a cura di Pinuccia Parini
Lombard Odier Investment Managers (Loim) ha realizzato un sondaggio che esplora l’atteggiamento degli investitori nei confronti di quattro megatrend che l’asset manager ritiene daranno forma all’economia e al mercato nel prossimo decennio. Giancarlo Fonseca, country head dell’asset manager per l’Italia, illustra i contenuti più significativi che sono emersi da questo studio.
Perché avete deciso di realizzare questa ricerca?
«Negli ultimi 40 anni, il nostro mondo è stato plasmato da quattro megatrend: globalizzazione, rapida espansione della forza lavoro, crescita economica a discapito della sostenibilità ambientale e crescenti disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Essi hanno plasmato le economie, creando un contesto di investimento caratterizzato da scarsa inflazione, bassi tassi di interesse nominali e reali e limitato costo del capitale. I tempi, però, sono cambiati. L’inflazione è tornata, i tassi più alti mettono a dura prova i portafogli e il costo del capitale non è più a buon mercato. Prevediamo quattro cambiamenti simultanei che porteranno a una completa inversione del paradigma precedente. Questi nuovi megatrend sono: mondo regionalizzato, riduzione della forza lavoro, transizione ambientale e riequilibrio del capitalismo. Ciascuno di essi sarà dirompente e genererà rischi e opportunità specifici per i mercati e i settori selezionati. Abbiamo così deciso di effettuare un sondaggio per comprendere meglio le prospettive degli investitori sulla natura e gli effetti di queste nuove tendenze, intervistando 1.800 investitori istituzionali e wholesale in nove mercati distribuiti in Europa, Nord America e Asia».
Che cosa intendete per mondo regionalizzato?
«Il protezionismo, il nearshoring e il friendshoring stanno contrastando la globalizzazione. A nostro avviso, il prossimo decennio vedrà i governi e le imprese mettere in atto strategie per competere in un mondo più regionalizzato. Gli investimenti nella produzione domestica e la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento potrebbero fare salire l’inflazione, soprattutto in coincidenza con altri megatrend, come la riduzione della forza lavoro globale e la transizione ambientale. Complessivamente, gli intervistati interrogati sul tema sono più propensi a ritenere che attualmente si stia assistendo a una battuta d’arresto della globalizzazione (40%), anche se l’opinione diverge tra i vari paesi. Alla domanda su quali siano i maggiori rischi di un mondo più regionalizzato, è stato così risposto: inflazione più elevata (34%), conflitti geopolitici (31%), crescita più contenuta (29%), investimenti verdi non coordinati (28%) e innovazione ostacolata (27%). Mentre, per quanto riguarda le opportunità che possano emergere in un simile contesto, il 46% ha indicato le industrie domestiche e lo sviluppo di nuove o diversificate catene di approvvigionamento, insieme alla possibilità di trattenere talenti (41%)».
Questi rischi e opportunità vengono poi declinati nelle decisioni d’investimento?
«I risultati raccolti suggeriscono che l’adattamento dei portafogli da parte degli investitori allo stato attuale della globalizzazione è in ritardo. Quasi un intervistato su quattro (23%) dichiara di non adeguare consapevolmente i portafogli per riflettere l’aumento della regionalizzazione».
Qual è stato il parere espresso, invece, sull’invecchiamento della popolazione?
«Quando abbiamo analizzato l’atteggiamento nei confronti delle sfide poste dall’incombente
innalzamento dell’età lavorativa, abbiamo scoperto che la maggior parte degli investitori intervistati (79%) è d’accordo sul fatto che ciò si tradurrà in un aumento dei rendimenti obbligazionari e che, col tempo, comporterà l’indebolimento (o l’abbandono) dei sistemi pensionistici statali (77%). Tuttavia, credono che l’adattamento economico all’invecchiamento della popolazione porterà alcuni vantaggi da un punto di vista, sia economico, sia dell’innovazione tecnologica».
La transizione ambientale è un tema molto dibattuto, ma è veramente ritenuto fondamentale dagli investitori professionali?
«Nonostante il suo immenso valore per l’economia globale, il capitale naturale non è stato valorizzato, né sono stati valutati gli impatti dannosi dello sfruttamento ambientale come le emissioni, la perdita di biodiversità o i rifiuti plastici. In Loim riteniamo che l’entità del cambiamento necessario per ricablare l’economia renda la transizione ambientale una seria questione di asset allocation per gli investitori, piuttosto che un’esposizione di nicchia in classi di attività selezionate. Secondo il nostro sondaggio, questa opinione è condivisa da molti investitori professionali. In effetti, quasi nove su 10 (88%) affermano che la transizione ambientale è importante nelle loro decisioni di asset allocation. Il 100% degli intervistati vede opportunità di investimento di prim’ordine, ma anche grandi rischi. Il 76% concorda sul fatto che le spese in conto capitale necessarie per la transizione ambientale, combinate con la domanda di materiali e competenze, possano essere un driver a lungo termine dell’inflazione».
Perché ritenere che un ribilanciamento del capitalismo sarà un megatrend nel futuro?
«Nell’ultimo decennio, abbiamo assistito a un sostanziale aumento del rendimento delle imprese sul capitale investito, mentre i salari sono rimasti stagnanti. Nelle economie occidentali, la differenza tra i livelli più alti e più bassi di ricchezza e di retribuzione è la maggiore dal primo dopoguerra. Questo spostamento dei profitti verso il capitale a scapito del lavoro e l’intervento del governo nelle economie occidentali, che ha raggiunto i massimi storici, sono a nostro avviso insostenibili. Il prossimo decennio sarà quindi caratterizzato da una tassazione più pesante sugli alti livelli di ricchezza individuale e sulle imprese, insieme a un miglioramento dei salari per i ceti bassi e medi. Tuttavia, contrariamente al nostro punto di vista, dalla ricerca è emerso che gli intervistati non si aspettano che tra guadagni in conto capitale e salari si raggiunga presto un bilanciamento più equo. Quasi nove su 10 (86%) affermano che è probabile che lo status quo persista per i prossimi 5-10 anni. Detto ciò, ritengono che questa persistente disparità avrà un impatto importante sul panorama politico nel corso del prossimo decennio. Nello specifico, l’82% è d’accordo sul fatto che la disuguaglianza dei redditi continuerà a essere un motore sempre più potente del populismo in politica nei prossimi anni e l’81% ritiene che la differenza di ricchezza porterà i sindacati a guadagnare più potere».
Quali sono le vostre conclusioni sullo studio fatto?
«Riteniamo che gli investitori professionali debbano prepararsi a un mondo completamente diverso. Siamo di fronte a un cambio di paradigma: l’inflazione, i tassi reali e nominali e il costo del capitale saliranno probabilmente a livelli strutturali superiori a quelli visti negli ultimi 40 anni. I portafogli dovranno quindi adattarsi per mitigare i rischi e cogliere le opportunità quando questa transizione economica avrà un impatto sui settori e influenzerà i rendimenti delle asset class. Gli intervistati hanno individuato una serie di rischi e di opportunità, come la crescita delle soluzioni sostenibili. Tuttavia, le loro risposte indicano anche le sfide che gli investitori devono affrontare, come l’adattamento dei portafogli all’attuale stato di globalizzazione. Ci auguriamo che questa nostra ricerca li aiuti a pensare in anticipo rispetto ai cambiamenti già in atto».

