Hard Brexit e tapering, due fonti di volatilità

Dopo che la premier inglese ha parlato di Hard Brexit, le reazioni dei governanti europei non si sono fatte attendere. E la sterlina ne ha fatto le spese. Il weekly a cura di Mps

La settimana scorsa le Borse europee, insieme alle azioni e alle valute dei mercati emergenti dell’Asia, hanno accusato una forte volatilità. Tali movimenti sono stati alimentati dalle prospettive nel prossimo futuro di politiche monetarie meno accomodanti nelle più grandi economie avanzate, smorzando quindi la propensione al rischio degli investitori. La dinamica è scaturita da indiscrezioni circolati in questi giorni sui mercati, secondo cui la BCE potrebbe cominciare una riduzione dell’attività di stimolo monetario (QE) attuata finora (possibile inizio del “Tapering”) con smentita poi dalla BCE stessa, e dall’idea che la FED possa nuovamente prendere in seria considerazione un rialzo dei tassi prima della fine dell’anno. Negli ultimi giorni, infatti, il presidente della FED di Chicago, Evans, seguito da quelli di Richmond e Cleveland, hanno parlato a favore del rialzo dei tassi nelle riunioni del FOMC previste a novembre e dicembre. Questa eventualità è inoltre suffragata dal rafforzamento del dollaro sul mercato delle valute visto in questi giorni e dal movimento in rialzo del tasso a 2 anni sulla curva governativa americana.

In effetti i dati macroeconomici statunitensi usciti ultimamente danno un forte segnale in questa direzione: in settembre l’ISM servizi, l’indice che misura la performance del terziario negli Stati Uniti, ha accelerato il passo, portandosi al massimo da ottobre 2015. Il mercato del lavoro USA sta continuando a migliorare, con i sussidi alla disoccupazione, usciti giovedì, crollati ad un livello minimo degli ultimi 43 anni, ma il dato di settembre sui “Non farm payrolls”, gli occupati non agricoli, comunicato venerdì, ha segnato un valore di 156.000, ben sotto delle stime previste di 170.000, ed il tasso di disoccupazione un po’ più alto delle previsioni (5% contro il 4,9% previsto). Questi valori, usciti venerdì, hanno raffreddato un po’ l’idea del mercato che la FED possa già muovere i tassi a novembre, ma si rimane focalizzati sul FOMC successivo di dicembre.

In Europa il problema Brexit continua ad essere in primo piano; è infatti in atto un muro contro muro tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea. Dopo che la premier inglese, Theresa May, ha parlato di “Hard Brexit”, le reazioni dei governanti europei (Merkel ed Hollande) non si sono fatte attendere: rigidi nella linea dei negoziati in cui replicano che nessuna concessione verrà fatta a Londra se la stessa non accetterà il principio di libertà di movimento dei cittadini europei. A farne le spese è soprattutto la valuta inglese che, ha segnato i valori minimi degli ultimi 31 anni contro il dollaro USA, e livelli che non si vedevano dal 2011 contro Euro. Il calo così evidente della valuta inglese ha cominciato a preoccupare molte aziende, allarmate dal fatto che un possibile rialzo dell’inflazione (alimentata da una sterlina indebolita) possa ridurre i loro profitti futuri.

Il contesto macroeconomico delineato nel World Economic Outlook, il rapporto sull’economia globale che l’Fmi ha redatto nell’ambito del meeting annuale tenuto in settimana a Washington, stima una crescita mondiale debole/invariata (+3,1% nel 2016, +3,4% nel 2017). Il rapporto prevede una accelerazione di alcune economie emergenti, compensata da preoccupazioni che gravano su alcune economie più avanzate (per le quali è previsto un indebolimento della crescita 2016 al 1,6% da 1,8% di luglio). Pur sottolineando che per le prime (Russia, India ed altre) la crescita accelererà dopo sei anni di difficoltà, il Fondo precisa che le prospettive variano da nazione a nazione.

In Cina, infatti, le previsioni restano per un +6,6% nel 2016 dopo un +6,9% nel 2015; la decelerazione nella seconda economia al mondo proseguirà nel 2017, quando è atteso un +6,2%. Nel colosso asiatico sarà fondamentale il cambio di paradigma: il venire meno della dipendenza dagli investimenti a favore di consumi e servizi, rallenterà la crescita nel breve termine per costruire le fondamenta per un’espansione di lungo termine più sostenibile e duratura. Nelle prospettive del FMI i responsabili principali del deterioramento nelle economie avanzate dovrebbero essere gli Stati Uniti, per cui l’indicazione sulla crescita 2016 passa da 2,2% a 1,6% dopo la debole performance del primo semestre.

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