il governo non ha le risorse per far fronte a una nuova crisi finanziaria. Oltretutto la stragrande maggioranza del paese è a favore della moneta unica e Tsipras sa bene che il suo mandato e quello di rinegoziare il debito e le politiche di austerity, non la permanenza del paese nell’area euro. Il recente QE della Banca Centrale Europea rappresenta un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Il paese ha bisogno di investimenti esteri nel paese e non può permettersi politiche di nazionalizzazione o simili. Creare un clima business friendly è essenziale per il rilancio del paese soprattutto adesso che l’economia da segnali di ripresa.

Le valutazione del mercato, e in particolare delle banche, sono inferiori ai livelli della crisi del 2012, nonostante i recenti aumenti di capitale e il ritorno alla profittabilità di quasi tutto il settore.

I prossimi mesi saranno molto volatili e il dialogo tra il governo greco e la Troika non sarà dei più facili. In questo momento siamo positivi sul mercato greco con un peso complessivo del portafoglio di circa il 5% ma monitoreremo con attenzione le dinamiche e interverremo qualora le condizioni di mercato lo richiedessero.