L’inflazione nei paesi industrializzati resterà contenuta

Negli ultimi tempi si comincia a parlare di lievi segnali di risveglio per l’inflazione. Come sarà lo scenario per i prossimi mesi? Apre l’inchiesta di Fondi&Sicav Giacomo Chiorino, responsabile Analisi di Mercato di Banca Patrimoni Sella & C. Area Investimenti

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– L’inflazione nei paesi industrializzati sembra un gigante addormentato, tuttavia, da più parti si comincia a ipotizzare una fine del ciclo deflazionista vissuto dall’inizio della crisi post Lehman. Qual è la vostra opinione?

Le tradizionali determinanti dell’inflazione per un paese sono tipicamente il tasso di disoccupazione, il tasso di cambio, l’andamento del prezzo delle materie prime e la base monetaria; i modelli statistici calcolano e stimano l’inflazione sulla base di questi parametri da decenni. Nella fase attuale l’elemento che spinge svariati osservatori a dire che “l’inflazione presto tornerà” è legato in primis alla fase ultra espansiva di politica monetaria che è in vigore in tutti i paesi sviluppati da ormai sette anni. Altri sottolineano che negli Stati Uniti tassi di disoccupazione bassi abbiano sempre portato in passato a una ripresa dei salari. Abbiamo qualche dubbio su queste tesi perché riteniamo che altri elementi, quali l’aspetto demografico e di conseguenza la predisposizione al consumo dei paesi industrializzati, la crescita dell’indebitamento pubblico e privato, l’aver probabilmente toccato nel decennio scorso il picco della globalizzazione, oggi giochino un ruolo più importante.
Prendendo l’esempio del Giappone, il paese che più di ogni altri ha subito l’impatto degli elementi che abbiamo appena citato, appare chiaro che l’inflazione “duratura” sia da oltre 15 anni inesistente; gli unici picchi di inflazione di una qualche entità (sopra il 2%) sono durati lo spazio di qualche mese e si sono visti per fenomeni esogeni e temporanei (forte ascesa del prezzo delle materie prime nel 2008 e politica di elevata svalutazione dello yen nel 2014). In Eurozona le dinamiche sono state un po’ più effervescenti in passato, ma gli ultimi anni mostrano il rischio di un percorso simil giapponese. Anche negli Stati Uniti, al di là di un ormai scontato “effetto base” legato al prezzo del petrolio che vedremo sull’inflazione headline da dicembre in avanti, permangono dubbi su quella che potrà essere l’influenza dell’aumento dei salari; alcune recenti ricerche arrivano a sostenere che sia in realtà l’inflazione a determinare la salita degli stipendi e non viceversa.
Siamo quindi più propensi a vedere un mondo in cui l’inflazione nei paesi industrializzati resta contenuta e anche nei paesi emergenti si riducono i casi di inflazione elevata, soprattutto là dove l’elemento demografico inizia ad avere il suo peso (Cina su tutti).

– Nell’ipotesi di un ritorno della corsa dei prezzi, quale ritenete siano le asset class da preferire per difendersi dai morsi dell’inflazione e puntare a ottenere rendimenti reali positivi?

Nonostante la nostra view riteniamo che alcuni ragionamenti sull’argomento vadano senza dubbio fatti. L’oro che oggi rappresenta davvero una riserva di valore in presenza di un mondo con inflazione e tassi bassi e di una assoluta mancanza di “valute forti”. La sua principale caratteristica, e cioè la mancanza di rendimento/yield, passa oggi in secondo piano visto che sempre più asset class obbligazionarie sono nella stessa situazione. Il suo andamento è correlato soprattutto con i flussi da investimento, via Etc, e riteniamo che ci siano valide ragioni per vederli salire nel futuro prossimo.
A livello strategico riteniamo validi i bond legati all’inflazione (inflation linked) non tanto perché ci attendiamo un forte ritorno dell’inflazione quanto più perché i valori ai quali trattano tengono conto di aspettative di inflazione veramente molto contenute (breakeven inflation tedesca a due anni poco sopra lo zero) o mostrano oscillazioni interessanti da seguire (breakeven americana a due anni che era a zero a fine 2015 e oggi è risalita sopra area 1%).
Infine evidenziamo come gli effetti del quantitative easing abbiano decisamente spostato verso l’alto le valutazioni di molte asset class contemporaneamente. Aree che investono su asset reali come il real estate o le infrastrutture dovrebbero oggi avere valutazioni molto più sacrificate stante il basso livello di inflazione. I valori sono invece saliti molto a causa dei tassi artificialmente bassi e della continua ricerca di rendimento da parte degli investitori.

Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.
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