Prosegue l’inchiesta di Fondi&Sicav sulle obbligazioni inflation linked. Oggi è la volta di Luca Tobagi, Cfa – Invesco


L’inflazione sembra dare qualche segnale di risveglio in alcuni paesi del mondo industrializzato. Credete che l’attuale scenario di riferimento presenti fattori a sostegno di una ripresa dei prezzi al consumo?
Se l’inflazione dovesse risvegliarsi, probabilmente potrebbe essere destinata a non farlo di soprassalto. Ci sono ragioni strutturali per cui è così, a cominciare dai trend demografici, proseguendo con la mancanza di investimenti, per finire con la debolezza recente del prezzo del petrolio. In particolare i primi due elementi hanno un ruolo importante nel mantenere l’inflazione bassa, perché anche se i tassi di disoccupazione sono bassi e i salari sono in crescita, il potenziale di crescita dell’economia può risultare meno elevato che nei cicli economici passati. Ciò premesso, una possibile dinamica rialzista dell’inflazione è uno scenario che non si può escludere e in questo senso è opportuno guardare con attenzione alle opportunità che i mercati finanziari presentano per affrontarlo al meglio.
Nell’ipotesi di un’accelerazione dell’inflazione, quali tipologie di inflation linked bond (per Paesi, scadenze e rating) ritenete siano da privilegiare? Oltre ai bond legati all’inflazione, quali sono, a vostro giudizio, le opzioni a disposizione degli investitori per tutelarsi da un ritorno dell’inflazione?
Innanzitutto guarderemmo agli Stati Uniti, dove le aspettative di inflazione sono più elevate e la diffusione di strumenti inflation-linked è maggiore. La possibilità di fare investimenti i cui rendimenti siano legati all’inflazione esiste anche altrove. L’orizzonte temporale potrebbe essere 5-10 anni, ma si possono trovare opportunità anche fra ii 3 e i 5 anni. Più in generale, i rendimenti reali – in particolare per un investitore basato in Eurozona che ha rendimenti e inflazione realizzata e attesa bassa – sono attraenti nel mondo azionario e obbligazionario emergente. Nel primo caso i premi per il rischio sono ancora piuttosto generosi, inoltre le azioni sono un investimento nell’economia reale che dovrebbe adeguare i propri rendimenti all’inflazione. Nel secondo caso il differenziale di rendimento riflette, oltre ad altri fattori, il differenziale di inflazione fra Europa e Paesi emergenti (anche per le emissioni in valuta forte). Chi può, per dimensione di patrimonio, orizzonte temporale e tolleranza del rischio, potrebbe anche considerare attività come l’immobiliare, le materie prime, l’oro, che sono tutte beni reali e che dovrebbero preservare il proprio valore dal rischio-inflazione. Si tratta spesso di investimenti meno liquidi e non sempre accessibili, ma inserire una quota modesta di questo tipo di asset all’interno di un portafoglio ben diversificato e liquido, potrebbe rappresentare una soluzione per chi abbia una preoccupazione o un obiettivo forti di conseguire rendimenti superiori al tasso di crescita dei prezzi.

