Lombard Odier IM: sempre più importante la transizione climatica

a cura di Pinuccia Parini

Il Global Risks Report 2022 del World Economic Forum rivela che, su un orizzonte di 10 anni, i rischi ambientali sono percepiti come le cinque minacce a lungo termine più critiche per il mondo e quelle potenzialmente più dannose per le persone e il pianeta.

Paul Udall portfolio manager Climate Transition Lombard Odier Investment Managers

Fondi&Sicav ha discusso di quanto sia importante affrontare il tema del cambiamento climatico all’interno delle scelte di investimento con Paul Udall e Peter Burke-Smith, rispettivamente lead portfolio manager e assistant portfolio manager del fondo Climate Transition di Lombard Odier Investment Managers, classificato come articolo 9 secondo la Sfdr.

 

Come bisogna considerare il rischio climatico?

Paul Udall: «Il rischio climatico va considerato come un fattore estremamente attuale che è presente e non può essere ignorato. Basterebbe guardare a ciò che sta succedendo quest’anno, nel quale una serie di problemi emersi è legata, in modo più o meno diretto, al cambiamento climatico: l’aumento del costo della vita, la guerra in Ucraina, il Covid, la mancanza di materie prime, la dipendenza dell’approvvigionamento di fonti energetiche da governi instabili. Oggi più che mai stiamo vedendo le conseguenze dell’elevata dipendenza da alcune risorse naturali. Ma ciò che è doveroso sottolineare è che il cambiamento climatico e i rischi a esso connessi hanno pesanti ricadute, anche immediate, e comportano costi economici. Abbiamo fatto un lavoro approfondito su alcune calamità naturali, come quelle che lo scorso anno hanno devastato alcune aree dall’Australia alla California, e abbiamo rilevato che erano strettamente legate al cambiamento climatico. In Australia l’impatto sull’economia di questi disastri è stato significativo: il 2% Pil».

Quindi, il cambiamento climatico è un rischio per il pianeta, con costi economici da non sottovalutare.

Paul Udall: «Sì e questo è un punto chiave. Proprio per questa ragione, si possono procrastinare le misure per contrastarlo e contenerlo, ma non fare nulla ha un costo economico che aumenta con il passare del tempo. Quindi, affrontare adesso il problema, così come molti paesi hanno deciso di fare (Europa in testa con la decisione di puntare sulle rinnovabili), permette una riduzione della dipendenza dalle fonti fossili, che significa minori costi energetici e, di conseguenza, anche un’inflazione più bassa».

Il contesto attuale potrebbe compromettere il processo di transizione energetica intrapreso?

Paul Udall: «Non penso che ci sarà una posticipazione nel raggiungere l’obiettivo “net zero”.  Al contrario, ritengo che la situazione attuale provochi un’accelerazione del processo che ci permetterà di centrarlo. Sta già avvenendo e lo possiamo vedere nello sforzo che molti paesi stanno compiendo per diminuire la dipendenza dalla Russia per l’approvvigionamento di combustibili fossili. Se si guarda al comportamento dei mercati finanziari, si può notare che le forti pressioni in vendita da parte degli investitori e le recessioni spesso hanno accorciato i tempi dei processi di transizione. Certo, da oggi al 2050, il percorso non sarà fluido e senza ostacoli, come ad esempio è avvenuto con il ricorso al riutilizzo delle centrali a carbone per compensare la domanda energetica, a fronte di una minore fornitura da parte della Russia, ma, contestualmente, la consapevolezza di puntare sulle rinnovabili è diventata una volontà diffusa e molto più sentita. Lo si può rilevare osservando l’aumento degli investimenti in questo ambito, così come quelli indirizzati all’efficientamento energetico. Penso che, considerando la scadenza intermedia del 2030, ci si troverà in una posizione molto più forte in termini non solo di indipendenza dalla Russia, ma, soprattutto, dai combustibili fossili».

Peter Burke-Smith assistant portfolio manager Climate Transition Lombard Odier Investment Managers

Riscontrate questa dinamica anche all’interno del fondo che gestite?

Peter Burke-Smith: «Lo vediamo all’interno del nostro portafoglio dove, per citare un esempio, un’azienda come Norsk Hydro, società norvegese tra le più integrate dell’alluminio, soddisfa il proprio fabbisogno energetico con la produzione di rinnovabili all’interno del gruppo. Più in generale, stiamo osservando che, in un quadro di prezzi dell’energia molto elevati, alcune imprese stanno apportando importanti innovazioni per ridurre i loro costi».

Ma la velocità con cui viene affrontata la transizione energetica non è omogenea nei vari paesi.

Paul Udall: «Ritengo che sia opportuno guardare con granularità ai singoli paesi e vedere quali politiche sono state adottate in merito. È vero che, guardando alle diverse regioni, la velocità di progressione è differente, anche perché diverse sono le risorse a disposizione. È quindi necessario contestualizzare le situazioni e le valutazioni che ne derivano. Ciononostante, è indubbio che, se i prezzi dei combustibili aumentano, maggiore sarà l’incentivo a diminuirne l’utilizzo. Stiamo assistendo a una forte pressione sulle materie prime in termini di prezzo, una dinamica che spingerà sempre più verso fonti alternative. È indubbio, comunque, che ci sono notevoli differenze tra i singoli paesi: il Giappone raggiungerà “net zero” entro il 2050, mentre la Cina entro il 2060. Ma, dal nostro punto di vista di investitori, non è importante la velocità con cui una singola nazione raggiungerà la neutralità carbonica, perché il mercato reagisce in tempo reale e cercherà di prezzare da subito il rischio legato alla transizione energetica. Noi esaminiamo le politiche di ciascun paese e analizziamo quali sono le reazioni del mercato in merito, apportando eventualmente i necessari aggiustamenti al nostro portafoglio».

Come si articola la politica di investimento del fondo?

Peter Burke-Smith: «Investiamo in aziende che possono beneficiare della transizione energetica, la cui crescita è destinata a trarre beneficio dalla regolamentazione, dalle innovazioni, dai servizi o dai prodotti collegati alla lotta globale o all’adeguamento al cambiamento climatico. Detto ciò, a questa definizione generale applichiamo un processo molto strutturato e rigoroso suddiviso in tre aree specifiche. La prima è quella dei fornitori di soluzioni, i facilitatori della transizione, ovvero società focalizzate sulla produzione di veicoli elettrici, piuttosto che di energie alternative. La seconda comprende le imprese candidate alla transizione, solitamente con un’elevata impronta carbonica, ma che hanno programmato un percorso per raggiungere “net zero” entro il 2050. Sono aziende che si devono decarbonizzare e che appartengono a settori come le utility, l’industria pesante, il cemento e l’acciaio, identificate usando la tassonomia Ue. La terza area è quella dell’opportunità per adattamento e racchiude tutte le imprese che aiutano altre aziende a gestire le questioni legate al cambiamento climatico e che offrono soluzioni per mitigarne l’impatto, aiutandole a essere più resilienti. Sono società che appartengono a diverse industrie: dal software alla supply chain management. Il nostro universo investibile, così definito, comprende circa 750 società suddivise in pari misura all’interno delle tre aree».

Un chiarimento: il secondo ambito è quello che potrebbe essere definito della “brown industry”?

Paul Udall: «Sì, lo è, ma vengono considerate le industrie solo se sono allineate alla tassonomia europea. Poiché quest’ultima non è ancora definitiva, abbiamo adottato un metodo di ricerca proprietario che permette di capire quali siano quelle che debbano o no intraprendere un percorso di decarbonizzazione. All’interno di ciascuna, abbiamo poi identificato le aziende che, secondo noi, possono diventare leader all’interno di questo processo. Nella nostra analisi cerchiamo imprese che abbiano una forte strategia “net zero” e adottino gli Science based target, ovvero obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 e degli altri gas climalteranti, di cui monitorare i progressi. Inoltre, ed è un aspetto da non trascurare, crediamo che le realtà che rientrano in questo ambito abbiano interessanti opportunità di crescita. Sempre per offrire alcuni esempi concreti, basterebbe guardare all’interno dell’industria dell’acciaio, che è sì particolarmente energivora, ma indispensabile per realizzare le strutture da utilizzare in un impianto eolico, tanto da pesare per circa il 25% del costo di una torre. Ne consegue che, quando si parla della necessità di decarbonizzare, non lo si può fare senza prendere in considerazione l’intera catena di approvvigionamento».

La variazione della temperatura atmosferica è per voi un parametro di riferimento?

Peter Burke-Smith: «Non lo è. Sappiamo quanta CO2 è stata emessa nell’atmosfera e quanta se ne può emettere ancora prima che la temperatura inizi ad alzarsi. Noi guardiamo alle aziende esposte a questi temi che possono aiutare a prevenirne l’aumento o che stanno diminuendo la loro impronta carbonica, concentrandoci sulla definizione del nostro universo d’investimento e sulla scelta dei singoli titoli; in più devono avere buone valutazioni».

Quali sono i parametri (hurdle rate) che utilizzate per investire nelle imprese? 

Paul Udall: «Cerchiamo di identificare aziende che presentano crescita e Roe sopra la media nel ciclo economico e che sono sottoprezzate dal mercato. Ciò significa che il nostro stile di investimento è spesso anticiclico, quindi puntiamo su titoli più economici o titoli growth quando riportano performance meno positive.  Vogliamo sempre capire quali siano le opportunità di business in un arco di tempo che va dai 10 ai 15 anni, qual è il mercato di riferimento e quale livello di utile e di Roe possano essere generati durante il ciclo di vita. Esaminiamo se un’azienda ha un vantaggio competitivo sostenibile grazie ai suoi prodotti e se può avere un elevato e, anche in questo caso, sostenibile Roe durante il ciclo di vita del business. Guardiamo alle valutazioni correnti e alle potenzialità di generare ritorni futuri».

Siete caratterizzati da un particolare stile di investimento?

Paul Udall: «Tendiamo a essere agnostici per quanto riguarda lo stile di investimento, in modo da avere la possibilità di cercare le opportunità in modo flessibile. Ciò ci permette di gestire il fondo attraverso diversi stili che possono risultare più confacenti in determinate situazioni di mercato. Per quanto riguarda invece la tipologia di aziende, come regola investiamo nei titoli ad alta e media capitalizzazione, poiché non vogliamo avere problemi di liquidità, sia nel creare, sia nel liquidare una posizione in portafoglio. In sintesi, direi che abbiamo un approccio olistico in merito alle caratteristiche e alle metriche che un titolo deve avere. Inoltre, lavoriamo in collaborazione con uno dei più grandi team di sostenibilità presenti tra i vari asset manager in Europa». 

Che cosa caratterizza questo team?

Paul Udall:  «Ci avvaliamo del team Sirss (Sustainable investment research strategy and stewardship ) che individua i principali rischi e opportunità in ambito di sostenibilità in tutti i settori d’investimento. Il loro lavoro ci permette di essere indipendenti da fornitori esterni, in materia di sostenibilità, nelle nostre valutazioni. Al suo interno si articolano diverse competenze: dalla politica all’economia, dal data science, all’analisi finanziaria, dalle analisi geospaziali alla stewardship e all’engagement».

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