Morgan Stanley IM: “Una corretta diversificazione per proteggere il portafoglio”

Niccolò Rabitti, Managing Director – Head of Distribution Italy per Morgan Stanley IM

In un contesto di crescita in rallentamento e di inflazione a livelli più elevati di quelli attesi, quali sono le strategie che consigliate? Come si protegge un portafoglio?

“Innanzitutto con una corretta diversificazione, senza avere forti concentrazioni sulle singole asset class. La componente azionaria rimane quella preferita, anche in presenza di forte volatilità, come si sta presentando in queste fasi, con la scelta di titoli di elevata qualità e resilienti rispetto ai fondamentali di mercato. Scegliamo aziende dotate di pricing power, capaci quindi di trasferire sul consumatore finale un aumento dei costi di produzione o di vendere prodotti allo stesso prezzo, ma con contenuti inferiori (i.e.: la cosiddetta shrinkflation). Per le loro caratteristiche, sono in grado di difendere i portafogli. Per quanto riguarda invece le obbligazioni, la chiave è la flessibilità, ovvero poter spaziare dal credito ai titoli governativi e modificare la duration”.

Ma come ci si posiziona, in un periodo di elevata inflazione, nel comparto obbligazionario?

“All’interno dei portafogli obbligazionari flessibili, ricerchiamo la diversificazione. Quindi ha senso avere dei titoli del credito, come le obbligazioni high yield, sia europee, sia americane, e anche un po’ di esposizione ai mercati emergenti. Le convertibili possono essere un altro strumento da considerare perché grazie alla loro convessità riescono a beneficiare delle fasi positive dei mercati azionari e a difendere il portafoglio durante le correzioni. Poi, nello specifico, per quanto riguarda l’inflazione, avere dei titoli a essa legati è una tematica interessante. Abbiamo assistito a un aumento dei tassi, in particolare negli Stati Uniti, e ciò ha avuto un impatto sulla duration ma, in alcune fasi di mercato, avere un po’ di esposizione nel corso del 2022 sarà utile”.

Prima ha parlato di qualità delle aziende. Che cosa intende?

“Tra i nostri prodotti azionari più utilizzati nel mercato italiano c’è il “Global Brands” che punta su aziende di elevata qualità, in grado di crescere in modo costante in qualsiasi contesto di mercato. Ma anche quando si parla di rotazione settoriale dai titoli value ai titoli growth è importante fare un focus sulla qualità delle società. Se si guarda ai titoli growth, che stanno soffrendo in termini di performance in modo indiscriminato dopo l’annuncio della Fed di modificare la propria politica monetaria, si possono trovare aziende che sono indebitate e che ancora non generano utili e altre, ad esempio nel campo del e-commerce, del cloud o del software, che sono esattamente l’opposto. Il mercato sta, di fatto, considerando le aziende growth come un insieme omogeneo senza coglierne le differenze e noi pensiamo che questo processo di omologazione dovrà prima o poi interrompersi e si dovrà ritornare a guardare ai fondamentali”.

Ci sono delle aree geografiche che guardate con maggior attenzione rispetto ad altre?

“Le nostre strategie più utilizzate in Italia sono di carattere globale, dove è delegato ai team di gestione la scelta delle aziende in cui investire. Gli stessi portfolio manager non sono guidati da analisi macroeconomiche, ma unicamente da una scelta bottom up, che si basa sull’analisi dei bilanci delle società. Ne consegue che l’esposizione geografica è il risultato di questo processo senza che venga presa alcuna decisione a monte. Detto ciò, nel breve periodo, l’Europa risulta meno favorita rispetto ad altre aree geografiche a causa delle attuali vicende geopolitiche e notiamo che il mercato si sta comportando di conseguenza”.

La sostenibilità continuerà a caratterizzare i mercati?

“È un trend strutturale di lungo periodo che, come Morgan Stanley Investment Management, vogliamo cogliere. Lo abbiamo fatto in passato e lo faremo con maggior forza nel futuro attraverso l’acquisizione finalizzata nel 2021 di Eaton Vance, asset manager americano con una lunghissima storia alle spalle, al cui interno c’è Calvert, la prima istituzione finanziaria negli Stati Uniti che si è occupata di investimenti responsabili. È proprio grazie alle competenze di Calvert Research and Management che porteremo in Italia alcune delle loro strategie più interessanti”.

Vede un’accelerazione dell’interesse nei confronti degli investimenti sostenibili?

“Adesso la sostenibilità è diventata “main stream”. Penso però che, prima o poi, si dovrà fare il punto della situazione e vedere come coniugare l’approccio sostenibile al raggiungimento di migliori risultati per l’investitore. Utilizzare i criteri Esg non deve implicare un prezzo da pagare in termini di performance, bensì generare un premio. L’analisi di sostenibilità è diventata una caratteristica sostanziale di quasi tutte le nostre strategie, dove c’è un’elevata presenza di fondi classificati come articolo 8 o 9. E sarà proprio all’interno dei prodotti articolo 9, dove riteniamo avverrà la sfida più interessante nel futuro, perché costruiti proprio per produrre un impatto”.