Il Trumpismo blocca l’inflazione mondiale

“Fintanto che il vigore del dollaro persisterà o si rafforzerà, non assisteremo a un ritorno dell’inflazione”, sostiene  Yves Longchamp, head of Research di ETHENEA Independent Investors (Schweiz) AG

“Perché l’inflazione non torna? Questo è un difficile interrogativo a cui tutte le banche centrali cercano di dare una risposta. Noi non abbiamo la soluzione, ma osserviamo che i prezzi globali dei prodotti manifatturieri e delle materie prime replicano il ciclo del dollaro statunitense e ciò significa che, fintanto che il vigore del dollaro persisterà o si rafforzerà, non assisteremo a un ritorno dell’inflazione”. E’ questa l’analisi di è l’analisi di Yves Longchamp, head of Research di ETHENEA Independent Investors (Schweiz) AG.

Un dollaro forte è controproducente perché è un ostacolo alla reflazione globale. Il Trumpismo, che definiamo come l’assoluta schizofrenia degli operatori di mercato, che da un giorno all’altro sono passati dal pessimismo su un candidato presidenziale all’ottimismo nei confronti di un presidente eletto sulla base di un minimo cambiamento dei toni, è pericoloso per molti versi. Ma soprattutto perché questo cambio di posizione si tradurrà in un rafforzamento del dollaro, che è l’esatto contrario di ciò che occorre per riportare l’inflazione nell’economia mondiale. Di conseguenza, il ritrovato ottimismo degli operatori di mercato non è affatto condivisibile.

Che si abbia una visione ottimistica o pessimistica sull’attuale stato dell’economia mondiale, è un dato acquisito che l’economia oggi cresca più lentamente rispetto agli ultimi decenni. I salari non sono aumentati di molto e i rendimenti hanno raggiunto livelli storicamente bassi, anche se le banche centrali e i governi delle principali economie hanno lanciato politiche di stimolo massicce e innovative. Il mondo di oggi appare meno smagliante rispetto al passato e una delle ragioni sta nella forza del dollaro Usa.

Il biglietto verde è la principale unità monetaria a livello globale. È l’unità di misura dell’economia in tutto il mondo per rendere i dati comparabili, è la valuta del commercio internazionale (prodotti manifatturieri e materie prime) ed è la moneta universalmente accettata, che ognuno di noi porta con sé quando visita paesi esotici. La crescita del Pil calcolata in dollari statunitensi attuali ai tassi di cambio di mercato è quindi una misura dell’attività globale più vicina all’idea di un’economia di mercato governata dal capitalismo.

Calcolati in dollari, i valori per il 2015 sono stati catastrofici, i peggiori nella storia: l’utile prodotto a livello mondiale è diminuito di oltre 4,5 trilioni di dollari rispetto all’anno precedente, una contrazione che non si era registrata neppure durante la crisi finanziaria globale.

La pressione sui margini è colossale. Il costo del capitale è già contenuto, i salari non hanno registrato un aumento significativo negli ultimi anni e cresce la rabbia dei dipendenti, che non vedono migliorare il loro tenore di vita. Il risultato delle recenti elezioni statunitensi ha dimostrato che i maschi bianchi e non istruiti hanno sostenuto in massa Donald Trump, un chiaro segnale della loro frustrazione.

L’inflazione è bassa, quindi i costi non possono essere ulteriormente ridotti e i prezzi non possono salire. In altri termini, i margini rimangono sotto pressione. Mentre il vigore del biglietto verde riduce la redditività in dollari delle fabbriche e dei punti vendita al di fuori degli Usa.

Se questo è il contesto, risulta evidente che il ritrovato ottimismo degli operatori di mercato non appare affatto condivisibile.

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