Il Regno Unito dopo la Brexit: e se fosse un’opportunità?

Al di là del risultato sulla Brexit e dei contraccolpi che questa sta provocando sui mercati è interessante cercare di individuare il vero valore del Regno Unito. In pratica, vale la pena di puntare comunque su questa economia?

Innanzitutto va specificato un elemento fondamentale: Londra nell’Unione Europea non c’è mai stata con grande entusiasmo, per una serie di ragioni. Il paese ci è entrato tardi, nel 1973, non è quindi stato fra i soci fondatori del progetto e l’assetto economico locale ha sempre differito in maniera sostanziale dall’Europa continentale. La Gran Bretagna, infatti, ha sempre perseguito un modello improntato a una maggiore libertà economica e a una maggiore competitività nei servizi, in particolar modo quelli finanziari, rispetto ad esempio a Francia e Germania, per non parlare dell’Italia. Non a caso è sempre stata considerata una sorta di ponte tra Usa ed Europa.

E a ben vedere le opportunità per continuare a investire in Gran Bretagna non mancano di certo: nonostante tutti i sui problemi, il Regno Unito resta una delle economie più dinamiche e moderne del Vecchio continente. Esso rappresenta il maggiore centro finanziario, una delle poche piattaforme continentali di produzione di beni ad alto e altissimo valore aggiunto (biotecnologie, applicativi software, business service vari e assortiti, una ricerca universitaria di prim’ordine, etc.), nonché il secondo Pil del continente. Se diamo infatti un’occhiata ai dati del Prodotto interno lordo nominale del 2015, per la verità calcolato con una sterlina che veniva da anni di ripresa e un euro invece fortemente indebolito, scopriamo che l’output economico totale della Gran Bretagna ha superato 2.800 miliardi di dollari, appena 500 miliardi al di sotto della locomotiva tedesca, che però vanta oltre 81 milioni di abitanti, contro i circa 65 milioni dei britannici. Questo per dire che oggi, pur con tutti i suoi problemi di esclusione sociale e di ineguale divisione del reddito, il Regno Unito è uno dei paesi più ricchi e moderni d’Europa, più della Germania per non parlare della Francia e dell’Italia.

In pratica la Gran Bretagna, per quanto possa venire danneggiata dal referendum e dalla crisi di fiducia che comunque questo ha comportato, parte da una situazione di forza non indifferente. Per di più ad aiutare gli asset britannici è probabile che ci sia un nuovo intervento da parte della Bank of England, che il team di ricerca di Credit Suisse quantifica in questi termini: «In risposta a un simile stress finanziario, ci aspettiamo che la Banca centrale tagli i tassi a un livello marginalmente superiore allo zero (diciamo fino a 0,055% dal 0,5% attuale). È probabile anche che venga lanciato un nuovo round di quantitative easing, che potrebbe arrivare a 75 miliardi di sterline».

Di fronte a sviluppi del genere non è incredibile pensare che la vittima del tutto possa essere la sterlina, che potrebbe tornare ai minimi del 2009 contro l’euro, data la clamorosa inversione di politica monetaria. Passato un momento di panico, però, con il pound a fare da agnello sacrificale, gli investitori potrebbero anche pensare che tutto sommato il Regno Unito, dentro o fuori l’Unione Europea, non sia poi da buttare via: l’economia nazionale è decisamente vitale e anche nel caso in cui essa venga spinta in recessione rimarrebbe sul listino londinese una serie di aziende che fanno business a livello globale, poco dipendenti dal mercato interno. Ed è altrettanto probabile che anch’esse vedano le proprie quotazioni trattare con uno “sconto Uk” applicato al listino in generale.

Cinicamente quindi si potrebbe dire che la Brexit potrebbe essere se non una panacea una buona occasione, con una dinamica di crisi a breve per le blue chip britanniche, cui potrebbe fare seguito l’ennesimo quantitative easing e un ritorno degli investitori su Londra.

In fondo è dal 2009 che andiamo avanti così a ogni round di crisi.

Boris Secciani
Boris Secciani
Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.