Opec, accordo in vista per il taglio alla produzione

Opec, accordo in vista per tagliare la produzione. Si tratta della prima riduzione intervenuta dal 2008. Il taglio dovrebbe attestarsi a 1,2 mln di barili giornalieri. Mosca accetta una riduzione di 300.000 barili diari

Dopo mesi di disaccordi e problemi tra i membri dell’Opec, finalmente si è arrivati alla definizione di un accordo basato sui termini indicati a settembre. L’organizzazione, che ingloba i principali paesi produttori di greggio del pianeta, ha confermato che ridurrà la sua produzione di 1,2 mln di barili giornalieri, corrispondenti a poco meno dell’1,5% della produzione mondiale. Adesso si resta in attesa dell’ufficializzazione dell’accordo. Fonti Opec hanno confermato che Mosca parteciperà all’operazione con una riduzione di 300.000 barili giornalieri della sua produzione. Le quotazioni del barile hanno reagito alla notizia con sensibili impennate: quello del Brent, greggio di riferimento per il mercato europeo, è aumentato del 9% (in Europa ha superato i 51,7 usd al barile).

L’accordo conferma l’idea iniziale di limitare l’attività di estrazione a un livello compreso tra i 32 e i 33 mln di barili giornalieri a partire dal prossimo gennaio ( rispetto ai massimi di 33,64 mln di barili registrati a ottobre). Il punto ancora non perfezionato riguarda la quantità di barili che ogni socio sarà costretto a non estrarre (dato sul quale poggiano i dissidi tra Arabia Saudita, Iran e Iraq).

L’Opec introdusse per la prima volta nel 1982 il sistema delle quote individuali di produzione di petrolio per i suoi paesi membri, limitando il tetto complessivo a 17,1 mln di barili giornalieri. Negli anni successivi l’organizzazione ha cercato di condizionare le quotazioni mediante aumenti e tagli del livello dell’offerta, ripartendo proporzionalmente le variazioni del caso tra i singoli soci.

Nel 2011 il livello massimo della produzione congiunta raggiunse i 30 mln di barili, tuttavia, le quote nazionali subirono alcune distorsioni a causa dei tagli alla produzione intervenuti in alcuni paesi in seguito all’avvio di tensioni e conflitti interni (è stato il caso di Iraq, Iran, Libia e Nigeria). Il nuovo accordo tiene in debito conto il peso di queste distorsioni ed esclude Libia e Nigeria dai tagli per consentire a questi paesi di recuperare i livelli di produzione persi a causa dei conflitti che li hanno coinvolti. Un caso a parte è rappresentato dall’Indonesia, che è rimasta fuori dai limiti ed eccezioni previsti dall’accordo nonostante la sua produzione sia tra le più basse del cartello.

Con i suoi 10,53 mln di barili giornalieri, l’Arabia Saudita è l’indiscusso numero uno del cartello con una produzione che assorbe il 31,3% del totale. I sauditi sono seguiti dall’Iraq (4,56 mln di barili, il 13,5% della produzione) e dall’Iran (3,69 mln di barili, l’11% della produzione). Iran e Iraq sono in continua competizione per conquistare la seconda posizione del podio. Le produzione degli Emirati Arabi Uniti (3 mln di barili, l’8,9% della produzione) e quella del Kuwait (2,83 mln di barili, l’8,4% della produzione) supera quella del Venezuela, che si posiziona al sesto posto con 2,07 mln di barili, il 6,15% della produzione totale del cartello).

Nella riunione tenuta ad Algeri a settembre, i ministri del petrolio dei paesi Opec avevano messo a punto un progetto che, oltre al taglio della produzione, prevedeva anche la fissazione di nuove quote individuali.

Anche in questo caso, l’Opec ha chiesto ai competitors mondiali non Opec di partecipare al taglio della produzione per supportare le quotazioni. La partecipazione di paesi non Opec ai tagli è avvenuta già due volte dall’inizio del nuovo millennio. Nel 2008, quando i prezzi erano crollati a causa dell’inizio della crisi economico-finanziaria, l’organizzazione adotto il taglio più pesante della sua storia (4,2 mln di barili). In quell’occasione, la Russia e l’Azerbaijan parteciparono all’operazione con riduzioni rispettivamente di 320.000 e 300.000 mln di barili.

Gli elevati prezzi raggiunti tra il 2011 e il 2014 hanno alimentato la nascita di industrie estrattive parallele a quella tradizionale. Lo sviluppo del fracking negli Usa è stato impetuoso e legato proprio alla spinta rialzista ricevuta dalle quotazioni in seguito ai tagli. La produzione giornaliera derivante dal fracking raggiunse i 4,5 mln di barili nel 2014, contribuendo a far lievitare l’offerta fino a livelli tali da provocare squilibri e tensioni nel mercato.

Alla fine del 2001, il barile era sprofondato fino a quota 17 usd inseguito agli attentati terroristici dell’11 settembre. Russia, Messico, Norvegia, Oman e Angola si sommarono con 460.000 barili al taglio da 1,5 mln di barili deciso dall’Opec in quell’occasione.
Ora l’Angola è membro dell’Opec e Mosca si è detta disponibile a ridurre la produzione o almeno a congelare la sua offerta.

Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.
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