In arrivo una maggiore volaitilita’

Economia globale potrebbe deludere nuovamente. Il commento di Russ Koesterich, Global Chief Investment Strategist di BlackRock

A cura di Stefania Basso

E’ stata un’altra settimana difficile per i titoli, segnata dalla vendita massiccia di metà settimana. Gli indici principali comunque sono riusciti a risollevarsi e hanno chiuso la settimana in modo piatto o in lieve guadagno. L’indice Dow Jones Industrial Average è salito dello 0,60% toccando quota 17.477, l’indice S&P 500 è rimbalzato dello 0,67% a 2.091 punti e l’indice tecnologico Nasdaq Composite ha realizzato lo 0,10% e ha chiuso la settimana a quota 5.048. Il rendimento del treasury decennale è salito dal 2,17% al 2,19% e il prezzo è sceso.

La causa della vendita massiccia si deve alla svalutazione a sorpresa della valuta della Cina. La conseguenza di questo scenario? La volatilità del mercato che continuerà a salire.

La scorsa settimana la Cina è tornata sotto i riflettori per la valuta questa volta, più che per l’andamento della Borsa. Martedì la Banca popolare cinese (PboC) ha annunciato la svalutazione del Renminbi contro il dollaro americano. Dopo la svalutazione la valuta cinese ha continuato a scendere, sperimentando il calo di due giorni più elevato dal 1994, prima di stabilizzarsi entro la fine della settimana.

Per molti investitori il movimento ha rafforzato i timori sulle prospettive di crescita della seconda maggiore economia mondiale. Le azioni americane sono rimaste solide ma altri mercati hanno risentito di forti pressioni. Sono scese le azioni europee in particolare, dato che il calo della valuta cinese e l’apprezzamento dell’euro ha colpito in modo sostenuto gli esportatori.

Ad aggravare le tensioni è stato il calo accelerato delle aspettative sull’inflazione. Un’inflazione troppo bassa può essere pericolosa come un’inflazione troppo elevata, dato che il calo delle aspettative dell’inflazione può indicare una crescita futura più bassa. Di conseguenza il recente calo dei rendimenti dei bond si deve soprattutto al calo delle aspettative dell’inflazione nei prossimi mesi. La scorsa settimana le aspettative inflazionistiche a dieci anni sono scese all’1,60%, il livello più basso da gennaio. E la tendenza è simile in altri paesi, in particolare in Europa.

L’economia globale potrebbe deludere ancora. Ma c’è una forte differenza tra una crescita lenta e una crescita pari a zero. Consideriamo ad esempio il contesto degli eventi della scorsa settimana.

Primo, la svalutazione della Cina è stata una sorpresa ma va vista nel contesto della solidità relativa della valuta. Il Renminbi è stata una delle poche valute che si è apprezzata contro il dollaro negli ultimi cinque anni. Il movimento può essere visto come parte di uno spostamento verso un tasso di cambio determinato dal mercato e più in generale come una liberalizzazione finanziaria. Inoltre, nel medio termine il movimento dovrebbe offrire qualche moderato stimolo all’economia cinese.

Secondo, malgrado il calo delle aspettative sull’inflazione e altri segnali di crescita degli USA inferiore al tasso tendenziale, la deflazione non appare come un rischio reale. La scorsa settimana ha evidenziato che la crescita economica degli USA potrebbe essere moderatamente più elevata nella seconda metà dell’anno. I rapporti sulle vendite retail, la produzione industriale e i prezzi alla produzione hanno mostrato tutti risultati molto positivi.

Infine il calo recente delle aspettative sull’inflazione si deve perlopiù all’abbassamento dei prezzi delle commodity, in particolare il petrolio. La scorsa settimana i riflettori erano puntati sulle negoziazioni al ribasso del petrolio ai minimi degli ultimi sei anni e mezzo, ma i motivi sono legati più all’offerta che alla domanda. Anche se la produzione americana del petrolio è diminuita dal picco di aprile, la produzione giornaliera rimane superiore a 9,5 milioni di barili, circa 700,000 in più rispetto a un anno fa.

Gli USA non stanno scivolando verso la deflazione ma la volatilità dei mercati finanziari sta aumentando.
L’indice VIX, che misura la volatilità dell’indice S&P 500, la scorsa settimana ha segnato +50% rispetto ai minimi della settimana prima. Ma la volatilità rimane al di sotto della media di lungo periodo. Un mondo carattrizzato da una crescita lenta, aspettative instabili sull’inflazione e stretta monetaria negli USA (la Fed aumenterà i tassi prima di fine anno) è incompatibile con lo scenario di volatilità bassa che ha caratterizzato gli ultimi anni.

Stefania Basso
Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.