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Reddito fisso, difficoltà nel breve ma potenziali guadagni a lungo termine

 Il forte calo dei prezzi ha creato interessanti punti di ingresso nel comparto obbligazionario. Flavio Carpenzano, investment director di Capital Group

I mercati obbligazionari sono stati colpiti da un brusco e rapido aumento dei tassi di interesse, innescato da banche centrali dei mercati sviluppati sempre più aggressive, la cui priorità si è improvvisamente spostata sul contrasto all’inflazione, ai massimi da diversi decenni.

Tuttavia, la misura in cui le obbligazioni risentono di un aumento dei tassi di interesse dipende da tre fattori principali: 1) l’entità dell’aumento, 2) la velocità dell’aumento e 3) il livello iniziale dei rendimenti. Quanto più lento è il ritmo dei rialzi dei tassi, tanto maggiore è il reddito che gli asset a reddito fisso possono accumulare per compensare la perdita derivante dall’aumento dei tassi. Nel corso del ciclo avvenuto tra il 2015 e il 2018, ad esempio, la Fed ha aspettato un anno prima di intraprendere il secondo rialzo e ci sono voluti in tutto 36 mesi per giungere a un aumento pari a 225 pb.

Al contrario, la prima metà del 2022 è stata la tempesta perfetta per i mercati del reddito fisso, dove tutti e tre i fattori sopra menzionati hanno rappresentato un ostacolo. Di conseguenza, gli asset a reddito fisso non sono stati in grado di accumulare un reddito sufficiente ad attutire le perdite derivanti dall’aumento dei tassi. La combinazione di questi tre fattori è stata la ragione principale delle estreme perdite market-to-market finora registrate quest’anno dalle obbligazioni.

Sebbene l’attuale ciclo di rialzi della Fed rimanga incerto, i prezzi attuali delle obbligazioni anticipano già la maggior parte dell’aumento. Se si considera l’indice Bloomberg Global Aggregate, la percentuale di asset a rendimento negativo è scesa dal 16,5% di fine 2021 al 3,6% di fine giugno 2022. A questo punto, il mercato ha scontato un numero significativo di aumenti dei tassi a breve termine nei prossimi mesi e i rendimenti dei Treasury USA a più lunga scadenza (ad esempio, quelli a 10 anni) riflettono già queste aspettative. Di fatto i tassi forward suggeriscono oscillazioni relativamente limitate dei rendimenti a più lunga scadenza nel corso del prossimo anno, riducendone di conseguenza l’impatto negativo sulle obbligazioni.

Allo stato attuale, i rendimenti iniziali offrono inoltre un punto di ingresso interessante per gli investitori. I rendimenti di tutti i settori del reddito fisso sono nettamente superiori ai minimi toccati negli ultimi anni.

Dato che probabilmente l’inflazione rimarrà elevata fino al 2023, è importante concentrarsi su strategie che siano ancora in grado di offrire solidi fondamentali e un rendimento reale ancora positivo. Da questo punto di vista, asset class come le obbligazioni corporate high yield e il debito dei mercati emergenti potrebbero offrire una maggiore protezione dall’inflazione all’attuale livello di rendimento.

  1. Le obbligazioni in valuta locale dei mercati emergenti (ME) potrebbero offrire valore, visti gli elevati differenziali di rendimento reale

Molte banche centrali dei ME hanno iniziato ad alzare i tassi di interesse molto prima delle loro controparti dei mercati sviluppati in questo ciclo. Sebbene in queste economie l’aumento dell’inflazione sia dovuto principalmente a fattori più volatili (cibo ed energia), le banche centrali dei ME hanno più difficoltà a dimostrare la loro credibilità ed evitare il rafforzamento delle aspettative di inflazione. Tassi di interesse più alti contribuiscono anche a proteggere i mercati emergenti dai deflussi di capitali quando la Fed inizia ad alzare i tassi.

L’accelerazione dei rialzi dei tassi da parte delle banche centrali dei ME ha determinato un ampliamento dei differenziali dei tassi di interesse nominali e reali tra obbligazioni ME e USA. Attualmente, i rendimenti reali dei ME sono per lo più positivi in tutti i ME e alcuni mercati del debito in valuta locale dei ME appaiono interessanti, a fronte di differenziali di rendimento reale elevati.

In termini di fattori fondamentali, i deficit fiscali sono aumentati in molte economie emergenti durante la pandemia, ma appaiono ampiamente gestibili in quanto le misure di stimolo di questi Paesi sono state tendenzialmente limitate rispetto a quelle attuate nei mercati sviluppati. In generale, anche i livelli di debito pubblico dei ME rimangono ben al di sotto di quelli dei mercati sviluppati.

  1. Le obbligazioni corporate high yield tendono a fare bene in contesti di inflazione più elevata

 

Sebbene quest’anno anche le obbligazioni high yield siano state colpite dall’ondata di vendite globale del mercato, sono andate meglio rispetto a gran parte degli altri segmenti del reddito fisso. La duration più breve del mercato high-yield lo rende meno sensibile all’aumento dei tassi di interesse che stiamo vivendo in concomitanza con l’aumento dell’inflazione e la normalizzazione della politica monetaria. Inoltre, la correlazione storica delle obbligazioni high yield con i tassi di interesse è stata relativamente bassa, in quanto l’high yield tende ad essere guidato più dal rischio di credito che dal rischio di tasso di interesse.

Il mercato di oggi è più grande, più diversificato e ha un rating creditizio medio molto più alto rispetto a 20 anni fa. A seguito della pandemia, i fallen angel (obbligazioni declassate da investment grade a high yield) hanno aumentato la percentuale di crediti con rating BB nell’indice high yield: i BB rappresentano ora più della metà del mercato, rispetto a circa un terzo di 20 anni fa. Per contro, le società con rating CCC, che rappresentavano quasi un quarto del mercato in piena crisi finanziaria globale nel 2008-2009, ora rappresentano circa l’11%, il livello più basso da quasi 20 anni. Di conseguenza, il mercato sembra più resiliente ai bassi livelli di crescita.

Tuttavia, permangono alcuni ostacoli. Il rischio geopolitico e l’inasprimento delle condizioni finanziarie da parte delle aggressive banche centrali dei mercati sviluppati potrebbero continuare a pesare sugli spread del credito high yield e a causare volatilità nel breve-medio termine. 

Conclusioni

È stato uno dei peggiori periodi della storia per i mercati del reddito fisso, in quanto le banche centrali hanno aumentato i tassi in modo aggressivo per combattere l’aumento dell’inflazione. La buona notizia, però, è che il rapido e netto repricing del mercato ha fatto aumentare i rendimenti, creando un punto di ingresso interessante per gli investitori. I rendimenti, spesso considerati un indicatore dei potenziali rendimenti futuri nel lungo termine, sono nettamente superiori ai minimi degli ultimi anni. In prospettiva futura, gli investitori hanno ora la possibilità di realizzare un reddito nettamente più significativo dalle obbligazioni. In effetti, una quota maggiore del fabbisogno di reddito degli investitori potrebbe essere soddisfatta con il reddito fisso tradizionale, più di quanto non sia avvenuto negli ultimi anni.

 

Azioni cinesi sottovalutate e pronte al rimbalzo

Un calo delle tensioni geopolitiche potrebbe premiare significativamente l’equity cinese. Jean Marie Mercadal, head of investment strategies di OFI Asset Management

Credete che le aspettative di prospettive economiche migliori in molti paesi emergenti contribuiranno ad attenuare il rischio rappresentato dall’aumento dei tassi di interesse globali?

I mercati emergenti non sono un insieme omogeneo, soprattutto nell’attuale contesto estremamente delicato di inflazione e tensioni geopolitiche. In modo molto schematico, possiamo classificare i principali Paesi emergenti in 3 categorie:

Paesi esportatori di materie prime. In questo blocco troviamo molti Paesi dell’America Latina, come ad esempio Messico, Indonesia, Sudafrica.

Paesi dell’Europa orientale, strettamente legati all’economia europea e in prima linea nel conflitto in Ucraina.

I Paesi asiatici che sono molto legati all’economia cinese e, naturalmente, la Cina che è quasi una categoria a sé stante.

A parte i Paesi dell’Europa dell’Est, che probabilmente risentiranno del rallentamento europeo, la crescita degli altri Paesi emergenti dovrebbe essere piuttosto robusta. La Cina dovrebbe accelerare nel 2023 dopo un 2022 molto deludente, colpito dalla politica 0 Covid e dalla crisi immobiliare. Su questi due temi principali, si attendono misure dopo il 20° Congresso del Partito Comunista Cinese che si terrà il 16 ottobre. Dopo aver consolidato il proprio potere politico e aver dato al Paese un quadro di riferimento a lungo termine, la “prosperità comune”, l’attenzione potrebbe concentrarsi sulla crescita, dato che diverse proteste nel Paese mostrano un crescente malcontento tra la popolazione. D’altra parte, la Cina si trova in un ciclo di allentamento monetario e quindi i tassi di interesse sono piuttosto in ribasso. Negli altri Paesi, nel complesso, il ciclo di inasprimento monetario ha preceduto quello avviato dagli Stati Uniti, per cui quest’anno i rendimenti sono aumentati molto meno nei Paesi emergenti rispetto a quelli occidentali, e in particolare agli Stati Uniti.

 

Jean-Marie Mercadal

Quali paesi o aree emergenti potrebbero uscire rafforzate in caso di attenuazione o risoluzione delle tensioni geopolitiche in corso?

I Paesi dell’Europa orientale potrebbero essere i primi a beneficiare di una tregua nel conflitto in Ucraina. Per quanto riguarda le tensioni latenti tra Cina e Stati Uniti sul caso Taiwan, una tregua andrebbe a vantaggio soprattutto della Cina. Le azioni cinesi sono state oggetto di massicci deflussi da parte degli investitori occidentali, soprattutto americani, e molti hedge fund sono “short” sui principali titoli quotati a Hong Kong. Un’inversione del clima geopolitico e l’annuncio di misure positive da parte del governo potrebbero causare un rimbalzo molto forte delle azioni cinesi, soprattutto perché ora sembrano piuttosto a buon mercato.

 

 

Elezioni italiane: tre riflessioni sulle implicazioni per economia e mercati

Alessandro Tentori, chief investment officer di AXA IM Italia, si sofferma sui possibili scenari e sull’inesistenza di ricette magiche per risolvere i problemi del paese

Si è appena conclusa una campagna elettorale insolitamente rapida, consegnando il paese a un governo politico di centrodestra. Nonostante le molte indiscrezioni e i vari rumour di corridoio, la composizione del governo – informazione di non secondaria importanza per i mercati – è una variabile ignota ancora..

Vorrei come sempre concentrarmi su economia e mercati, con tre riflessioni:

  1. Per AXA IM il voto è sostanzialmente un “non event“. Alla luce del programma Next Generation EU,nessun partito ha un incentivo a disturbare il flusso di fondi previsto a finanziamento del PNRR.Non a caso, i toni su temi come l’immigrazione e la moneta unica sono stati molto pacati, in particolare rispetto alle scorse elezioni. È molto improbabile, quindi, un inasprimento delle relazioni tra Roma e Bruxelles solamente sulla base di tematiche cosiddette “populiste”.
  2. Non si è parlato abbastanza, invece, di temi scottanti come la ormai probabile recessione che attende al varco il nuovo governo nei prossimi mesi.In particolare, nessuna formazione politica si è espressa sulla transizione da tassi negativi e inflazione inesistente a tassi positivi e inflazione galoppante. Questa transizione potrebbe rivelarsi un problema non solo per le famiglie e le imprese, ma anche per la sostenibilità del debito pubblico che per anni ha goduto del sostegno diretto e indiretto da Francoforte. I mercati obbligazionari sono parecchio stressati in questo bear market (l’indice Bloomberg Global Government Bonds ha perso il 20% da inizio anno) e le scelte di politica fiscale possono essere fonte di ulteriore stress, come evidenziato dalle recenti forti perdite dei Gilt inglesi. E stiamo parlando di un paese a cui certo non manca la sovranità monetaria…e qui mi fermo.
  3. L’economia che il nuovo governo erediterà dall’esecutivo Draghi è una economia afflitta da una inflazione mai vista nel periodo dell’Euro. Talmente alta che in alcuni paesi, per esempio in Germania, bisogna scomodare l’economia di guerra per poter tracciare dei paralleli. Un’economia coinvolta indirettamente – a torto o a ragione – in un conflitto a Est, che vede aumentare di giorno in giorno la fragilità e la frammentazione dell’Unione, nonché il deficit commerciale. Un’economia che ha visto un aumento dello spread tra BTP e Bund di circa 150 punti base dal febbraio 2021, che purtroppo si va a sommare al rapido aumento dello yield sui governativi tedeschi, incidendo non poco sul costo di finanziamento pubblico. Un’economia che è cresciuta rapidamente, grazie al rimbalzo tecnico post-Covid nonché all’euforia associata al PNRR firmato da Giuseppe Conte, ma il cui debito è ulteriormente aumentato di circa 130 miliardi negli ultimi 18 mesi.

Non esistono né ricette magiche – il mio pensiero va alla Nuova Teoria Monetaria – né maghi o tantomeno streghe. Esiste invece uno scenario macro duro da accettare sia a Francoforte (basti guardare le ultime previsioni del capo economista della BCE, Philip Lane), come a Roma. In passato eravamo di fronte a shock gestibili dall’unione tra politica fiscale e monetaria, ma questa volta la politica monetaria è concentrata a contenere l’inflazione, mentre quella fiscale potrebbe addirittura influenzare positivamente le aspettative di inflazione con un susseguirsi di stimoli generici e mal calibrati, molto simili insomma ai vari pacchetti che l’amministrazione Carter inaugurò verso la fine degli anni settanta.

Giornata ricca di dati. Powell (Fed) interverrà nel pomeriggio

L’agenda macro di oggi, martedì 27 settembre, si presenta particolarmente ricca di dati. Aggiornamento sui mercati a cura di UniCredit

In mattinata siamo in attesa dei dati sul saldo della bilancia commerciale non-Eu dell’Italia e dei dati sui prestiti a imprese non finanziarie e privati dell’Eurozona. Nel primo pomeriggio si terrà il discorso del presidente della Fed Powell e successivamente verranno resi noti negli Usa i dati sugli ordini di beni durevoli, i dati sulle vendite di case nuove e i dati sull’indice manifatturiero della Fed di Richmond. In serata sarà disponibile il dato sulle scorte settimanali di petrolio (Api) dal fronte americano.

Obbligazionario

Stamane il Bund future ha aperto a 138,22 il Btp future a 111,11. Lo spread Btp/Bund riparte da 249 pts, con il rendimento del nostro Btp decennale al 4,611%.

Petrolio in rialzo

Derivati sul greggio in rialzo. Il futures sul Brent guadagna lo 1,88% a USD 85,64 il barile, mentre WTI Usa sale dello 1,38% a USD 77,78.

Euro Dollaro a 0,96

Il cross euro/dollaro vale 0,9647 in rialzo di 0,36%, mentre il cambio euro/yen si attesta su 139,21 in rialzo dello 0,19% e il cambio usd/jpy scambia a 144,49 in calo di 0,19%.

Apertura positiva per le borse europee

Apertura positiva per le borse europee, con Piazza Affari che guadagna quasi un punto percentuale. Positivi i titoli bancari. In riazlzo anche Campari, Amplifon, Recordati, Telecom e Interpump. In ribasso Eni, Snam, Enel, Leonardo e Italgas.

Azionariato asiatico positivo

Azionariato asiatico positivo stamane con il Nikkei 225 della borsa di Tokyo che guadagna lo 0,53%, Hong Kong sale dello 0,10%, Shanghai dell’1,40%, Seoul dello 0,13%, e Sidney dello 0,41%. Fattori ribassisti rimangono la stretta monetaria condotta dalla Federal Reserve (Fed) e i timori per una recessione globale innescata proprio dall’aumento eccessivo o troppo repentino del costo del denaro. Decisa bocciatura per l’inizio del mandato della nuova premier britannica Liz Truss, con la sterlina scivolata sui minimi storici nel confronto del dollaro. Gli investitori continuato a liberarsi dei titoli di Stato di Londra, in risposta al piano di taglio delle tasse annunciato dal governo settimana scorsa.

Wall Strett in ribasso

La Borsa di New York ha chiuso la prima seduta della settimana in ribasso. Il Dow Jones ha perso l’1,11 %, l’S&P 500 l’1,03%, mentre il Nasdaq Composite lo 0,48%. La stretta monetaria condotta dalla Federal Reserve (Fed), e seguita da molti altri istituti centrali, è finalizzata a riportare l’inflazione su livelli più consoni ma gli investitori temono una recessione globale innescata dall’aumento eccessivo o troppo repentino del costo del denaro. Tra i titoli in evidenza The Estee Lauder Companies +1,55%. Justin Boxford è stato nominato presidente globale del brand Estée Lauder al posto di Stéphane de La Faverie (promosso presidente esecutivo).

Europa, quali conseguenze avrà la crisi energetica?

Diversi elementi potrebbero aiutare l’Europa a raggiungere una base più solida per quanto riguarda la transizione energetica. Niall Gallagher, Investment Director European Equities di GAM Investments

 

Attualmente ci troviamo in una fase di massimo ribasso per quanto riguarda i titoli azionari europei, con la crisi energetica in cima all’agenda globale. I prezzi del gas in Europa sono aumentati enormemente; sono scambiati a circa 15 volte la media quinquennale fino al 2021.

Niall Gallagher, Gam

Inoltre, sono completamente scollegati dai prezzi del gas altrove, in particolare negli Stati Uniti. Considerando una base di energia equivalente, i prezzi del gas sono scambiati a diverse centinaia di dollari per barile di petrolio equivalente e per l’elettricità il rapporto è ancora più alto.

Nel breve termine, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha causato una carenza di gas in Europa, che negli ultimi 10 anni è diventata molto più gas-centrica a causa della progressiva eliminazione del nucleare e del carbone e dell’aggiunta di fonti rinnovabili intermittenti.

Tuttavia, riteniamo che l’Europa avrebbe dovuto affrontare una crisi energetica durante il processo di transizione energetica anche se non si fosse verificato il conflitto tra Russia e Ucraina. L’Europa ha bisogno di ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica nei prossimi 30 anni, ma resta da capire come i legislatori intendano procedere.

Ci sono diversi elementi che potrebbero aiutare l’Europa a raggiungere una base più solida per quanto riguarda la transizione energetica. Nel breve termine, una risoluzione con la Russia ci permetterebbe di importare nuovamente il gas russo. Questo, tuttavia, è altamente improbabile, poiché la solidarietà europea nei confronti dell’Ucraina non è destinata a venire meno.

Inoltre, il parco nucleare francese è attualmente sottoutilizzato di circa il 50%, con un numero significativo di impianti chiusi per manutenzione; quelli che funzionano a piena capacità sarebbero d’aiuto.

Anche un inverno mite con molto vento ridurrebbe la pressione. Ma anche se tutto ciò si verificasse, l’Europa avrebbe comunque bisogno di serie misure dal lato della domanda per ridurre il consumo di gas, in particolare in Germania.

A medio termine, l’Europa ha bisogno di una fornitura di gas molto più diversificata e di prendere molto più seriamente la sicurezza energetica. I governi nazionali potrebbero considerare le opportunità di fracking e dello sviluppo di riserve di gas. Allo stato attuale, è difficile che l’UE elimini gradualmente l’uso del gas nei prossimi 20 o 30 anni e quindi i contratti a lungo termine con i produttori degli Stati Uniti e del Qatar garantirebbero una fornitura a lungo termine.

È inoltre necessario aumentare gli investimenti nelle fonti rinnovabili, eliminando le strozzature come i problemi delle reti di trasmissione in Germania. Riteniamo inoltre improbabile che la transizione verso l’obiettivo Net Zero avvenga senza investimenti significativi nell’energia nucleare.

In gran parte dell’Europa c’è un certo consenso sul fatto che il nucleare sia il futuro. Esistono anche soluzioni a più lungo termine, come i reattori nucleari modulari che possono essere adattati e industrializzati per la produzione di energia elettrica, e crediamo che vedremo investimenti in questo settore.

Applicando queste analisi alle azioni europee, riteniamo che sia necessaria una ripresa molto significativa degli investimenti. Ciò avverrà in concomitanza con la transizione verso il Net Zero, poiché ci sono molte aree in cui vediamo la possibilità di effettuare investimenti significativi e l’attuale crisi energetica, a nostro avviso, accelererà l’attenzione su di esse.

È necessario investire maggiormente nelle reti energetiche per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, a beneficio delle compagnie petrolifere e del gas, ma anche di alcune realtà industriali che riforniscono queste catene di valore. Una delle misure più importanti che possiamo adottare per ridurre la nostra domanda di energia è investire maggiormente negli edifici. Ad esempio, l’isolamento degli edifici farà un’enorme differenza nella riduzione del consumo energetico.

L’ultimo aspetto della crisi attuale è che le aziende del settore petrolifero e del gas stanno beneficiando di prezzi molto più elevati. I prezzi rimarranno elevati per qualche tempo e queste società genereranno flussi di cassa significativi.

Ovviamente, per mantenere la loro licenza sociale ad ottenere questo tipo di profitti, dovranno investire pesantemente, in particolare nelle energie rinnovabili. E riteniamo che probabilmente lo faranno in termini di espansione verso più rinnovabili e tecnologie a basse emissioni di carbonio, che saranno parte della soluzione a lungo termine.

Nel complesso, l‘Europa si trova in una situazione difficile dal punto di vista economico. Tuttavia, riteniamo che questo mercato sia ben compreso e scontato. E che, se da un lato è probabile che alcune aree subiscano un forte calo degli utili a causa della necessità di ridurre l’attività o dall’impatto di prezzi molto più elevati, dall’altro vi sono aree che beneficerebbero di livelli molto più elevati di investimenti che saranno necessari per rendere plausibile la transizione energetica.

Inflazione, timori di recessione, transizione energetica: cosa aspettarsi?

Meglio riflettere approfonditamente prima di dar credito a chi sostiene la necessità di interrompere la produzione di combustibili fossili dall’oggi al domani. William Davies, Global Chief Investment Officer di Columbia Threadneedle Investments

 

William Davies
Le banche centrali cercano di smorzare la domanda per combattere l’inflazione

In termini di inflazione, abbiamo visto i prezzi aumentare a livelli inimmaginabili da inizio anno, trainati in parte dal costo delle materie prime, comprese le quotazioni petrolifere.

Sebbene ci sia stato un rallentamento della crescita inflattiva, l’inflazione resta ancora alta: negli Stati Uniti ha toccato l’8,3% ad agosto (battendo le aspettative di 8,1%), mentre in zona Euro si attesta al 9,1%.

Tuttavia, dobbiamo riconoscere che il ritmo dell’aumento dei prezzi del petrolio e della benzina – osservato soprattutto nella prima metà del 2022 – difficilmente proseguirà anche nel 2023. Pertanto, anche se i prezzi rimarranno elevati, il ritmo dei rincari sarà inferiore rispetto all’inizio dell’anno.

Le banche centrali, per fronteggiare questa straordinaria inflazione, hanno intrapreso una linea dura, con Fed e BCE che hanno alzato entrambe i tassi di 75punti base a settembre. Come effetto di queste politiche restrittive, adottate per smorzare la domanda, dovremmo osservare un calo dell’inflazione verso fine anno e con l’avvento del 2023.

Timori di recessione, quali le tempistiche attese

A inizio 2022, con la fine della pandemia, avevamo osservato una ripresa economica. Ma nel corso dell’anno, con l’aumento aggressivo dei rialzi dei tassi d’interesse, è cresciuta l’incertezza.

L’oggetto dei timori è ora cambiato: l’inflazione resta una fonte di preoccupazione, ma a questa si è aggiunto lo spettro di un rallentamento economico che potrebbe sfociare in una recessione. Quindi, sì, la recessione è in arrivo e la questione veramente importante sarà capirne l’estensione e la portata.

Riteniamo che il rallentamento dell’economia in atto determinerà una recessione in Europa e potenzialmente anche negli Stati Uniti. Tuttavia, non crediamo che si tratterà di una recessione profonda come quella che si è verificata durante la crisi finanziaria globale del 2008-2009.

I rischi per i mercati: tensioni geopolitiche, transizione e crisi energetica

Il processo di transizione energetica, verso l’azzeramento delle emissioni nette, risulta piuttosto interessante se consideriamo ciò che è già accaduto con l’aumento dei prezzi delle commodity.

Il rincaro delle materie prime, infatti, ha fatto salire notevolmente l’attrattiva relativa degli investimenti alternativi, determinando un incremento degli investimenti in questo segmento in futuro.

Tuttavia, riteniamo che occorrerebbe riflettere approfonditamente prima di dare credito a chi sostiene la necessità di interrompere la produzione di combustibili fossili dall’oggi al domani. Occorre evitare una transizione troppo rapida in un momento in cui non sono disponibili alternative. In caso contrario, il prezzo delle commodity aumenterebbe, proprio com’è avvenuto con il petrolio.

E quando ciò accade, le implicazioni sociali sono alquanto significative, soprattutto per le persone meno abbienti che tendono a spendere una quota maggiore del loro reddito in energia, riscaldamento e generi alimentari. Sono, infatti, queste fasce della popolazione a risentire maggiormente dei movimenti di prezzo repentini.

Per queste ragioni, la transizione verso le energie alternative va certamente sostenuta. Ma dobbiamo fare in modo che sia ben gestita e diluita nel tempo in modo tale da minimizzare l’impatto sociale negativo delle variazioni di prezzo.

Abbiamo assistito a un aumento dei prezzi delle materie prime alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Dopo l’invasione, il petrolio e i prodotti alimentari hanno evidenziato un ulteriore rincaro. Il prezzo del greggio nel terzo trimestre 2022 scambiava tra circa i 90 e i 110 dollari al barile.

Guardando al futuro, via via che gli investitori inizieranno a considerare la potenziale distruzione della domanda causata dal rallentamento economico, riteniamo che il prezzo del petrolio non sarà necessariamente destinato ad aumentare in misura significativa rispetto ai livelli attuali.

Tuttavia, teniamo a sottolineare che questo scenario presenta dei rischi, alla luce del fatto che la Russia potrebbe interrompere le forniture di petrolio o di gas naturale questo inverno, generando un nuovo balzo dei prezzi delle materie prime.

Il nostro scenario di base prevede quindi una pressione minore sull’aumento dei prezzi. Tuttavia, non possiamo escludere che l’incertezza persistente a un certo punto possa far salire i prezzi.

Il conflitto in Ucraina, infatti, è ancora in pieno svolgimento. Con l’arrivo dell’inverno, soprattutto in Europa, sorgeranno timori sulle effettive capacità di approvvigionamento di gas naturale nel continente. E, di conseguenza, del mantenimento dei livelli di produzione industriale, garantendo la redditività di alcune aziende europee. Le molteplici ripercussioni, politiche ed economiche, della guerra sembrano pertanto destinate a durare.

Asset allocation: opportunità nell’azionario americano

I titoli azionari hanno assistito a una prima metà dell’anno difficile, seguita poi da un recente rally estivo. Ma non prevediamo un recupero delle perdite da parte dei mercati entro la fine dell’anno.

Questo, però, può offrire opportunità agli investitori. Riteniamo che le azioni statunitensi abbiano potenziale, poiché l’economia americana è più autosufficiente di quella della maggior parte dei Paesi europei o dei mercati emergenti.

Inoltre, le aziende americane sono incentivate non solo a sviluppare prodotti più sostenibili – ad esempio i veicoli elettrici – ma anche a rifornirsi di componenti a livello nazionale, incoraggiando così il re-shoring che sosterrà la crescita economica.

Per quanto riguarda il reddito fisso, privilegiamo le obbligazioni di qualità superiore, che ci aspettiamo siano meno influenzate dall’incertezza del mercato.

Umani Rochi, da cinquant’anni protagonisti in Marche e Abruzzo

Mare, cielo e terra, è la sintesi visiva ed emozionale del territorio di Umani Ronchi, protagonisti di una viticoltura unica.

Una storia che inizia più di cinquanta anni fa a Cupramontana, dove pulsa il cuore del Verdicchio Classico, per poi esplorare numerose altre aree della terra dell’Adriatico.

Una sensibilità che si esprime nella cura e nel rigore con cui vengono custodite le vigne. Ma anche nella progettazione delle Cantine e nei processi produttivi.

Il territorio

Da Serra dei Conti, nelle Marche, a Roseto degli Abruzzi, Umani Ronchi ha una proprietà vitata di 210 ettari tutti distribuiti lungo la costa dell’Adriatico, tra la collina e il mare: 185 km di filari e 12 vigneti, che rappresentano il risultato di una ricerca continua attorno alla terra migliore e alle più evolute tecniche agronomiche ed enologiche.

Una ricerca avviata attorno agli anni ’70 che ha portato l’azienda a raddoppia-re gli ettari di proprietà e a rinnovare l’85% delle vecchie viti. Investendo sul Verdicchio e sul Rosso Conero, recu-perando e valorizzando vitigni minori come il Pecorino e il Lacrima di Morro d’Alba, e dandosi obiettivi enologici qualitativamente elevati.

I vigneti

Fare agricoltura biologica richiede equilibrio in natura, deve esserci quella varietà di colture, di essenze, di erbe che fanno la biodiversità.

Varietà che trovano vita nelle terre di proprietà e che lasciano spazio ad una viticoltura capace di valorizzare al massimo le uve prodotte, senza pregiudicare la qualità dei vini.

Il processo di conversione di tutto il patrimonio vitato è iniziato in Abruzzo nel 2001 con la prima certificazione biologica, ed è andato completandosi con il Verdicchio nella vendemmia 2015.

www.umanironchi.com

Vietnam, India e Indonesia continueranno a rafforzarsi

Intervista a Davide Barattini, Responsabile Azionario Emergente di ANIMA Sgr

 

Credete che le aspettative di prospettive economiche migliori in molti paesi emergenti contribuiranno ad attenuare il rischio rappresentato dall’aumento dei tassi di interesse globali?

Barattini_sfondoneutroUno dei principali fattori di differenziazione nei fondamentali economici è rappresentato dall’inflazione. Rispetto ai cicli precedenti, nei mercati emergenti è più contenuta rispetto ai mercati sviluppati.

Questi ultimi, infatti, sono stati maggiormente impattati da programmi di stimolo fiscale senza precedenti, dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dai problemi nelle catene di fornitura causati dalla crisi del Covid.

Rispetto ai cicli di rialzo precedenti, poi, sul fronte delle partite correnti la situazione appare più solida. Per questi motivi crediamo che il rischio per i Paesi emergenti oggi sia inferiore. E che l’aumento dei tassi d’interesse non implichi necessariamente un indebolimento dei mercati azionari emergenti.

Se guardiamo alla storia, le indicazioni non sono univoche: nei cinque cicli precedenti, tre volte si sono registrate performance positive e due volte invece si sono avuti risultati negativi.

Un ulteriore fattore di supporto per i Paesi emergenti, seppur in un quadro non omogeneo (la Banca Popolare Cinese, o PBoC, mantiene un atteggiamento espansivo e le altre banche centrali sono prossime alla fine del ciclo di rialzi), è rappresentato da un contesto di politiche monetarie potenzialmente più favorevoli rispetto ai Paesi sviluppati, che hanno appena iniziato il loro ciclo restrittivo.

Quali paesi o aree emergenti potrebbero uscire rafforzate in caso di attenuazione o risoluzione delle tensioni geopolitiche in corso?

Il principale rischio geopolitico per il mondo emergente è legato alle tensioni tra Stati Uniti e Cina, che, oltre alla disputa sulla territorialità di Taiwan, riaccesa dopo la visita sull’isola della Speaker americana Nancy Pelosi, coinvolgono diversi aspetti delle dinamiche economiche, produttive e degli investimenti dei due Paesi.

Un allentamento di queste tensioni, in particolare sul fronte commerciale e della catena del valore, rappresenterebbe un elemento importante per far rientrare, almeno in parte, il pesante de-rating del mercato cinese.

Poiché però un ritorno alle condizioni “pre-Trump” non è ritenuto verosimile, Paesi come il Vietnam (che è riuscito a conquistare quote di mercato in alcuni settori produttivi) o India e Indonesia (che recentemente hanno beneficiato dell’impulso delle riforme) continueranno comunque a rafforzare la propria posizione all’interno dell’area emergente.

Per il nuovo governo il primo banco di prova sarà la legge di bilancio

L’attenzione si focalizzaerà sui rapporti con le istituzioni europee. Da questi dipendono il Pnrr e il controllo degli spread monetari. Pietro Baffico, european economist di abrdn

Le elezioni in Italia hanno portato a una larga maggioranza per la coalizione di destra sia al Senato sia alla Camera dei deputati, in linea con i sondaggi e con le nostre aspettative. I risultati aumentano i rischi di ribasso per le prospettive dell’Italia nel caso in cui il nuovo governo dovesse scontrarsi con le istituzioni europee. Le elezioni sono state caratterizzate da un tasso di astensione record, con una partecipazione intorno al 64%. Questo fenomeno non è nuovo: in tutta Europa gli elettori sembrano sempre meno motivati e nell’ultimo anno hanno lasciato spazio ai partiti di estrema destra e populisti, in un contesto di crisi del costo della vita e dell’infuriare della guerra in Ucraina.

La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che si appresta a diventare la prima donna premier in Italia, ha gradualmente mitigato la retorica di estrema destra ed euroscettica, transizione che suggerisce uno scontro più limitato con le istituzioni europee. Nel tentativo di presentare la coalizione come affidabile, Giorgia Meloni ha insistito sul fatto che sarà prudente con la spesa pubblica e che prenderà in considerazione la nomina di ministri moderati in ruoli chiave del governo. Inoltre, dopo il risultato ha assunto un tono sobrio, riconoscendo le gravi sfide economiche che la attendono. Per gli investitori, tale moderazione può contribuire a mitigare la reazione iniziale del mercato ai risultati elettorali, soprattutto se si considera che l’ampio e prolungato vantaggio dei sondaggi ha dato al mercato tutto il tempo necessario per prezzare l’esito delle elezioni.

Ma se è vero che i partiti della coalizione hanno ammorbidito in modo significativo le loro posizioni euroscettiche in questo ultimo periodo, molto dipenderà dal loro proposito di allentare la disciplina fiscale e di rivedere in parte il programma di riforme già concordato sotto il governo di Draghi.

Il primo banco di prova sarà la Legge di Bilancio, che dovrà essere approvata già in autunno. Le tensioni tra il nuovo governo e le istituzioni europee sono quindi un rischio, che potrebbe compromettere l’erogazione dei fondi europei, aggiungere rischi al ribasso per le prospettive dell’Italia e limitare la capacità della BCE di contenere gli spread sovrani.

Tra inflazione e contrazione, cosa stanno scontando i mercati finanziari?

Filippo Casagrande, head of insurance investment solutions  illustra le linee guida dell’asset allocation di Generali Asset & Wealth Management

La grande domanda che ci dobbiamo porre ora è la seguente: cosa stanno scontando i mercati? Sappiamo che i mercati anticipano le evoluzioni prevedibili dell’economia e le conseguenti mosse delle banche centrali. Nelle ultime settimane, abbiamo assistito ad un notevole riprezzamento delle aspettative sui tassi di interesse.

Ciò ha portato nuovamente a pressioni al ribasso dei prezzi del  mondo obbligazionario, con gli indici total return di bond governativi e credito Investment Grade che sono tornati sui minimi visti a metà giugno 20222 . Infatti, i tassi decennali Bund e Treasury hanno approcciato nuovamente area 1,75% e 3,50%, mentre gli spread del credito pubblico e privato si sono mossi lateralmente negli ultimi tre mesi.

La principale differenza rispetto a tre mesi fa sta nei prezzi che abbiamo nelle  parti brevi delle curve dei rendimenti, diciamo le scadenze dino a 2 /3 anni ; abbiamo, infatti, assistito ad un appiattimento delle curve 2-10 anni, con i tassi a 2 anni che si sono mossi al rialzo più rapidamente, adattandosi alle nuove aspettative dei tassi ufficiali decisi  delle banche centrali.

La curva dei rendimenti  americana per il tratto 2- 10 anni, per esempio,  è arrivata ad avere dei livelli di inversione (negativa) simili a quelli visti nel  2000, mentre la curva dei tassi governativi tedesca con scadenza 2-10 anni è arrivata ad avere  una differenza di soli 20 punti base, il livello più basso dal 2008 (escludendo il periodo Covid). Per quanto concerne i mercati azionari, la fase di recupero iniziata a metà giugno è proseguita fino a metà agosto, grazie al temporaneo calo dei tassi reali.

Tuttavia, i toni poco accomodanti di Fed e BCE hanno spinto i tassi reali di nuovo all’insù e i listini hanno ripreso la discesa, lasciando sul campo la quasi totalità del rimbalzo estivo. Da un punto di vista di stili, le dinamiche Growth vs Value hanno seguito lo stesso percorso: sovraperformance Growth finché i tassi reali scendevano e recupero Value con i tassi in risalita.

Guardando al futuro, rimaniamo senza dubbio in fase di grande incertezza. Ci sono stati però dei progressi in termini di cosa il mercato sta scontando, in particolare nel mondo obbligazionario. Il forte rialzo delle aspettative sui tassi di politica monetaria e l’aumento dei rendimenti del mercato delle ultime settimane migliorano, infatti, il profilo rischio/rendimento delle obbligazioni governative e credito ad alta qualità, offrendo così all’investitore opportunità di investimento.

Ricordiamo che la capacità di individuare il picco dei tassi di interesse (così come i minimi dei mercati rischiosi) è impresa ardua, ma a tali livelli di rendimenti obbligazionari , avere  un approccio di progressivo accumulo appare una strategia da perseguire e consigliabile. Rimaniamo ancora prudenti sul comparto azionario , dove in particolare gli utili societari non hanno ancora segnato revisioni al ribasso, fattore che sorprende visto l’aumentato rischio di recessione.

Inoltre, il rialzo dei tassi reali potrebbe spingere ulteriormente al ribasso i multipli, pesando sulla performance di questa classe di attivi. Al tempo stesso, riconosciamo che il sentiment di mercato espresso dagli operatori  verso il comparto azionario è decisamente prudente e pessimista e questo potrebbe portare a violenti riprese del mercato laddove venissero delle notizie  positive non considerate dal mercato (su tutte una de-escalation della situazione in Ucraina che porti ad una normalizzazione dei prezzi dell’energia in Europa).

Per riassumere, riteniamo che le seguenti siano le principali linee guida per la gestione dell’allocazione tattica dei portafogli:

  • Favoriamo un approccio progressivamente più costruttivo sul rischio duration, specie in titoli governativi e credito di qualità. Ciò non va inteso come un via libera verso una generalizzata estensione della duration dei portafogli
  • All’interno del mondo governativo dei paesi sviluppati manteniamo una preferenza sugli Stati Uniti (Fed più avanti nel processo di normalizzazione, inflazione comincia già a calare, segnali di rallentamento economico più diffusi), mentre rimaniamo ancora prudenti – sebbene meno di prima – sulla parte a breve della curva europea. Così come negli Stati Uniti, non è irragionevole aspettarsi un’inversione della curva tedesca, fenomeno che non si verifica dal 2008.
  • Nel comparto del credito, gli spread Investment Grade sembrano già scontare uno scenario di forte rallentamento economico e offrono rendimenti interessanti. La riapertura del mercato primario dopo la pausa estiva può rappresentare una buona occasione per selezionare nuove emissioni con concessioni di spread generose rispetto al mercato secondario. Dall’altro lato Il mercato High Yield ha fatto molto bene negli ultimi due mesi e quindi ci aspettiamo un consolidamento e è da preferire  un atteggiamento più prudente nel breve termine, influenzato anche dalla nostra visione sul mercato azionario. Rimangono comunque sempre opportune strategie di selezione, in un contesto di maggiore dispersione degli spread tra i diversi emittenti .
  • Sulla componente azionaria, come detto, manteniamo una visione prudente, in attesa di una correzione degli utili (rischio recessione) e/o dei multipli (tassi reali più alti). Per non farsi trovare impreparati di fronte ad un possibile rimbalzo (ad esempio in caso di una de-escalation del conflitto in Ucraina e risoluzione della crisi energetica in Europa), riteniamo opportuno considerare strategie opzionali, sfruttando il recente calo della volatilità del comparto azionario.
  • Manteniamo infine un interesse, seppur con le dovute cautele, per il comparto dei bond emergenti in valuta locale. Molti paesi hanno già tassi di riferimento delle banche centrali molto elevati (a volte prossimi al 10%). Sebbene in termini assoluti rimangano rischi, in termini relativi rispetto ad altre categorie del mondo obbligazionario, questi bond continuano ad offrire opportunità interessanti di diversificazione.
  • Cercare esposizioni a strategie liquid alternative: l’attuale  incertezza dello scenario  macro favorisce le strategie alternative che sono in grado di beneficiare di  diversi scenari con un approccio altamente attivo (long short , event drive..etc . in particolar modo da favorire  le strategie macro discrezionali e sistematiche e le strategie a bassa correlazione.
  • Per quanto riguarda gli investimenti in private assets , considerando il premio di illiquidità e i rendimenti corretti per il rischio, riteniamo che il trend di allocazione graduale verso i mercati privati continuerà , ma ad una velocità inferiore che nel passato , con un forte focus su  strategie difensive e guardando con attenzione alle così dette “strategie distressed “

Sempre più professionisti nelle reti Fideuram, Sanpaolo Invest e IW Private Investments

Da inizio anno, nelle reti Fideuram, Sanpaolo Invest e IW Private Investments sono stati inseriti 225 nuovi private banker.

Il numero complessivo dei private banker delle reti Fideuram, Sanpaolo Invest e IW Private Investments al 31 agosto risultava pari a 5.493 professionisti.

Ecco alcuni inserimenti di rilievo nei mesi di luglio e agosto delle Reti Fideuram e Sanpaolo Invest. In Emilia-Romagna per Fideuram troviamo Manuela Massari e Sabrina Zanichelli, e per SanPaolo Invest Claudio Ciolli in Toscana e Manuela Rado in Lombardia.

Gli em sono più virtuosi ma non immuni

azionario emergenti

L’eventuale risoluzione dei problemi geopolitici porterebbe vantaggi a singole aree dell’universo emergente.  Intervista a Giovanni Buffa, senior fund manager di AcomeA SGR

Credete che le aspettative di prospettive economiche migliori in molti paesi emergenti contribuiranno ad attenuare il rischio rappresentato dall’aumento dei tassi di interesse globali?

Le aspettative sulla crescita economica mondiale si sono parecchio ridimensionate in questi primi nove mesi dell’anno. La guerra in Ucraina, il ciclo di rialzo dei tassi di interesse causato da un’inflazione galoppante nei paesi occidentali e non solo, la Zero Covid Policy della Cina e, non da ultimo, la crisi energetica che sta attanagliando soprattutto l’Europa, sono tutti fattori che hanno inciso ed incideranno nel prossimo futuro sui consumi e sulla crescita economica globale.

I paesi emergenti, pur essendo più virtuosi rispetto a qualche anno fa, non sono immuni dal rallentamento in atto, soprattutto considerando che i veri motori della domanda globale, Stati Uniti, Europa e Cina in primis, vivono per diverse ragioni momenti difficili. Detto questo la “buona” notizia è che i mercati azionari emergenti, se espressi in valuta locale, perdono circa il 17% da inizio anno, quindi, le Borse stanno già almeno parzialmente scontando questo scenario negativo.

Giovanni Buffa

Quali paesi o aree emergenti potrebbero uscire rafforzate in caso di attenuazione o risoluzione delle tensioni geopolitiche in corso?

In linea di massima, tutti i mercati azionari globali riceverebbero una bella spinta rialzista da un’attenuazione dei conflitti geopolitici. Un’eventuale risoluzione della guerra in Ucraina beneficerebbe anzitutto i paesi dell’Europa dell’Est e le loro valute, oltre chiaramente all’Europa e all’Euro.  Un ipotetico accordo di pace/cessate il fuoco non porterebbe probabilmente ad un’immediata abolizione delle sanzioni alla Russia (anche se le stesse potrebbero far parte dell’accordo stesso) e i problemi di approvvigionamento energetico rimarrebbero almeno nel breve periodo, ma sicuramente rappresenterebbe un bel passo avanti. Tuttavia, questa eventualità appare poco probabile, almeno nei prossimi mesi, anche se nessuno può prevedere l’andamento della guerra alla luce dei recenti avvenimenti. Per quanto riguarda il conflitto Cina-Taiwan-Stati Uniti, la situazione è molto complessa e non vediamo una risoluzione della stessa all’orizzonte. I rapporti tra Usa e Cina sono ormai molto freddi e continueranno ad esserlo per i prossimi anni, ma un ritorno allo status quo potrebbe comunque beneficiare i mercati di Hong Kong, Taipei e Seul.

Esito elezioni italiane già prezzato dal mercato

Il mercato si aspettava il risultato e attende le scelte che il nuovo esecutivo annuncerà nei prossimi mesi. Andy Mulliner, head of global aggregate strategies di Janus Henderson

Alle elezioni politiche, Fratelli d’Italia è risultato il primo partito, un esito in linea con quanto indicato dai sondaggi finali di un paio di settimane fa. La coalizione di partiti di destra sembra aver conquistato la maggioranza in entrambe le camere, ma non è probabile che ottenga la super maggioranza (maggioranza dei 2/3) che le avrebbe permesso di apportare modifiche unilaterali alla costituzione.

Forse altrettanto importante per gli investitori è la performance relativa dei partiti in queste elezioni. Nella coalizione di destra, come previsto, Fratelli d’Italia ha conquistato la quota maggiore di voti rispetto a qualsiasi altro partito, ma la Lega (guidata da Matteo Salvini) sembra non aver raggiunto le aspettative e potrebbe finire con meno del 10% dei voti.

Si tratta di una grande inversione di tendenza rispetto a qualche anno fa, quando la Lega era il partito più popolare in Italia secondo i sondaggi, e a sua volta ridimensiona la probabilità che Salvini e la sua politica siano così dominanti nel definire il tono politico come ci si sarebbe potuto aspettare. Questo è un dato relativamente positivo per i mercati, vista la retorica storicamente incendiaria di Salvini e, più pertinentemente, le sue recenti richieste di massicci stimoli fiscali.

In definitiva, si tratta del risultato che il mercato si aspettava e potrebbe esserci un modesto vantaggio nelle sfumature del risultato. Tuttavia, il mercato si aspetta che anche un governo di destra non possa permettersi di buttare all’aria l’attuale piano di recupero e resilienza che è alla base dell’accesso dell’Italia ai sostanziosi fondi Next Generation EU, ipotesi che potrebbe essere messa alla prova nei prossimi giorni e con essa lo spread tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani e tedeschi.