I fondi sovrani alle prese con il calo degli introiti petroliferi

A cura di Rocki Gialanella

Se le quotazioni del greggio resteranno basse, i sovereign funds dei paesi produttori potrebbero essere costretti a disinvestire e innescare una fase di volatilita’ per azioni ed obbligazioni

La caduta dei prezzi del petrolio accumulata a partire dall’estate del 2014 ha già impattato su alcuni dei pilastri dell’economia globale. Importanti esportatori di greggio come Russia, Venezuela e Iran sono stati messi alle corde. Al contrario, i paesi importatori sono riusciti ad ottenere importanti miglioramenti nel livello di competitività e nel reddito disponibile dei propri cittadini (fatto che sta stimolando la crescita del Pil).

Nel mezzo di questo scenario si trovano i grandi paesi produttori del Medio Oriente che, pur non essendo stati colpiti duramente grazie ai bassi costi di estrazione che sopportano anche a in presenza di un sensibile ridimensionamento delle quotazioni, potrebbero andare incontro ad un effetto collaterale di non poco conto: il disinvestimento di enormi masse di denaro da parte dei rispettivi fondi sovrani (i cui patrimoni sono per lo più finanziati dagli introiti derivanti dalla vendita del petrolio).

Le elevate quotazioni registrate dall’oro nero negli anni che hanno preceduto l’avvio della discesa dei prezzi, hanno permesso ai paesi medio-orientali (in particolare Arabia Saudita, Qatar e Kuwait) di beneficiare di significativi introiti extra, che hanno propiziato la creazione di giganteschi fondi sovrani destinati a collocare le risorse sui principali mercati finanziari internazionali. Il solo fondo sovrano del Qatar dispone di 72.600 mln di usd investiti, il 63,9% dei quali è stato destinato al Vecchio Continente, dove è attualmente tra i principali azionisti di colossi come Volkswagen, Barclays, Iberdrola. Altri fondi sovrani come quello del Kuwait o di Dubai hanno presenze significative in Daimler e Omv.

Se il prezzo del petrolio dovesse permanere su livelli bassi anche per i prossimi mesi (o anni), i paesi la cui dipendenza dal petrolio è superiore al 25% del Pil (Russia, Venezuela, Iran, Nigeria) saranno costretti a ridurre i rispettivi investimenti sui mercati internazionali. Questa riduzione aprirebbe le porte ad una fase di volatilità elevata, caratterizzata da cambiamenti nell’azionariato di importanti società e dalla compressione del livello di liquidità nel mercato dei bond europei.

I portafogli dei fondi sovrani sono opachi ed è difficile individuare le loro strategie, tuttavia, il calo degli introiti derivante dalla vendita del petrolio potrebbe essere realmente in grado di sconvolgere portafogli e strategie. In un contesto in cui l’Opec non riesce a tagliare la produzione, l’Iran e l’Iraq prevedono di aumentarla e il segmento dello shale gas si sta stabilizzando, non ci sono molte chance di assistere ad una sensibile inversione di tendenza del prezzo del petrolio.

Rocki Gialanella
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.