L’Usd restera’ forte fino a quando non infastidira’ gli Usa

A cura di Rocki Gialanella

Nei primi trentacinque giorni del nuovo anno, le banche centrali di piu’ di una dozzina di paesi, sia emergenti che industrializzati, hanno preso misure per cercare di rianimare i rispettivi, anemici, trend di crescita economica

Il bombardamento di liquidità e la svalutazione delle divise si è trasformato nella strategia più in voga in una fase in cui si parla di normalizzazione monetaria solo negli Stati Uniti e in Regno Unito. Singapore, l’Eurozona, Svizzera, Danimarca, Canada, India, Turchia, Egitto, Romania, Perù, Albania, Uzbekistan e Pakistan hanno sorpreso gli osservatori economico-finanziari di ogni parte del pianeta con l’adozione di opzioni monetarie di vario tipo: riduzione del costo del denaro, acquisto di titoli di stato, blocco dell’emissione di nuovi titoli di stato.

L’ultimo paese aggiuntosi al gruppo è la Russia: venerdì scorso ha deciso la riduzione dei tassi d’interesse di ben due punti (200 basis points), posizionandoli al 15%. Tale decisione si deve al fatto alla ricaduta negativa sull’economia del paese causata dalla contrazione del prezzo del petrolio e dalle sanzioni occidentali, conseguenza diretta del conflitto in Ucraina.

Molti esperti sostengono che la maggior parte di questi paesi si trovano ormai senza ulteriori munizioni monetarie da poter utilizzare in caso di aggravamento della crisi. La definizione ‘guerra delle divise’, utilizzata nel 2010 dal ministro delle finanze brasiliano per riferirsi alle storiche misure della Federal Reserve nel pieno della crisi finanziaria, continua a rimanere un tabù. Nessuno ne parla ma gli effetti della sua presenza sono evidenti da tempo.

Nel settembre del 2010, Ben Bernanke introdusse misure che portarono ad una rapida ed intensa svalutazione del biglietto verde. Successivamente fu la volta dell’Abenomics, le iniezioni di liquidità volute dalla Bank of Japan e dal premier nipponico Shinzo Abe, basate sull’acquisto di government bonds giapponesi per un ammontare compreso tra i 60.000 e i 70.000 mld di yen al annui. Infine è arrivato il turno della Bce, che ha annunciato l’acquisto di titoli per 60.000 mln di euro mensili fino almeno a settembre del 2016. L’operazione ha spinto al ribasso l’euro nel cross con l’Usd, alimentando le aspettative per un ritorno alla parità tra le due divise nel corso del 2015.

Tuttavia, il progressivo rafforzamento della divisa Usa creerà problemi alle multinazionali a stelle e strisce. Da un lato, le omologhe aziende straniere otterranno un vantaggio competitivo dalla svalutazione delle proprie divise. Per altro verso, gli effetti del cambio si faranno sentire sugli utili conseguiti sui mercati internazionali quando questi ultimi si trasformeranno in Usd. Per questa ragione, anche se gli Usa necessitano di stimoli continui alla domanda globale per supportare la crescita economica interna, potrebbero diventare in futuro meno accondiscendenti nei confronti dei QE di Giappone ed Eurozona. Con un euro sulla parità con l’Usd, molte grandi aziende manifatturiere europee si aggancerebbero al traino dell’espansione Usa, ma molte aziende manifatturiere statunitensi perderebbero competitività nel Vecchio Continente.

Il raggiungimento di un equilibrio internazionale determinerà ulteriori aggiustamenti in corso d’opera. Infatti, l’obiettivo di Eurozona e Giappone non è la svalutazione delle rispettive divise ma il rilancio della crescita. E a nessuna delle due aree interessa innescare un rafforzamento dell’usd tale da raffreddare l’economia Usa (che può fare da traino alle loro economie).

Rocki Gialanella
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.