Opec, strategia fallimentare o vincente?

 

“L’Opec potrà applicare una delle due strategie di prezzo, vale a dire un approccio accomodante oppure fare pressione”, spiega Erasmo Rodriguez, Energy and Utilities Equity analyst di Union Bancaire Privée – UBP

Se l’Opec, nel corso del meeting di novembre, dovesse ratificare l’accordo di Algeri, dovrà tagliare la produzione di circa 800.000 barili al giorno a partire da dicembre. Ciò manterrebbe la produzione del cartello pari a un milione di barili al giorno al di sopra della media del 2015, ma al di sotto del tasso di crescita della domanda attuale di 1,4 milioni di barili al giorno.

Cosa c’è dietro questa decisione? Quali sono i fattori in gioco? L’Opec può applicare una delle due strategie di prezzo: un approccio accomodante oppure fare pressione.

La prima strategia consiste nel massimizzare i profitti adattandoli alla domanda e stabilire prezzi elevati. Tali prezzi elevati, poi, consentiranno perfino alle aziende produttrici ad alto costo di essere redditizie e quindi di offrire di più. Fare pressione, invece, vorrebbe dire aumentare la produzione. Ciò spingerebbe il prezzo di mercato al ribasso verso il costo di estrazione dei produttori meno efficienti, che di conseguenza verranno esclusi dal mercato.

Questa ultima strategia è quella adottata dall’Opec nel 2014 e tale scelta successivamente ha portato buone conseguenze, con il rallentamento della produzione di petrolio non convenzionale (il cosiddetto “tight oil”) negli Stati Uniti e di sabbia bituminosa in Canada. Ad oggi, la produzione statunitense di “tight oil” è di circa 4 milioni di barili al giorno, in precedenza era di oltre 4,5 milioni. Stando alle previsioni dell’International Energy Agency e dell’Energy Information Administration, è probabile che la produzione statunitense di petrolio sia calata di circa 800.000 barili al giorno nel 2016.

Il taglio della produzione dell’Opec potrebbe cambiare i fondamentali del mercato se dovesse farcela a ridurre l’eccesso di offerta. Ciò richiederebbe, da un lato, una stabilizzazione o un congelamento della produzione del cartello – permettendo al contempo ad alcuni membri di aumentare la produzione – e, dall’altro, l’invio di un segnale forte ai produttori non facenti parte dell’Opec per scoraggiarli dall’incrementare l’offerta.

Gli ultimi dati dell’Eia mostrano che la domanda globale è pari a 96 milioni di barili al giorno, mentre la produzione globale è di 96,9 milioni al giorno, dei quali 40,4 provengono dall’Opec (compresi sette milioni di barili di gas naturale liquido). C’è quindi un eccesso di offerta di circa 900.000 barili al giorno, senza contare le scorte commerciali di greggio.

Quindi, se l’Opec riuscisse a tagliare la propria produzione e a stabilizzarla a circa 33 milioni di barili al giorno, il mercato si libererebbe delle eccedenze d’offerta e avrebbe la possibilità di assorbire il surplus. Tuttavia, questo scenario poggia su diversi prerequisiti: una produzione stabile da parte dei paesi non membri dell’Opec, una domanda globale costante e un controllo all’interno dell’Opec.

Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.
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