Kelony: il diritto di viaggiare sicuri

Dopo il Covid-19, recarsi all’estero quest’anno è più che una vacanza, è una necessaria bolla d’ossigeno dopo l’apnea del lockdown e dei vari divieti subiti. Andare in vacanza significa rompere gli schemi, esplorare e quindi provare situazioni nuove, senza però esporsi a ulteriori rischi. Muoversi sì, rischiare no: è questa l’equazione da risolvere. Ma, per scegliere il paese dove rigenerarsi, i parametri da considerare sono molteplici e le fonti cui attingere notevolmente eterogenee, tanto da creare confusione più che sostenerci per fare la migliore scelta possibile. La soluzione esiste nel primo indice universale di rischio mai esistito, il Kelony® risk-rating, calcolato tramite uno strumento di intelligenza aumentata che fornisce una previsione di rischio molto efficace. Un solido alleato per farci tornare nello stesso stato fisico-sanitario, psicologico e di integrità digitale dal quale siamo partiti. Una vera vacanza, insomma: spensierata, perché sicura.

Il problema della scelta

Come fare a scegliere una destinazione?  Si potrebbero considerare le condizioni climatiche al momento della partenza e la stagione turistica che condiziona alcuni servizi. In agosto, ad esempio, il clima è favorevole in Italia, in Islanda o in Australia del nord, mentre a dicembre sono più indicati la Thailandia, le Maldive o i Caraibi. Ci sono poi da considerare le formalità per entrare in uno stato come ad esempio la necessità o meno di un visto, i vaccini necessari e le condizioni sanitarie, nonché il numero di scali. È essenziale, altresì, conoscere l’attualità del paese e comprendere se vi sia rispetto dei diritti fondamentali, in quanto è necessario che al verificarsi di disastri naturali o con il cambiamento repentino di situazioni politiche e sociali, la tutela della vita e della dignità umana sia sempre considerata una priorità.

I criteri sono tanti, troppi.

Facciamo un esempio: la Svizzera è 2° al mondo per il basso tasso di criminalità, ma solo il 18° paese per Pil secondo l’Fmi. Il dato del Pil, poi, cambia a seconda del riferimento: 20° secondo la Banca Mondiale o l’Onu, 4°, se ci si riferisce al grado di well-being, anche tenuto conto dell’aspettativa di vita (World happiness report), solo 6° per il Better life index dell’Ocse, e 18° in termini di parità di genere a parere del Global gender gap index 2020 rankings del World economic forum, che in un’altra classifica considera il paese come il 4° più “sicuro” al mondo, mentre è solo al 10° posto degli stati più sicuri secondo il Global peace index dell’Institute for economics & peace, ripreso e citato dallo stesso World economic forum. Quanto meno confusionale e poco preciso.

In sintesi, troppe classifiche che non si basano su un approccio scientifico, ma solo su analisi statistiche sui dati disponibili. Il rischio in questo caso è che, anche quando i dati non mentono, un calcolo inappropriato può fare mentire i dati. Oltre a ciò, negli ultimi anni si è verificato un drastico passaggio dalla “società del rischio” di Ulrich Beck all’era del rischio, nella quale il rischio è diventato il comune denominatore del nostro presente e futuro; basti guardare ai ponti che crollano, alle funivie che fanno stragi, proprio quando magari ci si sta prendendo un momento di svago, agli attacchi cyber che colpiscono dagli alberghi agli oleodotti.

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