Materie prime, il trend nella prima settimana di Presidenza Trump

Il punto sulle materie prime. Soft commodities in crescita. Profitti per metalli preziosi e grano, greggio invariato. Il commento di Ole Hansen, head of Commodity Strategy di Saxo Bank

È stata la prima settimana di presidenza Trump e stiamo osservando le modalità con cui il mantra “America First” si dispiega nelle sue iniziative politiche. Non è ancora chiaro se le barriere commerciali e i dazi sulle importazioni porteranno ad un dollaro più forte. Il protezionismo potrebbe innescare una contrazione del commercio globale e, di conseguenza, ci potremmo trovare di fronte ad una domanda minore, e non maggiore, di dollari americani. Quando Trump afferma che lo yuan cinese è troppo debole, implicitamente dichiara che il dollaro è troppo forte.

L’oro ha negoziato al ribasso per la prima volta in sei settimane. Inoltre, una maggiore propensione al rischio ha supportato i mercati azionari, portando in particolare il Dow Jones Industrial index a toccare la soglia psicologica di 20.000.
I rendimenti del mercato obbligazionario, driver chiave per l’oro dalle elezioni Usa di novembre, sono cresciuti di alcuni punti base.

Il greggio non ha subito modifiche sostanziali di fronte alle notizie circa i tagli della produzione da parte di OPEC e Russia che verrebbero compensati da incrementi altrove. Dall’inizio dello scorso dicembre, il prezzo medio del Brent è stato di $55.5/barrel e in questo periodo il mercato non si è mai allontanato da questo valore.

Ad ogni modo è necessario aspettare fino al 13 febbraio, giorno in cui l’Opec pubblicherà il “‘Monthly Oil Report” di gennaio, per avere una fotografia nitida della situazione relative alla riduzione della produzione.

Il rally quasi senza sosta dell’oro, iniziato in seguito al rialzo dei tassi da parte del Federal Open Market Committee in dicembre, ha toccato il massimo la scorsa settimana, sostenuto dall’impatto delle nuove politiche su commercio, tasse e spese fiscali, unite alla celebrazioni del Capodanno cinese.

I movimenti del dollaro e dei rendimenti obbligazionari sono stati le principali forze che hanno sostenuto il profitto. Mentre il dollaro ha riguadagnato po’ di terreno nei confronti dello yen giapponese. I rendimenti americani a 10 anni sono cresciuti di alcuni punti base.

La domande cinese di oro è stata forte nel percorso che ha portato alle celebrazioni per il nuovo anno lunare. Con il mercato cinese chiuso fino al 2 febbraio, la domanda ne sarà probabilmente impattata.
Ci aspettiamo qualche operazione “nervosa” dopo il superamento dei $1,200/oz. Dal punto di vista tecnico, il supporto si deve posizionare tra i $1,172 e i $1,160/oz per non tornare ai bassi livelli di dicembre.

Riteniamo che molte delle nuove iniziative annunciate dal Governo degli Stati Uniti possano supportare l’oro. Inoltre, Trump potrebbe esprimersi nuovamente a favore di un dollaro più debole.
Il Federal Open Market Committee si incontra l’1 febbraio. Questo meeting, il primo in seguito al rialzo dei tassi dello scorso 13 dicembre, potrebbe rappresentare una sfida interessante.

Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.
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