L’anno del gallo cinese

L’anno del gallo cinese. L’economia cinese sarà chiamata, nel corso del 2017, a dimostrare di non essere un gallo che annuncia il buon giorno senza dare seguito alle promesse fatte

L’indebitamento complessivo –pubblico e privato- accumulato dal paese e l’indebolimento della moneta locale, sono riusciti a mettere paura ai mercati -dalla metà del 2015 fino a marzo del 2016- e provocare la più intensa caduta dei listini europei verificatasi dopo la crisi dell’euro del 2011. Nei mesi successivi, sembra che il pugno di ferro del Governo di Pechino è riuscito nell’intento di calmare le acque sul piano internazionale, ma non certo su quello interno, dove gli investitori cinesi hanno continuato ad alimentare deflussi di capitali in tutti i modi possibili.

I movimenti transfrontalieri degli ultimi mesi non sono facili da spiegare, ma bisogna tenerli in considerazione per analizzare le fuoriuscite di capitali e i loro effetti sulle riserve di divise (che negli ultimi anni si erano stabilizzate). I controlli sui capitali non sono riusciti a evitare che le riserve della Banca centrale cinese abbiano raggiunto livelli non sperimentati dal 2010, periodo in cui l’economia del gigante asiatico era in condizioni nettamente migliori rispetto a quelle riscontrabili in questa fase.

Addizionalmente, esistono altri motivi di cui preoccuparsi nel 2017. In primo luogo, la svalutazione dello yuan potrebbe smorzare le pressioni inflazioniste (tanto attese dalla Federal Reserve e dalla Banca Centrale Europea) e provocare cadute nelle quotazioni delle materie prime perché la Cina è il maggiore consumatore globale di commodities. In secondo luogo, il deprezzamento della divisa avrebbe ripercussioni sulle tante società asiatiche che hanno approfittato del lungo letargo dei tassi statunitensi per aumentare il proprio indebitamento in dollari. Il volume di corporate bond in Cina è elevato ed ha sperimentato una rapida crescita negli ultimi anni. Si tratta di un tema delicato perché la maggior parte di tale debito è denominato in usd. Ora che la Federal Reserve ha cominciato a discutere di normalizzazione della politica monetaria, l’evoluzione del cambio yuan/usd dovrà essere attentamente monitorata per riuscire a individuare quali imprese cinesi potrebbero incontrare serie difficoltà nel restituire i dollari ricevuti in prestito dai sottoscrittori dei propri bond.

Secondo i dati raccolti ed elaborati dalla BIS (Bank for International Settlements), il volume complessivo del debito denominato in usd rappresenterebbe approssimativamente il 12% del Pil cinese. In terzo luogo, l’incremento del livello di debito non sta sortendo i rendimenti attesi. Anche se il livello globale di debito non è alto per gli standard dei paesi industrializzati, può diventarlo, in caso d’impennata dei livelli di morosità o uno shock di domanda, per un paese come la Cina.

Anche se alcuni report diffusi la scorsa estate indicano un peso dei debiti potenzialmente morosi compreso nel range 15%-19%, la presenza di un tasso di crescita ancora elevato e un controllo assoluto del sistema finanziario da parte del governo, rendono per ora remota la possibilità di un tracollo del sistema.

Nonostante ciò, non sono pochi gli analisti che esprimono seri dubbi sulla sostenibilità del sistema finanziario cinese nel medio-lungo termine. La ragione? La bolla speculativa presente sugli asset cinesi non è scoppiata ma neanche scomparsa nel 2016: avrebbe solo cambiato localizzazione, passando dalle azioni agli immobili. Il settore immobiliare cinese, che ha subito un consistente raffreddamento tra il 2014 e la prima metà del 2015, ha recuperato il suo impeto nella seconda metà dell’anno scorso e continua a mostrare forti segnali di dinamismo dall’inizio del 2016.

La Cina non ha più fame di Treasury?
Alla fine del 2016, l’ammontare di Treasury bond posseduto dalla Cina si è ridimensionato ai minimi degli ultimi quattro anni. La Banca Popolare cinese continua a utilizzare le sue riserve di divisa denominate nel biglietto verde nordamericano per mantenere a galla lo yuan, che continua a subire pressioni ribassiste a causa sia del graduale rallentamento della crescita economica del gigante asiatico sia dell’intensa fuoriuscita di capitali e dell’inatteso rafforzamento del dollaro.
Le banche centrali dei singoli paesi sono solite mantenere le rispettive riserve di divisa estera investite in attività facilmente liquidabili (e i Treasury bond, titoli di stato emessi dal Tesoro Usa, sono considerati l’asset liquido e risk free per eccellenza).

Dopo anni trascorsi ad accumulare freneticamente enormi quantità di Treasury all’interno del proprio bilancio (esercitando un’indiretta pressione ribassista sui rendimenti dei titoli di stato Usa), il secondo (il primo è il Giappone) possessore di Treasury ha ridotto la sua esposizione di ben 28 mld di usd, portando l’ammontare totale in suo possesso a 1.157 mld di usd (Fonte: Dipartimento del Tesoro Usa). Il dato si riferisce alle operazioni concluse a settembre e fa seguito alla sensibile riduzione registrata in agosto.
Alla fine del 2016, il portafoglio cinese di titoli di stato Usa ammontava a 1130 mld di dollari investiti per lo più in emissioni a medio e lungo termine e soltanto 22.309 milioni destinati a obbligazioni con scadenze breve e altri strumenti a brevissimo termine.

Le riserve internazionali della Cina, le più ingenti del pianeta, si sono ridimensionate fino a 3.120 miliardi di usd, una contrazione rilevante dal record messo a segno a giugno 2014, quando l’ammontare complessivo ha superato i 4.000 mld di usd in riserve di divisa estera (non solo dollari).

Canterà il gallo cinese nel 2017? Riuscirà Trump a lanciare il più grande piano di ammodernamento delle infrastrutture Usa dal new deal? Pechino centrerà i due obiettivi più importanti per la sua economia: atterraggio morbido della crescita e controllo del tasso di cambio dello yuan? I tassi sui corporate bond resteranno stabili –nonostante l’incremento di quelli sui titoli di stato- come accaduto finora? Gli utili aziendali continueranno a offrire risultati soddisfacenti? Dinanzi a tutti queste variabili è opportuno calibrare la propria esposizione al rischio in funzione della capacità soggettiva di dover fare i conti con un lungo periodo di metabolizzazione di potenziali perdite.

Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.
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