Le due facce del miracolo britannico

A cura di Rocki Gialanella

Crescita e disuguaglianza, questi due termini offrono una lettura esaustiva dell’operato del premier conservatore britannico David Cameron.

I buoni risultati messi a segno dai Tories sul versante macroeconomico, non hanno sortito effetti positivi su un’ampia fascia della popolazione. Attualmente, il Regno Unito è uno dei pochi paesi in grado di alimentare, contemporaneamente, sia il dibattito sugli effetti contrastanti delle politiche di austerità sia quello più caro a liberali e keynesiani sulla capacità di risposta dell’economia europea alla crisi finanziaria avviatasi lo scorso decennio.

L’economia britannica è cresciuta del 2,8% nel 2014, un tasso superiore a quello degli altri paesi del G7. Le aspettative indicano che il paese dovrebbe continuare a crescere anche nei prossimi anni, generando occupazione e pilotando il tasso di disoccupazione al di sotto del 6%. La caduta dell’inflazione, che ha toccato lo 0% a febbraio per la prima volta in cinquanta anni, alimenta le attese per uno stimolo dei consumi, in scia all’incremento del potere d’acquisto dei salari (potere d’acquisto che, rapportato al costo della vita locale, è tra i più bassi dell’UE, inferiore solo a Grecia e Portogallo). La manodopera britannica costa l’8% in meno rispetto al 2007 e questo crea un’offerta di lavoro -che attira persone dall’estero- a basso costo e basso potere d’acquisto.

Lo scenario appare promettente, ma negli ultimi anni, in attesa della ripresa, sono stati apportati pesanti tagli al welfare state, che ha rappresentato l’emblema del paese a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Questi tagli hanno alimentato le disuguaglianze, penalizzando i più deboli. Più di un milione di persone che abitano nella sesta economia del pianeta, rispetto alle appena 20.000 di sette anni addietro, devono ricorrere alle mense dei poveri per sopravvivere. E la maggior parte di essi sono cittadini che hanno un lavoro. A Londra, città calamita per molti giovani, l’80-90% dei posti di lavoro creati sono mal pagati e precari. L’occupazione nel settore pubblico è ai livelli più bassi dal 1999.

Il Governo segue una linea politica liberale che ha come obiettivo primario la riduzione del deficit (5,4% del Pil nel 2014) e il taglio della spesa pubblica. Tuttavia, è bene ricordare che nel 2009, quando la crisi finanziaria aveva oramai preso piede, furono utilizzate ingenti risorse pubbliche per salvare istituti bancari in forte difficoltà. La ricetta per combattere la recessione si basò su una combinazione di tagli al costo del denaro e stimoli fiscali. In verità, in presenza di tassi d’interesse già molto bassi, gli stimoli si concentrarono sulla parte fiscale.

L’austerity è arrivata nel Regno Unito a partire dal 2010. La crisi ellenica e quella del debito dei Pigs ha comportato un cambio dell’approccio perseguito. Fino ad allora si pensava che un aumento del debito non si sarebbe tradotto automaticamente in una crescita del costo del debito. I timori sul debito di Atene spostarono l’attenzione sulle potenziali ripercussioni di un incremento del costo del debito per l’economia del paese. Lo stesso FMI abbandonò gli stimoli fiscali per abbracciare l’austeritàNel 2012, con la ripresa in marcia, sembrava essere arrivato il momento di allentare i cordoni dell’austerità. Tuttavia, il Governo decise di non farlo e i tempi per la ripresa si sono inevitabilmente allungati.

Rocki Gialanella
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.