La ricorrente vitalita’ teutonica

La linea d’ombra, riflessioni di strategia di Aletti Gestielle Sgr

In un recente articolo apparso su Limes, Giuseppe Cucchi, generale della riserva dell’Esercito, analizza la delicata situazione geopolitica in cui l’Unione Europea si è venuta a trovare, con un contributo discutibile ma, nel contempo, molto stimolante. Due sono i fronti aperti con cui la federazione deve confrontarsi: l’Ucraina da un lato e l’estremismo islamico dall’altro. Citando Churchill che, parlando del periodo delle due guerre mondiali, disse che “Il nostro secolo è stato caratterizzato da due esplosioni della ricorrente vitalità teutonica”, Cucchi sostiene che puntualmente, ogni venticinque anni, la Germania si sente abbastanza forte da partire alla conquista del mondo che la circonda.

Con un giudizio molto severo, argomenta come la stessa divisione della Germania fu necessaria per contenere un’eventuale terza “ricorrente esplosione”.

Poi arrivò il “genio politico” del cancelliere Kohl che, grazia a mutate condizioni internazionali, rese possibile l’unificazione del Paese. La Germania sarebbe dovuta diventare europea, mentre di fatto è successo che l’Europa si è germanizzata. L’ampliamento dell’Europa ad Est ha permesso l’inglobamento di Paesi che, per la storia pregressa, si sono sentiti più vicini alla Germania che al resto dell’Europa, soprattutto per la capacità della stessa di essere “un contrappeso allo strapotere e alle eventuali ambizione russe”.

Cucchi rileva come la fase attuale corrisponda ad una nuova esplosione della vitalità teutonica in cui la Germania, benché sia riuscita nel passato a realizzare cose straordinarie vincendo tutte le battaglie, si sia poi conclusa con la perdita di tutte le guerre. Ogniqualvolta Berlino si è trovata a combattere su due fronti, sostiene sempre l’autore, è stata sconfitta. Lo aveva già acutamente compreso Alfred von Schlieffen, generale dell’esercito prussiano, che sconfisse Francia e Russia secondo un piano strategico che evitava l’apertura di due fronti di combattimento in contemporanea.

Oggi la Germania, trascinando con sé l’Unione Europea in cui detiene sostanzialmente la leadership, rischia di trovarsi a combattere su due fronti: a nord con la Russia e a sud con il mondo islamico.

La delicata situazione russo-ucraina, guardando anche all’evoluzione recente, mostra un continuo acuirsi delle tensioni con Putin che non è disposto a indietreggiare dalle proprie posizioni. I problemi con il mondo islamico, ed in particolare con l’estremismo religioso, sono destinati ad aumentare visto che, ancora una volta, la risposta dell’Europa rimane sempre molto debole, manca di incisività e gli stessi Stati Uniti hanno mostrato di non avere una chiara linea strategica.

L’Europa germano-centrica, come argomenta Cucchi, ha sempre dato più importanza all’Est rispetto al Sud, per motivi meramente economici e di maggior interesse per chi poteva trarvi maggior vantaggio da essi.

Il Sud è un problema da gestire allo scoppio delle singole crisi con l’egida degli Stati Uniti, che sono sostenuti dalla Gran Bretagna, e con un aumento di protagonismo della Francia mostratasi operosa soprattutto in Africa. Poi c’è la “periferia” dell’Europa, che deve gestire l’emergenza immigrati e tutto ciò che questo comporta. Di recente è stato deciso che all’operazione “Mare nostrum” della Marina militare italiana subentrerà “Frontex Triton” che, nonostante sia una missione europea, è molto più piccola e con un budget a disposizione che equivale ad un terzo di quello della precedente.

Tra i due fronti, quello russo sembrerebbe dare maggior spazio ad un’azione diplomatica da chiudersi in tempi brevi, mentre l’altro rappresenta un vero e proprio pericolo per l’Europa, con le crisi che si intensificano e si parcellizzano.

La “vitalità teutonica” ha aperto poi altri fronti in seno alla stessa Unione monetaria, questa volta non di carattere geopolitico bensì economico e fiscale. Non sono il preludio ad una guerra, ma rivelano come i principi su cui si basa l’Unione, anche quella monetaria, siano sempre più oggetto di discussione, non per il loro valore intrinseco, ma per le modalità in cui trovano esplicitazione. L'”egemonia” tedesca all’interno dell’Europa è un dato di fatto e la forza e la capacità del Paese sono state un collante per la costituzione dell’Unione. Sicuramente la Germania non è egemone nel senso originario del termine, che afferiva più agli aspetti militari, ma lo è nel senso letterario, come stato che comanda, influenza e dirige grazie anche alla sua preponderanza economica.

Nell’Europa lo svolgimento di tale ruolo non può prescindere da un continuo controllo con gli Stati membri: ed è qui che per la Germania ha visto aprire “nuovi fronti”.

Il 12 settembre 2012, otto giudici della città di Karlsruhe avevano deliberato che lo European Stability Mechanism era conforme alla Costituzione tedesca. Fu una decisione importante perché dichiarava legittime le decisioni del consiglio europeo di creare un meccanismo che servisse a stabilizzare le nazioni più deboli della regione. Nel luglio 2013 , il Tribunale federale costituzionale tedesco veniva nuovamente chiamato a decidere sulla legittimità costituzionale delle Outright Market Transactions (OMT), concepiti per salvaguardare il canale di trasmissione della politica monetaria per l’Area euro, con l’acquisto diretto da parte della BCE di titoli di Stato emessi da Paesi in difficoltà: La sentenza del’8 febbraio 2014 di Karlsruhe rimandò la decisione finale sulla legittimità dell’operazione OMT alla Corte di giustizia europea. Il 14 gennaio 2015 l’avvocato generale della Corte di giustizia europea esprimeva il suo parere secondo cui gli acquisti di obbligazioni governative con il programma OMT da parte della BCE rispettano “in linea di principio” i trattati europei. La decisione definitiva sarà presa nei prossimi mesi, ma il parere consultivo dell’avvocato generale che “”la programmazione e l’esecuzione della politica monetaria sono di competenza esclusiva della BCE (?)” che “deve godere di un ampio margine di discrezionalità nella programmazione e nell’esecuzione della politica monetaria della UE” è stato molto chiaro.

Tale pronunciamento è servito a spianare la strada alle decisioni che la Banca Centrale europea ha preso il 22 gennaio scorso, annunciando un maxi-QE da oltre 1.000 miliardi di euro. È vero, la ripartizione del rischio, relativo all’acquisto di titoli di Stato, è tale per cui l’80% del totale sarà a carico delle Banche nazionali, con solo il 20% condiviso tra queste ultime e la BCE, ma la “concessione” fatta da Draghi a Jens Weidmann, Governatore della Bundesbank, è probabilmente stato un atto dovuto pur di lanciare un programma la cui cessazione non può avvenire senza debita giustificazione. Le posizioni del Governatore tedesco non tendono ad ammorbidirsi e rimangono arroccate contro l’utilizzo del QE che egli non vede come “normale strumento di politica monetaria che comporta particolari svantaggi e rischi all’interno di un’unione monetaria” o la considerazione che il tasso d’inflazione straordinariamente basso sia solo un fenomeno temporaneo. Forse l’ulteriore timore di Weidman è che le decisioni del 22 spianino in qualche modo la strada alla emissione di eurobond.

Le pressioni da parte tedesca potrebbero continuare e minare in qualche modo il piano di Draghi, ma diventa sempre più difficile delegittimare la decisione dell’Istituto soprattutto in un momento in cui l’Area euro dovrebbe trarre beneficio dalla diminuzione del prezzo del petrolio, dalla ristrutturazione del sistema bancario e dalla discesa dei rendimenti sui titoli di Stato. In questo contesto il quantitative easing diventa un ulteriore elemento di sostegno alla ripresa, anche grazie alla fiducia che il processo può generare all’interno del sistema. Gli stesi toni del Primo Ministro tedesco sono parsi meno accesi rispetto al quelli del Governatore della Bundesbank.

La cancelliera Merkel, sempre il 22 gennaio a Davos, sottolineava come alle misure di QE della BCE dovrebbero essere comunque affiancate politiche di riforme, che sono il vero e proprio motore della crescita. Compito della classe politica sarà quello di creare le condizioni perché ciò si realizzi. Nel sistema, rimarcava il Primo Ministro tedesco, esiste già liquidità in abbondanza”; e la decisione presa dalla BCE va letta come una finestra di opportunità offerta ai governi per implementare le riforme. Probabilmente, nei suoi commenti, il Primo Ministro pensava anche alla Grecia prossima alle elezioni, tenutesi il 25 gennaio, con un partito di sinistra pronosticato come possibile vincitore e notoriamente contrario alle misure di austerità volute da Berlino. Le elezioni in Grecia hanno di fatto visto la vittoria di Syriza che solo per un soffio non ha ottenuto la maggioranza dei seggi in parlamento.

Il leader di Syriza, Alexis Tsipras è diventato il Primo Ministro della Grecia a capo di un Governo di coalizione con un piccolo partito di destra, Anel. Tsipras nel suo discorso nella piazza dell’università di Atene, nel ringraziare gli elettori per il successo ottenuto, ha ribadito quella che sarà la “missione” del suo dicastero.

“Cittadini di Atene oggi il popolo greco ha fatto la storia. Il popolo greco ci ha dato un mandato molto chiaro, la Grecia lascia l’austerità (?). Da domani cominciamo un compito molto difficile. Chiudere con il circolo vizioso dell’austerità, annullare il memorandum dell’austerità. Il popolo greco ha messo la troika nel passato, il popolo greco ci dà il mandato per un rinascimento nazionale (?). Il Governo greco è pronto a collaborare per una vera nuova soluzione, per far uscire la Grecia dal circolo vizioso, per far ritornare la Grecia e l’Europa alla stabilità (?).”

Per la Germania, ma anche per l’Unione europea, si è aperto un altro fronte. Bruxelles pare voler minimizzare i toni delle dichiarazioni del nuovo Primo Ministro greco. I leaders di Eurozona sembra abbiano prestato scarsa attenzione alle richieste di Tspiras per una riduzione del debito. Forse sono consapevoli della complessità della situazione e che è necessario del tempo per trovare la via di una negoziazione che passi, ad esempio, attraverso una allungamento delle scadenze (tema questo già fatto emergere dal precedente Governo).

Forse c’è anche una non palesata convinzione che nel caso di uscita della Grecia dall’euro le ripercussioni sul mercato sarebbero contenute, visto le misure implementate negli ultimi due anni a difesa del mercato che hanno ridotto il rischio contagio. Ed è proprio per quest’ultimo aspetto che se la BCE e la Germania, con i Paesi ad essa vicini, dovessero considerare il rischio contagio molto contenuto, allora minore potrebbe essere la disponibilità di fare alla Grecia concessioni che comporterebbero dei costi maggiori per l’Unione. Tsipras non ha, dal canto suo, la possibilità di sconfessare il programma che ha permesso la sua elezione. La partita quindi è delicata, soprattutto per la Grecia ed è forse questo il motivo per cui i mercati non hanno avuto una reazione scomposta alla vittoria di Syriza.

Ma la vittoria della sinistra radicale in un Paese, che pesa solo il 2% del PIL europeo e il 3% del debito, potrebbe avere un impatto politico sull’Unione. Negli ultimi cinque anni si sono sentiti gli echi di Berlino e del suo Ministro delle finanze che ha predicato rigore, austerità e riforme, soprattutto verso i Paesi della periferia europea dove oggettivamente persistono le situazioni più critiche e delicate. L’intransigenza teutonica non ha certo aiutato a rafforzare né l’Europa né l’unione monetaria, anzi l’ortodossia tedesca ha aiutato la nascita di movimenti populisti che rischiano di creare maggior instabilità in un anno che è ricco di appuntamenti elettorali. Ma non si tratta di un mero calcolo politico. L’Eurozona non cresce, la deflazione è un rischio e il disagio sociale è in aumento.

E’ facile fare della demagogia, ma la pubblicazione del rapporto “Politiche per il reddito minimo garantito nell’Unione Europea e in Grecia” pubblicato dall’Ufficio Bilancio del Parlamento di Atene sullo stato della povertà, mostra un quadro a dir poco sconfortante. Oggi in Grecia il 58,3 % della popolazione è povera. “Di questi, due milioni e mezzo di greci vive già al di sotto della soglia di povertà. Altri 3,8 milioni sono in pericolo “immediato” di oltrepassare tale limite (?). Il numero dei minori greci esposti al concreto rischio della povertà ed esclusione sociale è in continuo aumento e ha raggiunto le 686.000 unità, pari a oltre un terzo (35,4 per cento) della popolazione minorile ellenica”. E questo è il caso della Grecia, ma simili fenomeni si stanno mostrando anche in altri Paesi della periferia.

In Grecia la responsabilità della classe politica di aver mal gestito le risorse pubbliche è un dato di fatto. Cercare una strada per risolvere la situazione greca diventa importante però non solo perché fa paura il rischio che il Paese possa uscire dall’euro, ma perché la ricetta prescritta non ha sortito gli effetti desiderati.

La “vitalità teutonica” è stata una importante componente della creazione dell’Europa, ma il messaggio degli ultimi anni è che non si può combattere su più fronti perché il rischio è che ci possano essere delle conseguenze indesiderate: questo vale sia per le questioni in materia di politica economica e fiscale, sia per le riforme, sia per quanto riguarda la politica estera.