La quarantena delle Filippine

a cura di Pinuccia Parini

Lo scorso 2 aprile il presidente delle Filippine,  Rodrigo Duterte, dava ordine di sparare a chi violava la quarantena decisa a causa del diffondersi del virus Covid-19. In un messaggio postato su Tweeter lo stesso giorno scriveva: «Piuttosto che creare problemi, vi manderò nella tomba».   

Il virus è arrivato nelle Filippine a fine gennaio, ma la diffusione ha accelerato a marzo, spingendo il governo ad adottare una serie di misure restrittive, sino alla dichiarazione shock di sparare a chi viola il blocco della quarantena. La progressione dell’intervento delle autorità ha visto prima la chiusura parziale nell’area chiamata Metro Manila (Mm) per un mese (Mm rappresenta il 37,5% del Pil del paese), seguita da quella dell’intera regione di Luzon, posta sotto una «quarantena rafforzata», per poi arrivare alla dichiarazione dello stato di calamità da parte di Duterte per un periodo provvisorio di sei mesi. In borsa sono stati sospesi tutti gli scambi di azioni, obbligazioni e valute fino a nuovo avviso. Le Filippine sono diventate così il primo grande paese a chiudere i suoi mercati finanziari a causa della pandemia. Il 25 marzo, il presidente ha firmato il “Bayanihan to heal as one act”, che gli ha conferito ulteriori poteri per gestire l’epidemia, permettendogli di modificare l’utilizzo del budget di 4,1 trilioni di pesos (80 miliardi di dollari) per il 2020 per combattere il coronavirus. La legge consente inoltre al governo di requisire temporaneamente ospedali e alberghi per gestire l’aumento dei ricoveri. L’esecutivo ha anche annunciato un pacchetto di incentivi 27,1 miliardi di pesos per contenere la diffusione del virus e sostenere le attività che ne sono state colpite. Contestualmente è stato in grado di ottenere un aiuto di 3 milioni di dollari e un prestito a erogazione rapida di 1,6 miliardi dall’Asian Development Bank. C’è anche una trattativa per un finanziamento da 100 milioni di dollari da parte della Banca Mondiale.

L’ordine dato da Duterte ai militari e alla polizia di sparare su coloro che non rispettano la quarantena è arrivato dopo l’arresto di 21 persone scese in strada a Quezon City, pare per chiedere aiuto al governo, vista la crisi causata dall’epidemia. Ma il presidente è avvezzo a dichiarazioni irrispettose dell’ordinamento costituzionale e democratico, così come non mostra piena consapevolezza del ruolo ricoperto e di ciò che istituzionalmente implica. 

IL CASTIGATORE

Rodrigo Roa Duterte, è diventato presidente delle Filippine nel giugno del 2016, conquistando quasi il 39% dei voti. Ex-sindaco di Davao, conosciuto come “il castigatore”, è noto per avere ingaggiato una cruenta e sanguinosa lotta contro il narcotraffico, che ha visto l’uccisione di 1.000 persone considerate sospette. Duterte è un uomo dal passato burrascoso, arrivato alla guida di un paese che ha avuto a sua volta una storia tormentata, con presidenti dispotici come Marcos e con un elevato livello di corruzione, malversazione e scandali, che hanno minato la vita democratica della nazione. Il malessere e la disaffezione nei confronti dell’establishment politico hanno spianato la strada a candidati per così dire “fuori dagli schemi”, che hanno saputo cogliere la richiesta della popolazione di avere uomini forti al comando, pronti ad assumere decisioni e misure non proprie di un sistema democratico per combattere la criminalità, la corruzione dilagante nell’apparato burocratico e la povertà diffusa. La piccola protesta di Quezon City sembra proprio legata alla difficili condizioni di vita della popolazione. Figure politiche come Duterte sono sempre più numerose a livello mondiale, intrise di populismo, di nazionalismo e di un’ideologia che, di fatto, considera il sistema democratico come un modello superato: sono uomini che promettono soluzioni rapide e chiedono che a loro venga delegato il potere decisionale.

UN ELEVATO CONSENSO

Il “Trump of the East”, come a volte viene definito il leader filippino, gode di un elevato consenso popolare, nonostante tutto e nonostante il fatto imbarazzante che sia l’unico presidente eletto sul pianeta a essere indagato per crimini contro l’umanità dal Tribunale internazionale dell’Aia. I suoi metodi sono quasi dittatoriali, usa la giustizia per perseguire i suoi avversari politici e un linguaggio offensivo e politicamente scorretto nei confronti di tutto ciò che non gli aggrada o lo infastidisce. 

Come si spiega questo fenomeno? Il consenso è stato creato in maniera non dissimile da ciò che avviene per altri personaggi politici, che ne condividono le caratteristiche: utilizzando uno schieramento di troll su internet per denigrare i suoi oppositori e attaccando chi lo critica politicamente. C’è anche un uso strumentale della magistratura per mettere la museruola alla stampa e agli oppositori. L’anno scorso Maria Ressa, la direttrice del sito web indipendente di informazione Rappler, è stata incriminata con l’accusa di evasione fiscale e Leila de Lima, un membro del Senato, dopo avere rimproverato a Duterte omicidi extragiudiziali, è stata condannata per avere preso tangenti da spacciatori di droga ed è finita in prigione.

L’elevato seguito di Duterte è da ascrivere anche alla generale condizione economica del paese. Le Filippine, negli ultimi 10 anni, sono cresciute grazie alle rimesse dei lavoratori dall’estero (Ofw) e all’outsourcing dei processi aziendali (Bpo). Inoltre, la nazione gode di alcuni vantaggi comparati che attraggono gli investimenti esteri: mano d’opera numerosa e a basso costo e presenza di incentivi per la zone economiche speciali. Il nuovo presidente ha poi fatto sì che la crescita del paese abbia potuto fare leva anche su nuovi driver, quali lo sviluppo delle infrastrutture, dell’agricoltura, delle miniere, del turismo e della produzione leggera. Duterte è entrato in carica con un preciso mandato: accelerare il boom del predecessore Benigno Aquino, Il suo principale contributo economico è infatti il piano infrastrutturale “Build, Build, Build” di 180 miliardi di dollari per riportare il Pil delle Filippine nella fascia di crescita del 7-8%. 

Difficile mettere in discussione l’importanza di un simile progetto in un paese che ha la disperata necessità di costruire. Per attrarre le grandi multinazionali sono necessari investimenti in infrastrutture che permettano l’insediamento di nuove attività. Basta pensare al caotico traffico di Manila per capire le ricadute negative che gli ingorghi possono avere, sia sulla produttività, sia sull’attività economica nel suo complesso. Contestualmente, la carenza di mezzi di trasporto pubblici è una condizione che necessita risposte immediate. Il presidente è molto attivo e presente nel promuovere il piano di investimenti infrastrutturali, anche se l’elevato dinamismo nell’assumere le decisioni solleva dubbi sulle procedure con cui gli appalti vengono assegnati. Prima di lui, Aquino aveva sì sostenuto la realizzazione dei progetti, ma adottando un modello di partnership tra pubblico e privato che faceva forte affidamento sul capitale degli investitori, sulla trasparenza e sulla sostenibilità. Sotto il governo di Duterte, le Filippine sono scese nelle classifica di Transparency international, che indica il livello di corruzione presente in un paese, dal 103° posto nel 2016 al 124° nel 2019.

ECONOMIA SOLIDA

Nel 2018 l’economia delle Filippine è cresciuta del 6,2% e ha continuato a essere solida, nonostante le avversità esterne (tra queste la disputa commerciale tra Cina e Usa). Il tasso medio dell’attività economica registrato negli ultimi anni è tra i più alti del Sud-est asiatico. Il 2019 ha visto il Pil attestarsi al +5,9%, un livello sotto le attese degli analisti, a causa di una crescita molto più lenta del previsto durante la prima metà dell’anno, a causa del ritardo nell’approvazione del bilancio statale 2019 per uno scandalo legato a presunti fondi illeciti e all’attribuzione di incarichi a politici in cambio di favori. Ciò ha comportato una spesa pubblica inferiore di oltre un miliardo di peso al giorno per quattro mesi e ha bloccato i progetti infrastrutturali. Il Pil pro capite per il 2019 si è attestato a +4,6%. L’incidenza della povertà è scesa al 16,6% nel 2018 dal 23,3% nel 2015. Grazie agli sforzi per migliorare la gestione fiscale, il debito pubblico è stato mantenuto sotto controllo al 41,6% del Pil nel 2018. Sempre nel 2019 Standard & Poor’s per la prima volta ha innalzato la valutazione del rischio sovrano a BBB+. Il peso filippino è stato una delle valute con le migliori performance in Asia e nel mondo. Mentre il dollaro Usa si è rafforzato rispetto all’euro, alla sterlina britannica, allo yen e allo yuan, il peso si è notevolmente rivalutato rispetto al biglietto verde anno dopo anno. Questa forza della moneta è di vitale importanza nel controllo dell’inflazione, del costo del servizio del debito e delle merci importate. L’inflazione è ora solo al 2,4% ed è ben sotto controllo. Insieme a un programma di sviluppo delle infrastrutture, si è assistito a una ridefinizione del sistema fiscale, che ha introdotto importanti cambiamenti.

RIFORME ARENATE

Duterte ha avuto dalla sua parte un andamento dell’economia che lo ha sostanzialmente aiutato, ma le riforme si sono arenate. Il mercato del lavoro non ha mostrato particolare dinamismo, rimanendo sostanzialmente fermo, e anche le prospettive di crescita futura non sembrano basate su alcun piano di sostenibilità e rispetto per l’ambiente. La normativa in materia di investimenti esteri è meno attraente rispetto a quella dei paesi vicini e maggiore sforzo dovrebbe essere indirizzato alla formazione e all’istruzione.

Il vero punto di domanda è quale tipo di crescita si vuole perseguire e a quale costo, soprattutto perché non si acuisca il divario nella distribuzione della ricchezza e si crei un modello democratico di sviluppo. Il 30 marzo Rodrigo Duterte ha dichiarato di avere delegato all’esecutivo molti dei poteri speciali che gli sono stati concessi dal Congresso per affrontare la pandemia, a eccezione dell’autorità di prendersi carico delle imprese private «quando assolutamente necessario». Le Filippine non sono l’unico paese che, per affrontare il Covid, ha adottato misure speciali, comprese quelle che limitano la libertà dei cittadini. Non tutti però hanno dato ordine di sparare a chi trasgredisce la quarantena.