Guido Giammattei (Rbc Gam): «Puntiamo sul cloud nei paesi emergenti»

Guido Giammattei, portfolio manager di Rbc Emerging Markets Equity, Rbc Gam, vede molte opportunità interessanti negli emerging market. Anche se in alcuni le crisi sul cibo non sono di poco conto

Quali sono le prospettive per i paesi emergenti, fra rialzi dei tassi da parte della Fed e inflazione?

«In rapporto alla politica monetaria statunitense, in generale la situazione è diversa rispetto a qualche anno fa. Diverse economie in via di sviluppo hanno visto un miglioramento strutturale della propria bilancia dei pagamenti. Ciò ha permesso alle loro banche centrali di attuare già da tempo una politica monetaria più ortodossa rispetto alle controparti occidentali. Oggi, a livello di politica monetaria, molte di queste realtà si sono già portate avanti. Basti pensare al Brasile che negli ultimi mesi ha innalzato i tassi dal 4% al 10,5%. Non sorprende dunque che molte divise di questo variegato insieme siano in tendenziale rialzo nei confronti del dollaro. Ovviamente emergenti è un’etichetta che include situazioni molto diverse. Circa due terzi di questi paesi, per esempio, sono esportatori netti di materie prime. Nel complesso, dunque, le asset class a essi legate dovrebbero ricevere una spinta dal bull market delle commodity. La principale fonte di preoccupazione è però rappresentata dai prezzi del cibo. Infatti, in realtà in via di sviluppo è normale che i costi alimentari costituiscano il 30-40% delle spese delle famiglie. Nelle economie ad alto reddito di solito la percentuale equivalente si posiziona intorno al 10%. Già oggi l’indice dei prezzi del cibo della Fao è più alto che nel 2011, ai tempi delle primavere arabe. In alcuni casi, pensiamo ad esempio allo Sri Lanka, all’Egitto o al Peru, la situazione sociale si è già fatta difficile».

Pensa che si potrà tornare a una sovraperformance dei titoli legati alle materie prime?

«Credo che sia ancora troppo presto per dirlo. Stiamo assistendo, all’interno dell’equity emergente, a un fenomeno di mean reversion. Ciò dopo un decennio dominato, a livello di performance, dai titoli tecnologici asiatici. Basti pensare al fatto che 20 anni fa la Cina pesava, all’interno del Msci Emerging, per poco più del 5%. A inizio 2021 la percentuale era salita intorno al 45%, per scendere poi adesso intorno al 33%. Dall’altra parte, invece, l’America Latina, all’apice del bull market delle materie prime, contava intorno a un quarto della capitalizzazione totale. Tre anni fa si è toccato il minimo, intorno al 3%, per poi risalire adesso a quota 11%. Come si può notare, vi è una correlazione negativa quasi perfetta. Attualmente siamo in un periodo di riequilibrio. Restiamo però fiduciosi a lungo termine nei confronti di diversi protagonisti tecnologici dell’universo emergente».

In questo ambito quali sono i trend strutturali sui quali puntate?

«Un segmento sicuramente fondamentale, all’interno dell’azionario emergente, è quello legato al cloud. Il processo di globalizzazione vedrà infatti probabilmente emergere blocchi in parte fra loro autonomi. Ciò comporterà la necessità di operare investimenti enormi in tecnologie legate ad esempio all’automazione. Non sorprendentemente, ciò porterà a una sempre maggiore richiesta di servizi cloud. Questi ultimi poi costituiscono una fonte di domanda molto importante per i produttori di hardware asiatici, che hanno visto negli ultimi mesi un significativo derating, che però ancora non si è accompagnato a cali nelle stime di utile. Storicamente, quando anche queste stime cominciano a essere ridimensionate è il momento giusto per posizionarsi».