La Via della seta

La Cina si presenta come promotore di un’iniziativa per lo sviluppo in aree in via di espansione, al fine di aggregare altri Stati. La linea d’Ombra, Riflessioni di Strategia di Aletti Gestielle

“Samarcan è una nobile cittade, e sonvi cristiani e saracini. E’ sono al Grande Cane, e sono verso maestro. E diròvi una maraviglia ch’avvenne in questa terra. E’ fu vero né no è grande tempo, che Gigata, fratello del Grande Cane, si fece cristiano, e era signore di questa contrada. Quando li cristiani della cittade videro che lo signore era fatto cristiano, ebbero grande allegrezza”; e allora fecero in quella cittade una grande chiesa a l’onore di san Giovanni Batista, e così si chiama” (Marco Polo, Il Milione Cap. 51).

Con queste parole Marco Polo ne “Il Milione” descriveva Samarcanda, una delle città più antiche al mondo, situata sul quel percorso commerciale che per secoli unì l’Asia orientale al vicino Oriente ed al bacino del Mediterraneo il cui nome “Seidenstrasse” o “Via della seta” fu coniato nel 1907, nell’introduzione di un’opera intitolata “Tagebücher aus China”, del Barone Ferdinand von Richthofen, illustre geologo e geografo tedesco. La Via della seta era il percorso attraverso cui già dal I° secolo a.C. avvenivano scambi commerciali tra Oriente e Occidente il cui il prodotto principale era appunto la seta, ma non solo! Vi passarono oltre ai metalli, alle spezie ed ai profumi, anche esploratori, eserciti e missionari, uomini che permisero a mondi lontani di incontrarsi. Fu aperta da un generale cinese a capo di una spedizione nell’Asia centrale, nel I secolo dopo Cristo. Da Luoyang, l’allora capitale cinese, si snodava verso Occidente attraversando altipiani, costeggiando deserti e catene montuose, al fine di permettere delle zone di sosta a chi la percorreva. Il percorso era difficile, così come le condizioni climatiche, e le carovane che lo percorrevano dovevano attraversare deserti, superare passi come quello del Pamir, per poi scendere in Pakistan e da lì in Afghanistan, esposte alle frequenti incursioni delle popolazioni locali che attaccavano coloro che si avventuravano in quelle zone desolate.

Gli antichi romani vennero a contatto con la seta per la prima volta durante la battaglia che Marco Licinio Crasso combatté a Carre contro i Parti, le cui cangianti insegne erano tessute in seta. Plinio il Vecchio, nella sua “Naturalis historia” racconta dei Seri, un’antica popolazione dell’Asia centrale e della Cina occidentale, che “sono famosi per la sostanza lanosa che si ottiene dalle loro foreste. Dopo un’immersione nell’acqua essi pettinano via la peluria bianca dalle foglie” (“Naturalis historia”, 23,79).

La seta, ma non solo, arrivava così a Roma e monete d’oro, vasellame ed altri prodotti prendevano la rotta inversa. Questo perché i cinesi custodirono per parecchio tempo i segreti legati a quello sconosciuto tessuto prezioso, diventato merce pregiata negli scambi commerciali con l’Occidente. Quando poi le esplorazioni portarono alla conoscenza di nuove rotte marittime, la Via della seta perse in parte la sua funzione e venne gradualmente abbandonata a causa anche delle frequenti incursioni dei Turchi e dei Mongoli.

Fu solo all’inizio dell’Ottocento che l’itinerario venne riscoperto per l’avanzata della Russia verso l’Asia centrale e nordorientale e per l’interesse degli inglesi verso i territori confinanti con l’India. Della Via della seta sono rimasti i reperti storici e artistici, ma anche i resoconti di più recenti geografi e di esploratori che hanno permesso di riscoprire il ruolo economico e culturale che quel percorso ebbe nei secoli. Tra settembre e ottobre del 2013 l’attuale Presidente cinese, Xi Jinping, propose durante la Central Economic Work Conference un nuovo piano di crescita regionale per il Paese chiamato “One Belt, One Road”.

È un piano per lo sviluppo strategico di medio e lungo termine a cui la leadership cinese attribuisce grande importanza. Con “One Belt” si indica la fascia economica della Via della seta, con “One Road” quella marittima del XXI secolo. È la politica che Pechino ha intenzione di sviluppare per finanziare e realizzare un ambizioso piano infrastrutturale in Eurasia, che collega il Sud della Cina all’Oceano indiano, una “nuova Via della seta”. “One Belt, One Road” è diventato uno degli slogan dell’amministrazione di Xi Jinping che sta via via arricchendosi di contenuti.

Dopo l’annuncio del progetto nel 2013, il Governo ha proceduto alla costituzione, lo scorso ottobre, della Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) ed alla creazione di un fondo di investimenti di 40 miliardi di dollari americani, il “Silk Road Fund”. A finanziare il progetto saranno due importanti banche cinesi, China Exim Bank e China Development Bank, che hanno sempre sostenuto l’attività delle imprese a partecipazione statale. L’AIIB emetterà prestiti commerciali e offrirà linee di finanziamento agevolate a Governi con scarse risorse a disposizione, che saranno ripagati con il cash flow generato dai progetti, una volta realizzati. Il Silk Road Fund agirà, invece, sia come finanziatore sia come investitore, e offrirà extra finanziamenti alle società internazionali cinesi coinvolte nei progetti (Goldman Sachs stima circa 45 miliardi di dollari americani), in aggiunta a 187 miliardi di dollari già stanziati dalle banche a società di costruzioni e di ingegneria.

Il piano è estremamente ambizioso e, per la prima volta, rivela la volontà della Cina di farsi promotore della crescita fuori dai propri confini e con dei possibili vantaggi per la propria economia. Lo scorso 12 marzo il Regno Unito ha dichiarato di aderire alla AIIB; Francia, Italia e Germania hanno deciso di fare lo stesso insieme ad una nutrita lista di Paesi. Per il momento Giappone e Stati Uniti rimangono cauti in merito all’iniziativa. Gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazioni sul fatto che la nuova banca consentirà regole meno rigide per prestiti ed i tassi saranno concorrenziali a quelli della World Bank, dove gli USA hanno più peso, e della Asian Development Bank, dove sono il secondo più grande azionista dopo il Giappone.

L’America, insieme al Giappone, rischia di trovarsi isolata in una regione in cui l’amministrazione Obama ha particolarmente investito, tentando di creare legami sempre più stretti di reciprocità. La posizione ufficiale è che Washington non si oppone alla creazione della AIIB, ma ritiene che ci siano molte domande senza risposta, soprattutto per quanto riguarda la capacità dell’Istituto di adottare norme, politiche e pratiche internazionali, nel gestire la propria attività. I funzionari americani non nascondono, infine, la loro preoccupazione del ruolo dominante della Cina all’interno della banca, facendo intendere che la stessa sia usata come “instrumentum regni” per rafforzare la presenza cinese nella regione.

Gli Stati Uniti, visto il loro peso politico ed economico, possono decidere di non aderire alla AIIB, pensando così di poter meglio controllare l’operatività della stessa. Le maggiori economie europee hanno deciso altrimenti e probabilmente, pur conscie degli ostacoli che possono incontrare, hanno preferito essere parte in causa del progetto. Quando il Regno Unito ha annunciato la propria adesione all’AIIB, è stato accusato dagli Stati Uniti di inchinarsi alla Cina ed al desiderio di questa di perseguire i propri interessi commerciali. Probabilmente la Gran Bretagna lo ha fatto semplicemente pensando ai propri di interessi ed alle eventuali ricadute positive per la propria economia. Philip Steven, sul Financial Times del 27 marzo scorso, parlava di opportunismo britannico e di tentennamento americano.

Da un lato gli Stati Uniti con il Trans Pacifc Partnership, il Transatlantic Trade e l’Investment Pact, dall’altro la Cina con la AIIB, il Silk Road Fund e il progetto di creare una banca per i Brics: sembra più un spiegamento di forze durante una partita di risiko che una serie di progetti di reale cooperazione a livello internazionale. La Cina vuole estendere la pro
pria influenza a livello internazionale. Le motivazioni sono sia economiche sia politiche. Nel primo caso è abbastanza chiaro che, attraverso la “nuova” Via della seta, la Repubblica Popolare Cinese cerchi un nuovo sbocco per gli investimenti attraverso i quali canalizzare le proprie esportazioni, in particolare di attrezzature e beni strumentali, offrendo così alle proprie aziende un palcoscenico internazionale attraverso il quale espandere la propria attività e presenza sui mercati. Per realizzare tale progetto si è provveduto ad attingere alle risorse valutarie di cui il Paese è particolarmente ricco (quasi 4.000 miliardi di dollari americani).

La Cina ha aumentato negli anni la propria presenza all’estero con una serie di investimenti diretti e anche indiretti. I progetti legati all’AIIB e al Silk Road Fund segnano però l’inizio di una nuova fase in cui il Paese si presenta come promotore e leader di un’iniziativa per lo sviluppo e la crescita in aree in via di espansione, al fine di aggregare altri Stati. Ma sarebbe sbagliato pensare che, così facendo, la Cina stia solo cercando di ridare ossigeno alle proprie esportazioni; la partita è più importante e rappresenta la sua volontà di diventare protagonista in un contesto in cui le regole sono sempre state dettate da Washington.

È questa la motivazione politica che guida il nuovo progetto. “One Belt, One Road” è uno slogan politico che in Cina ha un’importanza intrinseca nel condensare in un linguaggio di immediata comunicazione una strategia politica. I Paesi che temono la potenza cinese possono decidere di contrastarla o di condividerne i progetti, a costo anche di una serie di concessioni che riconoscano di fatto il peso economico della nazione. I mercati finanziari si interrogano se la crescita del Paese sarà in linea con le previsioni del Governo o sotto il 7%: la preoccupazione è legittima purché non diventi un dibattito sterile che si concentra su un valore quantitativo, trascurandone gli aspetti qualitativi. L’elevato aumento del debito privato in Cina è un’altra preoccupazione, anche se ci sono le risorse ed i mezzi per intervenire in caso di crisi. Qual è il vero problema?

La Cina può superare una possibile futura crisi finanziaria ma il rischio è rappresentato dalle eventuali ricadute sul tessuto economico. Un elevato livello di indebitamento è una zavorra per la crescita e limita le capacità di risposta nel caso ci si trovi ad affrontare un’altra situazione di difficoltà, ma questo vale per tutti i Paesi. Intanto “l’Impero di mezzo” continua la propria profonda trasformazione, guidata dal suo nuovo leader, Xi Jinping, che due anni fa ne ha preso le redini e lo sta guidando con grande determinazione, ridisegnando la politica interna ed estera. La strada da percorrere è piena di insidie, perché il raggiungimento della “new normal”, per usare un altro slogan del Presidente – cioè traghettare un’economia che cresceva a doppia cifra ad una con un tasso di espansione più contenuto ma più stabile – non è certo un compito facile, ma diverse sono le iniziative prese e non devono essere sottostimate.

Alla scadenza del 31 marzo, oltre 45 Paesi hanno deciso di aderire alla Asian Infrastructure Investment Bank, nonostante la disapprovazione degli Stati Uniti. Si tratta di un vero e proprio successo per la Cina che afferma così la propria ambizione di leadership nella regione e mostra di avere un piano economico, finanziario e politico globale. Con la “nuova” Via della seta Xi Jinping ha ricreato l’antico percorso che univa la Cina all’Europa: è il rilancio di un piano per l’economia estera, ma anche domestica. È lo sforzo di migliorare l’immagine della Cina in una regione che l’ha vista assumere posizioni ostili nei confronti dei Paesi vicini ed è la creazione di un ponte verso l’Europa e l’Africa, quasi ignorando gli Stati Uniti. Sarà interessante vedere se oltre ad offrire sbocchi commerciali diventerà anche, come nel passato, un canale di scambio e confronto tra aree di influenza politica, economica e culturale diverse.