Liquidità e nuovo assetto mondiale

Alessandro Tentori, cio, Axa Investment Managers Italia

Quali sono i rischi che sono seguiti da vicino dagli investitori e quali quelli che devono essere presi in considerazione per delineare una strategia di investimento futura?
«Gli investitori sono consapevoli che le politiche monetarie espansive e non convenzionali delle banche centrali stanno gonfiando i loro bilanci, facendo sorgere diversi interrogativi su come saranno gestiti. Essi guardano con attenzione i default rate, date le attuali condizioni economiche, che potrebbero aumentare e creare tensione e volatilità all’interno del sistema finanziario. Infine, seguono gli sviluppi della pandemia, le tante incognite sulla sua evoluzione nei prossimi mesi e le conseguenze che tutto ciò potrebbe comportare. Ci sono però due altri temi che meritano di essere menzionati e che, non nell’immediato, potrebbero avere forti impatti sugli scenari d’investimento futuri:  il doping dei mercati e il possibile cambio dell’assetto mondiale».

Il doping dei mercati è un argomento dibattuto già dopo la crisi finanziaria del 2008, quando si è discusso della possibilità che il Qe abbia aumentato le diseguaglianze sociali.
«È vero. Ora il mio timore è che, se  fossero portate all’estremo, queste misure a sostegno dell’economia potrebbero avere sì un impatto immediato positivo sugli asset finanziari, ma rischiano di causare un ulteriore aumento delle diseguaglianze sociali, che a loro volta danno la spinta a forme di protesta e frizioni politicamente difficili da gestire. Negli ultimi mesi abbiamo visto acuirsi, anche se per ragioni diverse, lo scontro sociale in alcune nazioni come gli Usa, la Francia e la stessa Hong Kong. Il livello di malcontento e di generale malessere è tale che potrebbe tradursi anche in confronti più violenti tra cittadini e istituzioni, tanto da costringere queste ultime a rivedere le proprie politiche economiche».  

Governi vittime delle piazze?
«Diciamo che, se si dovesse assistere a manifestazioni di piazza ancora più partecipate rispetto a quanto abbiamo visto sinora, non è escluso che i governi debbano rivedere le politiche economiche e incentrarle più su aspetti di carattere sociale. Ciò potrebbe interrompere la narrativa che vede le banche centrali sempre pronte a intervenire, qualora si presentino tensioni sui mercati finanziari a generare instabilità».

Ma l’attività coordinata delle banche centrali è stata, ancora una volta, importante…
«La coordinazione tra le banche centrali è stata importante, grazie anche alle esperienze precedenti, e ha trovato gli istituti pronti a reagire con prontezza e in modo efficace. C’è però una differenza rispetto a quanto successo nella grande crisi finanziaria: ora si sta assistendo a un vero e proprio re-leveraging da parte delle aziende. Le stesse politiche fiscali sono molto più integrate con quelle monetarie. Quindi, se le tensioni sociali aumentassero, si potrebbe supporre che una minore enfasi sulle politiche fiscali possa avere ripercussioni su quelle monetarie. E nel passato abbiamo visto la reazione dei mercati finanziari quando le banche centrali hanno iniziato a parlare di  tapering».

E che cosa la preoccupa invece del possibile cambio dell’assetto mondiale? Non è anche questo un processo già in corso da alcuni anni, con gli Usa che sono sempre meno protagonisti sugli scenari internazionali?
«Ritengo che la politica dei mercati multilaterali degli anni ’90 si stia spegnendo e che gli Usa non siano più un modello da esportare. Il presidente americano è Trump e il suo motto è “America first”, ovvero l’interesse nazionale. Nel 2008 gli Stati Uniti sono stati protagonisti nel dare risposte alla crisi e un esempio da seguire. Oggi non è più così e a emergere è il modello asiatico, dove la Cina è la protagonista principale. Il paese è diventato un player sui mercati globali e mira a un’egemonia militare, tecnologico-finanziaria e valutaria. Accantonando l’aspetto militare su cui non ho competenze, posso affermare che in termini tecnologico-finanziari la Cina ha fatto notevoli progressi, rivelandosi un vero e proprio competitor sui mercati internazionali. Per quanto riguarda il mercato valutario, sebbene ancora il 95% delle transazioni avvengano in dollari, non è escluso che tra qualche anno la divisa cinese possa avere un peso maggiore: la stessa piazza finanziaria di Shanghai potrebbe gareggiare con Wall Street. Sono argomenti su cui riflettere».

Vede anche cambiamenti nel contesto europeo?
«In Europa vedo affermarsi con maggiore forza la Germania, l’unico paese in cui, negli anni recenti, la crescita del Pil potenziale è stata mantenuta. Credo che in tale situazione Berlino farà il possibile, avendo i mezzi  disposizione, per continuare a mantenere il suo bacino di mercato  e a  sostenerlo, soprattutto nell’Eurozona, dove finisce parte delle sue esportazioni. Il ruolo tedesco diventa ancora più cruciale in questa fase dove si deve andare a rivedere la supply chain e fare di tutto per mantenerla e rafforzarla».

Pensa che ci sarà un’accelerazione del fenomeno del re-shoring a causa della pandemia?
«Il re-shoring comporta solitamente un aumento dei costi che, se non possono essere passati al consumatore, si traducono in una contrazione dei margini per le imprese. Il processo di globalizzazione è troppo radicato perché si possa tornare indietro».

I mercati però, per il momento, sembrano pensare ad altro.
«Sì, perché c’è ancora molta liquidità e l’appetito al rischio degli investitori, per quanto sia aumentato, rimane ancora contenuto. Non vedo particolari preoccupazioni da qui alla fine dell’anno, se non le elezioni in Usa che potrebbero generare volatilità. Sul mercato del reddito fisso c’è una calma relativa, soprattutto nella parte breve della curva, dove intervengono le banche centrali. Per quanto riguarda i corporate bond, ritengo che gli spread attuali offrano ottimo valore aggiustati per il rischio. Sui mercati azionari mi attendo ancora flussi in entrata, vista la permanente cautela.  In termini relativi, ultimamente, abbiamo incrementato l’esposizione in Europa e nei paesi emergenti».

Di recente lei ha scritto “Ovviamente tra il modello medievale del signoraggio locale e quello della valuta universale gestita su Blockchain ci sono innumerevoli sfumature. In questo dibattito dall’esito molto incerto, se non altro per il potere legislativo dei vari parlamenti nazionali, l’oro si colloca come ottima alternativa”. Oro quindi nei portafogli?
«Tutto il mondo sta stampando carta, il debito aumenta ovunque e i deficit governativi si allargano. Per molti anni, il ruolo storico dell’oro è stato usurpato dai Treasury americani e dai Bund tedeschi. Ma si sa che le relazioni tra asset finanziari, anche quelle che perdurano da più anni, sono essenzialmente instabili. Oggi questa instabilità è dovuta al cambiamento storico cui è soggetta la nostra concezione di politica monetaria, con l’introduzione di misure non convenzionali come per esempio i tassi negativi oppure gli ingenti acquisti di obbligazioni. L’oro è essenzialmente una valuta universale con un tasso di interesse allo 0% e svolge tutte le funzioni del denaro, anche in situazioni di stress. In questo senso, l’oro è un’eccellente riserva di valore nelle “code” della distribuzione degli eventi». 

 

a cura di Pinuccia Parini

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