Il rischio Cina nelle M&A

Pechino è in una fase di shopping compulsivo con una lunga lista di obiettivi interessanti ma ostacola gli investimenti in Cina da parte delle società europee. Roberto Bottoli, responsabile strategie merger arbitrage di GAM

Se diamo ascolto al ministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel, potremmo farci l’idea che la Cina sia sul punto di prendere il posto dell’Europa e del resto del mondo industrializzato. Il governo tedesco il mese scorso ha revocato l’autorizzazione all’acquisizione di Aixton, produttore di apparecchiature elettroniche, da parte di un gruppo di investitori cinesi. Pochi giorni dopo questa decisione senza precedenti, il ministro ha accusato la Cina di comportamento sleale dalle colonne del quotidiano “Die Welt”, scrivendo che Pechino è in una fase di shopping compulsivo con una lunga lista di obiettivi interessanti ma sta ostacolando gli investimenti in Cina da parte delle società europee.

Secondo i dati di Bloomberg, le acquisizioni cinesi negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone hanno rappresentato solo il 6,6% del totale delle operazioni di M&A annunciate a livello mondiale durante il terzo trimestre dell’anno ma stanno comunque crescendo sia il volume che il numero degli accordi siglati negli ultimi anni.

Alla base del trend vi è stata la necessità da parte della Cina di acquisire know-how per diminuire il gap con le economie più avanzate. Pechino, per aumentare la propria produzione, ha bisogno di quel tipo di processi e di tecnologie che è troppo lungo da sviluppare internamente, lasciandola con poche alternative oltre a quella di provare ad acquistarle all’estero.

Questo sta suscitando un’eccezionale tendenza protezionistica, non solo in Germania. Nel Regno Unito, il primo ministro Theresa May sta spingendo per maggiori indagini degli investimenti esteri. L’acquisizione della svizzera Syngenta da parte di ChemChina, la principale acquisizione cinese di una società straniera, sta fronteggiando un ritardo causato da un approfondimento delle indagini da parte delle autorità europee competenti. Alcuni accordi che comprendevano un offerente cinese per un obiettivo statunitense sono stati annullati negli ultimi anni a causa di obiezioni sollevate dal comitato sugli investimenti esteri degli Stati Uniti.

Oltre al rischio che un accordo non ottenga le necessarie approvazioni all’estero, gli accordi cinesi dipendono dal via libera delle autorità interne, i cui processi mancano spesso di trasparenza. E questo potrebbe portare a tempi più lunghi nella conclusione degli accordi stessi. E con gli acquirenti cinesi che sono relativamente nuovi nel mondo delle operazioni di fusione e acquisizione tra le Blue Chip, spesso sono meno preparati finanziariamente per queste operazioni, portando anche su questo fronte a maggiori rischi.

Questi rischi che meritano una valutazione molto attenta, unitamente all’incremento dell’incertezza intorno agli accordi cinesi, stanno già portando ad un aumento degli spread di arbitraggio sull’M&A, cioè la differenza tra il prezzo di mercato di un’azione di una società obiettivo e il prezzo di offerta. Ciò significa che possono essere ancora più appaganti per un investitore che riesce a valutare correttamente i rischi connessi.

L’attuale fase di stallo tra la Cina e gli altri paesi in tema di acquisizioni e fusioni internazionali è destinato ad essere risolto dato che entrambe le parti hanno numerosi mezzi per esercitare reciproche pressioni. Ma è probabile ci vogliano anni per trovare un compromesso e il processo non sarà senza intoppi. Come risposta alle tendenze protezionistiche nei confronti degli acquirenti cinesi, Pechino potrebbe decider di spingere per avere maggior voce in capitolo nelle più grandi operazioni di fusione che non includono società cinesi, dato che molti accordi richiedono l’approvazione delle autorità locali di antitrust.

Il “rischio cinese” non diminuirà nel breve termine e, con esso, la maggiore volatilità di mercato. Ma è improbabile che i commenti sul tema da parte del ministro dell’economia tedesco distolgano gli acquirenti cinesi dal tentativo di effettuare acquisizioni internazionali. Il gap che la Cina ha necessità di colmare in termini di tecnologia e proprietà intellettuale è semplicemente troppo ampio per attendere che i trend protezionistici facciano marcia indietro.

 

Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.
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