La grande sfida dell’Italia

Un’opportunità epocale da non sprecare

L’Italia si trova in una situazione molto difficile al momento della ripartenza, anche perché tradizionalmente non ha mai avuto grandi capacità di ripresa. I fondi che arriveranno dall’Europa, però, potrebbero cambiare la situazione per realizzare infrastrutture, impostare la scuola, la ricerca e la formazione, fare fronte alla competizione internazionale, realizzare un piano idro-geologico di tutela del nostro territorio, migliorare la sanità e digitalizzare la giustizia e la pubblica amministrazione. Ma ci riusciremo?

L’Italia è stato il primo paese occidentale a essere colpito dall’epidemia di Covid-19, pagando un prezzo durissimo che poi si è rivelato comune a quasi tutte le nazioni europee e non solo. Purtroppo, ciò che rende pressoché unica la nostra situazione è la cronica debolezza economica, alimentata da innumerevoli fattori che sono ormai stati analizzati in ogni dettaglio. In particolare, l’Italia è arrivata a questo disastro all’interno di un ciclo globale già in rallentamento da quasi un biennio e, come al solito, con tassi di crescita fra i più contenuti dell’area Ocse. A ciò vanno aggiunti i non facili rapporti con diversi partner europei, specialmente a nord delle Alpi, poco disposti a varare vasti programmi di stimolo monetario e fiscale.

AL CENTRO DELLE  TENSIONI

La Penisola si è ritrovata dunque di nuovo al centro di diverse tensioni e a problemi strutturali, con forti limiti, rispetto a economie come la Germania, gli Usa e il Giappone, nell’implementare politiche di stimolo economico per tornare alla normalità. In pratica, rischia ancora una volta di andare incontro alla più dura recessione fra tutte quelle che attualmente vengono affrontate gioco forza dalle economie avanzate. Per di più, alle difficoltà farà certamente seguito una ripresa piuttosto modesta. De facto un remake del 2008-2009, però a maggiore intensità.  Da questo punto di vista qualche cifra che aiuta a inquadrare la situazione la fornisce Matteo Germano, head of multi-asset e cio Italy insieme ad altri membri di Amundi Asset Management: «Volendo dare una forma ideale alla contrazione e alla ripresa, pensiamo che ci sia verosimilmente da aspettarsi una U maiuscola, cioè una graduale normalizzazione che richiede tempo per tornare ai livelli pre-crisi. In Italia, per il 2020 il governo italiano stima una contrazione dell’8% annuo, seguito da una crescita del 4,7% per il 2021. Nella nostra analisi prendiamo come riferimento due possibili scenari, del -8,0% e del -12,0% per il 2020. Sul 2021, dove l’effetto base domina sulla media annua, siamo più cauti e ci aspettiamo uno sviluppo più contenuto, determinato da dinamiche trimestrali che gradualmente ritornano alla crescita potenziale. Nel 2020 la contrazione è concentrata nel primo e nel secondo trimestre, mentre nella seconda metà dell’anno prevediamo una ripresa significativa, benché non in grado di recuperare il Pil perduto. Il governo si aspetta una dinamica caratterizzata da una contrazione profonda nella prima parte dell’anno (-5,5% e -10,5% sul primo e secondo trimestre) e un rimbalzo del 9,6% e 3,8% sul terzo e quarto rispettivamente, portando la contrazione annua al -8,0%. Per il 2021, l’esecutivo stima un incremento annuo del 4,7%, implicando di fatto una crescita trimestrale non oltre il potenziale».

In un’ipotesi neppure tanto estrema, dunque, il Belpaese andrebbe incontro alla più pesante recessione della sua storia moderna, con il rischio di una depressione conclamata. Non bisogna infatti dimenticare che l’Ocse ha indicato nel -14% la possibile contrazione del Pil nazionale nel 2020, se in autunno scoppiasse una nuova epidemia di coronavirus. Anche senza immaginare un simile disastro, non si può fare a meno di notare che lo stesso governo riporta che ci vorranno anni per tornare ai livelli di Pil del 2019. Nel frattempo l’Italia dovrà trovare una via per riuscire a rimettere in moto la sua macchina produttiva e a sostenere conti pubblici il cui quadro non è dei più facili.

LO STIMOLO DALL’EUROPA

La fase più acuta della pandemia, lo scorso marzo, ha coinciso anche con uno scontro piuttosto forte a livello europeo fra paesi del Centro-nord Europa pro-austerità e le maggiori economie del continente, desiderose di offrire stimoli, sia fiscali, sia monetari per evitare una riproposizione ancora più drammatica della crisi del 2011-12, che andò vicina a distruggere l’euro. Se ci si concentra sul lato della spesa, sicuramente il Recovery fund, fortemente voluto dall’asse franco-tedesco, si presenta come un’occasione importante per l’Italia. Da questo punto di vista conviene esaminare qualche dettaglio tecnico per tentare di quantificare l’impatto sull’economia italiana negli anni a venire. Innanzitutto un quadro generale viene fornito da Andreas Billmeier, sovereign research analyst di Western Asset (gruppo Legg Mason): «La proposta della Commissione europea mette insieme un piccolo aumento (finanziario) della proposta di bilancio Ue 2021-2027, pari a 1,1 trilioni di euro, con un programma per la ripresa chiamato Next generation Eu del valore di 750 miliardi. Questo strumento dovrebbe ottenere denaro dai mercati e distribuirlo in un certo numero di nuovi e vecchi programmi Ue, di cui 2/3 saranno a fondo perduto e il resto prestiti. Sulla base dei modelli preliminari di allocazione dei finanziamenti, crediamo che i principali vincitori qui siano la Spagna, con una quota elevata di finanziamenti a fondo perduto, l’Italia, con la fetta complessiva più grande, e soprattutto la Polonia, con una strizzata d’occhio al più grande paese dell’Europa Centro-orientale. Per capirci, la Polonia dovrebbe ricevere tanto denaro a fondo perduto quanto la Francia».

UN BEL PO’ DI SOLDI

L’Italia, anche se non proporzionalmente, almeno in valore assoluto, si prepara a ricevere un bel po’ di soldi. Appare quindi interessante analizzare, sia le cifre, sia le condizioni proposte, in quanto da esse emerge un quadro tutto sommato abbastanza chiaro. Innanzitutto va evidenziato un elemento: i prossimi mesi, se non addirittura l’intero anno a venire, saranno per il nostro Paese molto duri. I tempi tecnici di afflusso di un sostegno fiscale non ancora approvato (anche se dato per scontato) non sono certo brevissimi. Sul lungo periodo, però, il cambio di passo rispetto al paradigma dell’austerità, de facto dominante (o quasi) nell’ultimo decennio, potrebbe rappresentare un’opportunità fondamentale per il Paese per rilanciarsi all’interno di un’Europa più vivace. 

In particolare è interessante al riguardo il ragionamento di Alberto Foà, presidente di AcomeA Sgr, che offre qualche delucidazione: «A fine maggio la Commissione europea ha pubblicato la sua proposta sul Recovery fund (Rf), creato all’interno del 2021-2027 Mff, il budget settennale dell’Ue. L’elemento essenziale è un fondo di emergenza da 750 miliardi (5,6% del Pil Eu), chiamato Next generation Eu. Lo scopo del Fondo è “sfruttare il pieno potenziale del bilancio dell’Unione Europea per mobilizzare gli investimenti e anticipare il supporto finanziario nei primi anni della fase di ripresa”. La Commissione emetterà debito sul mercato per 750 miliardi ed erogherà 2/3 di quanto raccolto (500 miliardi) sotto forma di grant (trasferimenti) e 1/3 (250 miliardi sotto forma di prestiti ai singoli paesi. Il volume delle emissioni per finanziare il Rf è oltre 10 volte superiore a quanto emesso finora dalla Commissione (circa 70 miliardi). Il Recovery fund erogherà i fondi in gran parte tra il 2021-2024. Il debito verrà emesso con varie scadenze e verrà rimborsato tra il 2027 e il 2058. Per i 500 miliardi di grant, l’onere del rimborso potrebbe gravare proporzionalmente al peso dei paesi nel Pil europeo (ma non è certo). Per i 250 miliardi di prestiti, ogni paese ovviamente restituirà quanto preso in prestito. Per l’Italia, alcune simulazioni parlano di circa 87 miliardi di trasferimenti e 91 miliardi di prestiti, in totale 178, quasi il 10% del Pil». 

LE LUCI E LE OMBRE

Gli elementi sopra riportati evidenziano dunque tutte le luci e le ombre della manovra tentata: la cifra cui dovrebbe accedere l’Italia appare notevolissima, anche se l’orizzonte temporale è tale da non risolvere alcun problema immediato. Diversi operatori hanno sottolineato che si tratterà in gran parte di prestiti da restituire, oltre al fatto che l’Italia dovrà a sua volta contribuire ai 500 miliardi presi a prestito dal Recovery fund. Ciò non toglie che nel prossimo lustro la Penisola si troverà ad avere a disposizione un tesoretto che andrebbe speso, secondo le linee guida della Commissione europea, per il sostegno alla domanda, per migliorare il sistema sanitario e per varare un piano di investimenti pubblici. Si tratta in tutti i casi di aree in cui la nostra Nazione presenta un quadro di deficit cronico di risorse, il cui rafforzamento dunque costituirebbe un progresso importantissimo per l’economia italiana. 

Per potere uscire dal disastro coronavirus, il quale (ribadiamo) è arrivato in una fase già non delle più semplici per il Belpaese, l’Italia dovrà riuscire a fare un salto di qualità in un’area in cui in passato non sempre si è rivelata all’altezza, ossia la capacità di spendere i fondi europei. Dalle parole sempre di Foà arriva una descrizione chiara del bivio di fronte al quale ci troviamo: «Sapremo fare tesoro degli insegnamenti di altri paesi europei che da anni hanno messo in piedi vere e proprie task force per assicurarsi che i fondi vengano utilizzati tempestivamente e in pieno? Riusciremo a darci una strategia e a mettere insieme un piano di medio periodo per realizzare quelle infrastrutture di cui si parla sempre, per impostare la scuola, la ricerca e la formazione per fare fronte alla competizione internazionale, per realizzare un piano idro-geologico di tutela del nostro territorio, per migliorare la sanità, digitalizzare la giustizia e la pubblica amministrazione e ammodernare la viabilità e la rete ferroviaria al Sud? Sono queste le vere questioni che il Recovery fund pone alla nostra classe dirigente. Risorse per investimenti pari al 10% del Pil costituiscono un’opportunità epocale, che non va sprecata». 

Se la risposta fosse negativa, l’Italia si troverebbe nel futuro prossimo nella pessima situazione di essere l’economia più fragile fra quelle ad alto reddito, con un aumento delle richieste di spesa e un contemporaneo crollo delle entrate e con un debito pubblico che rischia questa volta di finire fuori controllo per davvero.  

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