L’economia francese? Non va sufficientemente male da generare riforme

Un decennio fa, la Francia è stata un punto di riferimento per le economie europee. Il PIL pro-capite era lo stesso della Germania. Ora, e’ inferiore di otto punti percentuali. Il commento di Gian Paolo Bazzani, AD Saxo Bank Italia

Nonostante i suoi punti di forza (innovazione nei trasporti e uno dei migliori sistemi educativi al mondo), la Francia sembra incapace di uscire dalla crisi. Oggi i dati economici ci mostrano un Paese paralizzato dalla stagnazione. Nel migliore dei casi il 2016 potrà registrare una crescita economica lievemente superiore all’1,5%, livello appena sufficiente a contenere la disoccupazione.

Contrariamente ai Paesi vicini, per la Francia sembra meno probabile il beneficio di condizioni economiche eccezionali come bassi tassi d’interesse, Euro debole e diminuzione del 50% del prezzo del petrolio. Per la crescita economica sono infatti necessarie una rivoluzione tecnologica e/o innovazioni finanziarie. L’attuale ciclo tecnologico è ancora troppo giovane per avere un impatto significativamente positivo sull’economia e il basso livello degli investimenti privati è probabilmente la più grande sfida che l’economia francese si trova ad affrontare. Nonostante il cosiddetto “patto di responsabilità” con le imprese, gli investimenti privati, almeno per i prossimi due/tre anni, resteranno inferiori al livello pre-crisi. La grande quantità di imposte che le aziende francesi devono pagare, scoraggia naturalmente gli investimenti. Per invertire questo trend negativo e ristabilire un clima di fiducia sarebbero quindi necessari tagli fiscali per le piccole e medie imprese.

Il duplice problema è che in Francia l’attuazione di riforme è ostacolata dalla volontà politica e la situazione economica non è così grave da costringere i governi a originarne di ambiziose. Nonostante una crescita economica intorno all’1%, la Francia resta, infatti, uno dei Paesi più ricchi del mondo. I politici, pertanto, sono poco inclini a intraprendere misure coraggiose.

La Francia non è però una causa persa. Ci sono molte ragioni, perlomeno nel lungo periodo, per essere ottimisti. Il “welfare state” non è più sostenibile a causa dell’elevato debito pubblico e della pressione demografica sul mercato del lavoro e sul sistema pensionistico. Il discorso è quindi cambiato: la Francia si sta aprendo a nuove culture, esperienze e modelli, incoraggiando chi è in grado di assumersi rischi e creando incentivi per imprenditori e investitori stranieri. Ci vorrà tempo, ma non vi è dubbio che l’età dell’oro della Francia appartenga al futuro.