I Premiere bond in quotazione diretta

A cura di Unicredit Corporate & Investment Banking. Maggiori informazioni su www.investimenti.unicredit.it

All’inizio del 2009 la crisi finanziaria sui listini equity americani si propagava in Europa, iniziando ad assumere una dimensione globale. In quel contesto i mercati azionari crollavano e non offrivano prospettive a breve termine in grado di riportare la fiducia verso investimenti rischiosi.

Nel frattempo, a seguito del fallimento di Lehman Brothers, il rischio di credito delle banche internazionali era schizzato alle stelle, creando le condizioni per grandi opportunità di rendimento sulle obbligazioni, a fronte della maggiore rischiosità. In quel contesto, nell’aprile 2009, arrivarono in Borsa Italiana le prime obbligazioni in quotazione diretta, senza collocamento preventivo, riscuotendo da subito un grande successo. Il tasso di rendimento offerto da quei bond era espressione di un credit spread elevato (allineato alle condizioni di mercato del momento), ma era anche il risultato dell’assenza di commissioni di collocamento: i costi di distribuzione si trasformavano direttamente in maggiore rendimento per gli investitori.

Sulla scia di questo successo, nel 2012 il tesoro italiano introdusse il Btp Italia, caratterizzato dalla metodologia di collocamento in borsa. Il boom che tale strumento ha riscosso in questi quattro anni (oltre 110 miliardi di euro collocati in nove emissioni) ha confermato e rafforzato la validità della metodologia di quotazione diretta delle obbligazioni. Nel tempo la tipologia di strumenti si è modificata, spostandosi da emissioni in euro a quelle in valuta, tipologia predominante sul mercato per via dei bassi rendimenti offerti dalla curva della moneta unica. Sulla scia di questo trend, il 12 aprile scorso, UniCredit ha quotato al Mot i suoi primi Premiere bond. Si tratta di due obbligazioni di durata decennale, una in dollari americani e una in sterline inglesi. L’emittente è UniCredit Bank Ag, la banca tedesca del gruppo, che gode di rating (A-/Baa/BBB) da parte delle tre maggiori agenzie. L’emissione denominata in dollari matura cedole trimestrali fisse del 4,20% annuo per i primi quattro anni (da aprile 2016 ad aprile 2020) e successivamente offre cedole variabili uguali al tasso Libor dollaro a tre mesi maggiorato di uno spread dello 0,25%.

L’emissione denominata in sterline, anch’essa di durata decennale, si caratterizza invece per una cedola trimestrale fissa del 3,10% annuo per i primi quattro anni (fino al 2020). Successivamente la cedola diventerà variabile e sarà equivalente al tasso Libor sterlina a tre mesi più uno spread dello 0,25%. La formula del tasso misto ha dimostrato di essere molto apprezzata dagli investitori, in quanto consente di affrontare l’attuale periodo di tassi bassi con una cedola fissa più elevata di quello che offrirebbe oggi la curva dei tassi, posizionandosi invece sul variabile in un orizzonte temporale più lungo. Inoltre, gli investitori apprezzano in questa fase l’inserimento in portafoglio di valute forti, soprattutto il dollaro. Queste offrono, infatti, rendimenti più elevati rispetto alla curva euro, seppure a fronte di un rischio tasso di cambio.

La Banca centrale statunitense ha annunciato qualche mese fa di volere rialzare i tassi d’interesse, per fronteggiare un’economia in ripresa. Mercato del lavoro in piena occupazione e tasso d’inflazione al livello obiettivo della Fed sono espressione di un’economia in salute e sanciscono la fine del quantitative easing, giustificando un ritorno alla normalità dei tassi americani. Tuttavia i timori per le ripercussioni sugli equilibri economici globali a seguito di un rialzo dei tassi stanno spingendo la Fed verso una politica monetaria prudente. A seguito della cautela recentemente espressa dalla Fed, molti analisti hanno rivisto le loro stime e il mercato si è posizionato su uno scenario di rialzi moderati nel 2016. Le aspettative prevedono che i Fed Fund saliranno a quota 0,88% a fine 2018, ben al di sotto di quanto ci si attendeva qualche mese fa. Proprio per questo motivo, in fase di strutturazione dei primi Premiere bond, UniCredit ha deciso di offrire una cedola fissa prolungata rispetto ad altre emissioni già presenti sul mercato. Questo elemento consente una redditività superiore alla curva nei primi quattro anni di vita, puntando sul rialzo dei tassi americani dal quinto anno in poi quando, in linea con le aspettative di mercato, i tassi Usa potrebbero essere più elevati. Ovviamente, vale la pena ricordare che attraverso l’acquisto di questa obbligazione si introduce nel portafoglio il rischio di cambio, puntando implicitamente a un rafforzamento del dollaro rispetto all’euro. Ma ovviamente, a fronte di questo maggiore rischio, la redditività in dollari è ben al di sopra di quella che offrirebbe la medesima emissione nella moneta unica.

Relativamente all’emissione in sterline, bisogna segnalare che dall’annuncio del referendum su Brexit, la valuta inglese ha subito una forte svalutazione rispetto all’euro. In aprile è iniziato un recupero che molti analisti pensano possa continuare, nel caso in cui l’esito del referendum sancisse la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. Tuttavia, al momento la situazione è ancora molto incerta e i sondaggi lasciano aperti entrambi gli scenari, contribuendo ad alimentare le pressioni sulla valuta inglese e la volatilità sui mercati in generale. Nell’attuale contesto, quest’obbligazione rappresenta una buona opportunità per un investitore convinto che la sterlina possa recuperare il
terreno perduto rispetto all’euro.

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