Intervista a Nicola Grass, CFA, Senior Portfolio Manager, Swisscanto Invest

La storia ci insegna che esiste un’elevata correlazione tra il prezzo dell’oro e l’aumento dell’inflazione. Tuttavia, l’oro non sembra beneficiare dell’aumento dell’inflazione in corso. L’oro è ancora uno strumento adatto a proteggere un portafoglio dall’inflazione?
Nicola Grass

Storicamente, l’oro vanta un’elevata correlazione negativa con i rendimenti reali, che a loro volta sono una funzione degli interessi nominali e dell’inflazione. Generalmente sono i titoli reali a beneficiare maggiormente dell’aumento dei tassi di inflazione.

In passato, tuttavia, la migliore copertura inflazionistica era rappresentata dalle materie prime energetiche. Per quanto riguarda le azioni, sono le value e le small cap a beneficiarne in misura sovraproporzionale. Il beta dei metalli preziosi rispetto all’inflazione è positivo, ma nettamente meno marcato.

Il forte calo dei rendimenti reali negli anni 2019 e 2020 ha portato il prezzo dell’oro a nuovi massimi. Nonostante l’aumento dell’inflazione, quest’anno l’oro ha dovuto lottare contro diversi fattori negativi, come ad esempio la speranza di una ripresa economica (parola chiave: vaccinazioni), l’assenza di acquisti d’oro (volume degli ETF sull’oro in diminuzione) e il boom delle criptovalute (“the new gold”).

Tuttavia, il rapporto tra oro e inflazione non si è interrotto; l’oro può proteggere un portafoglio anche in futuro in caso di inflazione in aumento. La protezione dall’inflazione offerta da azioni e materie prime è però superiore a quella dell’oro.

Le obbligazioni indicizzate all’inflazione hanno beneficiato del contesto di bassi tassi di interesse e inflazione in aumento. Al corso attuale, offrono ancora protezione dall’aumento dei prezzi di beni e servizi?

Partiamo dal presupposto che l’inflazione negli Stati Uniti abbia ormai raggiunto il picco e che ora i dati diminuiranno costantemente. Tutto ciò già solo grazie agli effetti di base. L’andamento dei prezzi delle auto usate alleggerirà nei prossimi mesi il tasso d’inflazione.

In questo modo, negli Stati Uniti i tassi di inflazione dovrebbero scendere nuovamente al di sotto del 3% dalla metà del 2022. In Europa, la pressione sui prezzi aumenterà ancora leggermente nei prossimi mesi. Ma nel complesso resterà relativamente contenuta. A causa delle notevoli aspettative sull’inflazione negli USA (i TIPS con scadenze da 2 a 7 anni sottintendono tassi d’inflazione del 2,5% circa), le obbligazioni statunitensi indicizzate all’inflazione sono ora troppo costose, in particolare nel segmento a breve termine; da parte nostra, abbiamo ancora una volta parzialmente incrementato le obbligazioni nominali.

Nel medio termine vediamo la pressione sui prezzi con maggiore preoccupazione poiché, dopo decenni, fattori strutturali come la globalizzazione e gli sviluppi demografici sono tornati ad avere effetti inflazionistici. E, inoltre, i canoni di locazione potrebbero salire. Il mercato al momento non la vede così, in quanto le durate superiori a 10 anni scontano un’aspettativa di inflazione inferiore. Riteniamo quindi che la curva di breakeven dovrebbe diventare più ripida.