Il petrolio e i riflessi sulle scelte d'investimento

Reazione istintiva o reazione alla sovra produzione? Quattro esperti degli investimenti di Natixis Global Am illustrano le proprie opinioni

David Herro, Cio international equities Harris Associates
A parte il rallentamento della crescita cinese, l’altro argomento che spaventa maggiormente i mercati azionari globali è il prezzo del petrolio. Ma il fatto che il prezzo del petrolio sia letteralmente crollato è davvero, tutto ad un tratto, un fatto così negativo per i mercati? Il motivo per cui non ascoltiamo più gli esperti di macroeconomia che spopolano nei notiziari è che furono proprio loro a dirci, appena qualche anno fa, che il petrolio avrebbe toccato i 200 dollari al barile e che la domanda avrebbe superato l’offerta. Ebbene, oggi il petrolio è sui 30 dollari al barile. Mi viene forse da dire che il pendolo stia oscillando verso l’estremo opposto.

I prezzi bassi fanno aumentare la domanda di petrolio
Contrariamente a quanto potrebbe suggerire il prezzo, non credo che la domanda di petrolio sia precipitata. In realtà, stiamo assistendo ad una ripresa della domanda. Ad esempio, secondo i dati del Dipartimento dei Trasporti statunitense, la media dei chilometri percorsi negli Stati Uniti è salita del 4%. I chilometri percorsi erano invece in calo quando il prezzo del petrolio e della benzina era più elevato. Inoltre, mentre le Toyota Prius restano parcheggiate presso i concessionari ad accumulare polvere, le vendite di SUV stanno aumentando rapidamente. Ci stiamo quindi adattando a questi nuovi prezzi e i consumatori stanno aumentando, a ragione o torto, i chilometri percorsi e stanno acquistando vetture più grandi. Inoltre, se le economie globali cresceranno nei prossimi cinque anni al tasso previsto dalla Banca Mondiale, continueremo ad utilizzare più petrolio.

Esaurimento dell’offerta offshore
Le risorse e le riserve di petrolio più costose sono quelle offshore e costituiscono il 20% dell’offerta complessiva. La perforazione offshore si esaurisce di circa l’8%-12% all’anno se le aziende non vi destinano maggiori investimenti. Pertanto, con il petrolio prezzato ben al di sotto degli 80 dollari al barile, diventa praticamente proibitivo perforare in mare. Prevedo quindi che l’offerta offshore rallenterà e scenderà in territorio negativo ancor più rapidamente. Ciò contribuirà a far calare l’offerta di petrolio.

La volatilità crea opportunità per l’investitore value
A gennaio i prezzi dei titoli azionari sui mercati globali si sono ridotti sensibilmente. Tuttavia non pensiamo che ciò abbia compromesso il valore reale di lungo termine delle aziende di alta qualità. Ciò crea un contesto interessante per l’acquisto di titoli, sfruttando la volatilità di mercato causata da vari fattori non legati ai fondamentali. Inoltre, occorre considerare che i bassi prezzi energetici possono rappresentare una manna per i consumatori, i quali si trovano ora a pagare meno per benzina e riscaldamento. I portafogli dei consumatori sono più pieni di soldi da spendere, contribuendo così ad alimentare l’economia.

Matthew Eagan, Cfa, global fixed income manager Loomis, Sayles & Company
Riteniamo che il mercato obbligazionario non sia efficiente nel prezzare rischi specifici come la rapida discesa del prezzo del petrolio e i suoi effetti sul credito del settore energetico. E quando i titoli sono scambiati ad un prezzo inferiore al loro valore intrinseco o al valore reale che noi attribuiamo alla relativa azienda, ci troviamo in un momento propizio per acquistare titoli selezionati e tenerli per un certo periodo di tempo. Detto questo, ritengo che il periodo attuale sia molto positivo per che investe sul credito.

Valore nelle obbligazioni high yield
Il settore high-yield statunitense ha appena chiuso uno degli anni più difficili, registrando la terza maggior perdita di sempre in un anno solare dopo il 2008 e il 2000. È interessante sottolineare che ciò è avvenuto in assenza di una recessione negli Stati Uniti. Inoltre, abbiamo visto che quando gli investitori abbandonano il settore delle obbligazioni ad alto rendimento, non si limitano a vendere obbligazioni connesse al settore energetico. Vendono anche i titoli non legati alle commodity. Dall’inizio del 2016, siamo in presenza di uno sconto di circa 86 centesimi sul dollaro, un buon livello per entrare nel mercato high-yield.

Forti sconti nel settore energetico
Il mercato delle obbligazioni high yield è oggi nettamente diviso tra il settore delle commodity ed i settori diversi dalle commodity. Per esempio, se togliamo l’indice energetico dal mercato high yield statunitense complessivo, il prezzo medio è appena sotto i 58 centesimi sul dollaro (al 4 febbraio). Ciò dimostra che le obbligazioni high-yield del comparto energetico sono scambiate a livelli molto inferiori rispetto al mercato high-yield nella sua globalità. Gli attuali prezzi suggeriscono inoltre che circa un terzo o più degli emittenti nel settore energetico andrà in default. Noi non prevediamo default così numerosi, né crediamo che i prezzi energetici resteranno così bassi a lungo. Pertanto, pensiamo sia possibile individuare diverse opportunità di valore in questo contesto: aziende che hanno costi di break-even per il petrolio relativamente bassi, nell’arco di un intero ciclo di business, e sono sufficientemente flessibili per resistere almeno due anni a bassi prezzi delle risorse energetiche.

La domanda di petrolio continua ad aumentare
Nonostante il rallentamento della propria crescita, anche la Cina continua a consumare molto petrolio. Sulle strade circolano più vetture che mai e il mercato cinese di SUV è il più grande al mondo. Cominciamo a vedere una crescita annualizzata di circa il 4% delle importazioni di petrolio dalla Cina. Vi sono anche altre aree geografiche che stanno crescendo, inclusi gli Stati Uniti. Quindi non riteniamo che il crollo del petrolio sia dettato dalla domanda, ma piuttosto dall’offerta, e chiaramente ci troviamo di fronte ad un eccesso di offerta. Detto questo, non ci aspettiamo né vi è la necessità che gli aggiustamenti in termini di produzione vengano implementati dall’OPEC. Il Nord America sta già provvedendo in tal senso. In generale, penso che i prezzi del petrolio probabilmente aumenteranno entro la fine dell’anno. L’offerta di petrolio dovrebbe continuare a restringersi nel 2017, e penso che i mercati finanziari e valutari inizieranno a tenerne conto nel prossimo futuro nel relativo prezzo – specialmente per le valute legate alle commodity.

Chris Wallis, Cio Vaughan Nelson Investment Management
Osservando i prezzi del petrolio e altri dati macroeconomici che hanno determinato il sell-off di mercato avvenuto durante il mese di gennaio, non vedo alcun elemento che debba spaventare gli investitori sul lungo termine. Piuttosto, considero tale scenario come un’opportunità per acquistare titoli in modo selettivo e a prezzi molto interessanti. Attualmente gli storni di mercato creano valore. Oggi, il barile di petrolio è uno degli asset più economici al mondo. Riteniamo che l’intero settore E&P (esplorazione e produzione nell’ambito del settore Oil & Gas) fallirebbe se un barile di petrolio dovesse rimanere a 30 dollari, pertanto qualcosa dovrà cambiare. Pensiamo che i prezzi del petrolio aumenteranno nel corso del 2016. Le riserve di magazzino sono in eccesso in numerosi settori, dal settore petrolifero a quello industriale, a quello delle vendite al dettaglio e così via. Una volta assimilata tale offerta, riteniamo che i prezzi ricominceranno a risalire.

Prospettive per il settore energetico
Sebbene il mondo sia di fronte ad un eccesso di produzione di petrolio, l’offerta ha cominciato a ridursi significativamente. Negli Stati Uniti, l’attività di estrazione è proliferata anche troppo. Ritengo tuttavia che l’eccedenza sia di solo un milione e mezzo di barili al giorno. Siamo quindi molto lontani dai livelli degli anni Ottanta, quando l’eccesso di produzione d
ell’OPEC e dell’Arabia Saudita era molto maggiore. A quel tempo, era possibile produrre in sovrabbondanza e mantenere l’eccesso di offerta per anni, causando l’uscita dal mercato dei propri concorrenti. Oggi l’eccesso d’offerta non è della stessa entità. Pertanto, oggi non è necessario un grande aumento della domanda per poter assorbire l’offerta. Il mondo non può produrre la quantità di petrolio di cui necessita a 35 dollari al barile. I dati ci dicono che la domanda di petrolio è significativa e credo che nell’arco di un anno o un anno e mezzo assisteremo ad una riduzione dell’offerta di petrolio, a meno che, ovviamente, non si riduca significativamente la domanda. Quando i prezzi del petrolio scendono, la domanda tende a salire. Quindi vi sono le premesse per un rapido aumento della domanda. Penso che potremmo produrre tutta l’energia di cui abbiamo bisogno nel mondo a circa 90 dollari al barile, livello al quale non vi sarà probabilmente bisogno di perforazioni in mare. Per questo motivo, probabilmente le aziende specializzate in perforazione offshore, ed i relativi fornitori, usciranno dal mercato, il che contribuirà a ridurre l’offerta di petrolio.


Riteniamo vi siano opportunità interessanti legate alle aziende a bassa capitalizzazione in alcuni comparti del settore energetico. Ad esempio, le aziende che forniscono assistenza alle raffinerie hanno prospettive positive. E dal momento che il mercato non discrimina, a seguito del sell-off questi titoli sono attualmente ben prezzati. Come si dice a Houston, “”Vai corto sul west side e lungo sull’east side””. Le raffinerie sono sull’east side. In generale, presso Vaughan Nelson consideriamo un orizzonte temporale di tre anni, non di tre mesi, e quindi gli effetti a breve termine dei prezzi del petrolio non rappresentano per noi una causa di preoccupazione.

David Lafferty, chief market strategist Natixis Global Asset Management
Sulla base dell’insieme dei dati economici e dei fondamentali di mercato, non credo che il livello del prezzo del petrolio faccia presagire una recessione globale. Il crollo dei prezzi del petrolio da oltre 100 dollari al barile a metà 2014 all’attuale valore è dovuto a una complessa serie di fattori, tra cui: – l’indebolimento della domanda – l’aumento dell’offerta – il rafforzamento del dollaro statunitense Seppure la domanda globale non sia stata sicuramente robusta, continua in ogni caso a crescere. In termini marginali, riteniamo che gran parte del calo del prezzo del petrolio derivi dall’eccesso di offerta anziché dall’indebolimento della domanda debole. La tecnologia di fratturazione idraulica statunitense (fracking), unitamente alla riluttanza dell’OPEC a frenare la produzione, ha creato un eccesso di offerta che sta spingendo i prezzi verso il basso. Poiché pensiamo che il calo dei prezzi del petrolio sia dettato essenzialmente dall’offerta anziché dalla domanda, è improbabile che tale situazione preannunci una recessione globale. Inoltre, è probabile che i consumi aumenteranno lievemente poiché quest’anno i lavoratori hanno più denaro da spendere rispetto all’anno scorso a causa del calo dei prezzi del petrolio.

Il petrolio non resterà per sempre a questi livelli
Riteniamo che il prezzo del petrolio, ai bassi livelli di oggi, non sia sostenibile. Sebbene il costo marginale di produzione vari nel mondo e a seconda dell’asset, siamo dell’avviso che un prezzo al di sotto dei 40 dollari al barile porterà eventualmente a una riduzione della produzione. Attualmente alcuni produttori si sono “coperti” avendo venduto a termine la propria produzione a prezzi più elevati. Riteniamo che alcuni paesi produttori di petrolio continueranno ad aumentare la produzione in una situazione di prezzi in calo allo scopo di sostenere i propri bilanci fiscali e la spesa sociale. Inoltre, le attuali scorte di petrolio sono a livelli storicamente elevati. Tali condizioni, però, non sono destinate a permanere. Prevedo che il flusso di petrolio calerà nel tempo, eventualmente riducendo l’offerta e quindi allineandola alla minor domanda. Pertanto, pensiamo che il prezzo dovrebbe risalire verso i 45 – 65 dollari al barile in questa nuova fase di equilibrio. Ma ci potrebbero volere altri 6-18 mesi prima che ciò avvenga.

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