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Obbligazioni sostenibili, ecco le principali novità del mercato

Il mercato dei bond ESG, che comprende obbligazioni green, sociali, sostenibili e legate alla sostenibilità, si è espanso rapidamente negli ultimi anni. David P. Loevinger, managing director, Emerging Markets, TCW

Solo lo scorso anno, le nuove emissioni hanno superato i 1.000 miliardi di dollari. Solo nel 2007 è stato emesso il primo green bond, e ora alcuni operatori di mercato prevedono un’emissione annuale di 5.000 miliardi di dollari entro la fine del decennio.

Non solo sono cresciute le dimensioni dell’emissione, ma anche la diversità degli emittenti e l’innovazione delle strutture obbligazionarie. Non molto tempo fa, i green bond erano considerati strumenti del settore pubblico, con emittenti primari tra cui banche di sviluppo, sovrani e comuni, di solito provenienti dai mercati sviluppati. Oggi, gli emittenti di green bond spaziano tra i mercati sviluppati ed emergenti, nonché tra le imprese di diversi settori. Oltre ai green bond, la categoria “use of proceeds” si è ampliata fino a includere i social bond e le obbligazioni di sostenibilità, con l’uso dei proventi dei social bond destinati a obiettivi quali la riduzione delle disuguaglianze di reddito e l’aumento dell’accesso ad alloggi a prezzi accessibili. Nel 2021 i social bond sono stati utilizzati in modo massiccio per finanziare i programmi di soccorso in caso di pandemia. Recentemente, la Banca di Sviluppo del Consiglio d’Europa ha raccolto 1 miliardo di euro in un social bond con proventi destinati al sostegno dei rifugiati ucraini. Le obbligazioni di sostenibilità colgono le caratteristiche dei green bond e dei social bond, destinando i fondi a progetti sia ambientali che sociali.

Mentre i bond green, sociali e di sostenibilità sono strumenti che prevedono l’uso dei proventi – cioè i fondi raccolti con l’emissione di obbligazioni sostengono direttamente progetti ambientali e sociali – le obbligazioni legate alla sostenibilità (“SLB”) consentono di utilizzare i proventi per scopi generali e di responsabilizzare gli emittenti nei confronti delle loro strategie di sostenibilità pubblicizzate. Le strutture degli SLB legano i costi di finanziamento a obiettivi di performance di sostenibilità (“SPT”) vincolati nel tempo.

Se un emittente non riesce a raggiungere gli SPT identificati, la cedola dell’obbligazione di solito “aumenta” per compensare l’investitore. Nel 2019, l’azienda energetica italiana Enel ha fatto notizia quando ha annunciato la prima emissione di obbligazioni legate alla sostenibilità al mondo con un obiettivo di performance di sostenibilità relativo all’aumento della base di energie rinnovabili nel suo mix energetico. Da tempo considerata un leader nelle emissioni ESG, la società si è impegnata pubblicamente a spostare la propria produzione energetica dai combustibili fossili al 100% di energie rinnovabili. Dal 2019, utilizza le obbligazioni legate alla sostenibilità per finanziare la propria strategia aziendale. Sebbene esistano precedenti di obiettivi di performance di sostenibilità nei contratti di prestito, la struttura SLB è diventata sempre più popolare dopo l’esempio di Enel.

Le emissioni di SLB hanno registrato un’impennata nel 2021 e sono proseguite nel 2022, per un totale di 22 miliardi di dollari (+117% su base annua) e hanno sostenuto il mercato dei GSSS (Green, Social, Sustainability and Sustainability-Linked Bond) nel primo trimestre del 2012.

Un vantaggio degli SLB è la loro capacità di sbloccare l’accesso a pool di capitali molto più ampi di quanto non possano fare le obbligazioni “use of proceeds”, perché non vincolano i fondi raccolti dalle emissioni obbligazionarie a progetti specifici né richiedono la rendicontazione o la verifica dell’utilizzo dei proventi.

Questa flessibilità consente agli emittenti meno sofisticati o a quelli dei settori più rischiosi di accedere al mercato dei bond ESG e di diversificare la propria base di investitori.

Sebbene gli SLB stiano guidando l’aumento dell’offerta di obbligazioni ESG, possono suscitare critiche da parte di investitori puristi che mettono in dubbio la buonafede delle obbligazioni in materia di sostenibilità. Poiché gli emittenti stabiliscono i propri obiettivi di performance di sostenibilità, vi è un’ampia variabilità nel livello di ambizione e di rilevanza degli SPT rispetto ai modelli di business principali degli emittenti. Quando gli SPT sono scritti in modo da essere facilmente raggiungibili o non affrontano i principali rischi di sostenibilità in un determinato modello di business, rivelano una mancanza di intenzionalità da parte dell’emittente. Gli investitori stanno diventando più esigenti nel valutare la solidità degli SPT, in particolare per quanto riguarda gli sforzi di decarbonizzazione.  Si prevede che lo slancio nello spazio SLB continuerà fino al 2022, nonostante il crescente scetticismo sulla credibilità degli SLB.

Nel primo trimestre del 2022, segnaliamo le seguenti emissioni obbligazionarie ESG, che rappresentano grandi operazioni, strutture innovative o nuovi emittenti sul mercato.

A marzo, il Cile ha emesso il primo SLB sovrano al mondo. L’emissione, del valore di 2 miliardi di dollari e con una cedola del 4,346%, è stata superata di 4,1 volte con l’investimento di numerosi fondi. II bond aderisce all’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, stabilendo che il Paese non emetta più di 95 tonnellate metriche di CO2 entro il 2030. Questo parametro è legato ai Contributi Nazionali Determinati (NDC) del Paese per la decarbonizzazione. Inoltre, l’obbligazione è legata all’obiettivo di raggiungere il 60% della produzione di energia elettrica entro il 2032.

La Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS) e la Banca Mondiale hanno fatto notizia a fine marzo con l’annuncio di un Bond quinquennale per lo Sviluppo Sostenibile da 150 milioni di dollari, soprannominato “Rhino Bond”. La struttura dell’obbligazione comprende un potenziale pagamento di performance da parte del Fondo Mondiale per l’Ambiente (“GEF”), finalizzato alla protezione e all’aumento delle popolazioni di rinoceronte nero in due aree protette del Sudafrica. Strutture di finanziamento creative e progetti unici di conservazione della fauna selvatica hanno attirato investitori globali, tra cui Nuveen, uno dei principali gestori fixed income per la sostenibilità negli Stati Uniti.

La società britannica di investimento e sviluppo immobiliare Segro ha emesso il suo secondo green bond con un’emissione senior unsecured green da 1,15 miliardi di euro suddivisa in due tranche. L’obbligazione ha superato di sei volte la sottoscrizione. I proventi saranno utilizzati per il finanziamento o il rifinanziamento di edifici green, trasporti puliti, energie rinnovabili, efficienza energetica, prevenzione/controllo dell’inquinamento, biodiversità terrestre e conservazione. Segro è riconosciuta come leader nel campo della sostenibilità; il suo modello di business è allineato all’Accordo di Parigi e mira a operazioni a zero emissioni entro il 2030.

E’ arrivata l’ora della selezione sul Nasdaq

US tech, tecnologia
La maggior parte delle società di sicurezza informatica sono un buon esempio di voce fuori dal coro nel tech a stelle e strisce. Rahul Bhushan, Co-founder di Rize ETF

 

Rahul Bhushan
Dopo le perdite degli ultimi mesi, pensa che i titoli tecnologici statunitensi abbiano completamente scontato gli effetti negativi della politica monetaria della Fed?

I recenti dati sull’inflazione, comprese le letture elevate dell’IPC negli Stati Uniti, hanno attirato l’attenzione degli investitori nell’ultimo periodo. Sebbene ciò abbia portato ad una volatilità di breve termine, è facile dimenticare che siamo in un mercato ribassista da novembre dello scorso anno con il NASDAQ 100 attualmente in calo di circa il 24%.

Dopo l’inizio della pandemia, le banche centrali hanno inondato il mercato di liquidità e ciò ha avuto un effetto marea crescente su tutte le asset class. Quello che stiamo vedendo ora con la stretta monetaria è l’effetto inverso e le valutazioni sono tornate con i piedi per terra e, a nostro avviso, ora sono a livelli più interessanti. La nostra opinione è che il mercato stia già scontando i numerosi rialzi dei tassi che saranno probabilmente necessari per domare l’inflazione.

Riteniamo inoltre che le banche centrali, sebbene in ritardo, abbiano e utilizzeranno gli strumenti necessari per tenere sotto controllo l’inflazione. Questo sentimento si riflette in un cambiamento nella retorica del presidente della Federal Reserve Jerome Powell, che recentemente è diventato molto più aggressivo e sta persino considerando di aumentare il policy rate al di sopra di quello che molti considerano il tasso neutro (il tasso che non stimola né frena la crescita economica).

Inoltre, nell’ultima stagione degli utili è quasi impossibile trovare qualcuno che non riconosca la minaccia dell’inflazione e il rischio che ciò comporta in termini di compressione dei margini e capacità di trasferire l’inflazione dei costi di input ai consumatori. Questi rischi sono stati ora ampiamente recepiti dal mercato e si riflettono nella recente azione sui prezzi.

Sebbene riconosciamo che il settore tecnologico ha una duration più lunga e quindi sensibile ai tassi di interesse, riteniamo che i rischi legati alle valutazioni andando avanti saranno più pronunciati nel caso di una potenziale escalation di eventi geopolitici come l’invasione russa in Ucraina o ulteriori blocchi in Cina.

Molte aziende tecnologiche hanno approfittato di tassi bassi per aumentare i livelli di debito. Crede che questi livelli siano sostenibili nel medio termine o rappresentino un importante fattore di rischio per l’asset class (troppa leva finanziaria)?

Il ciclo di rialzo dei tassi ha indotto gli investitori a iniziare a esaminare le valutazioni in modo più critico. Quando la marea di liquidità si esaurisce, la mentalità del “compra tutto” non funziona più e ci ritroviamo sia con società redditizie che stanno prosperando, sia con società non redditizie con presupposti discutibili sul valore e sulla crescita futura.

La leva finanziaria non è necessariamente una cosa negativa in quanto consente alle aziende di scalare più rapidamente, ma diventa un problema quando non viene generato un flusso di cassa sufficiente per coprire i costi di finanziamento.

Detto questo, negli ultimi trimestri le società tecnologiche statunitensi hanno effettivamente ridotto l’indebitamento e rafforzato i propri bilanci. Se osserviamo l’indice NASDAQ Composite, il rapporto di indebitamento, una misura ampiamente seguita della leva aziendale che calcola il debito totale come percentuale del patrimonio netto degli azionisti, è lentamente diminuito negli ultimi trimestri.

Secondo Bloomberg, nel secondo trimestre del 2020 la leva finanziaria si è attestata al 97,66%, ma è scesa ogni trimestre a solo il 76,19% nel primo trimestre del 2022. Allo stesso modo, il debito totale è sceso da un picco di 2,01 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2021 a 1,99 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2022 Secondo S&P, il settore tecnologico ha anche la leva più bassa tra i 10 settori non finanziari che traccia.

Quindi, i dati non tengono conto dell’idea che la tecnologia statunitense sia sovraindebitata in termini relativi. Sebbene sia vero che ci saranno alcuni perdenti sotto forma di società sovraindebitate senza una crescita dei ricavi sufficiente a coprire il rimborso dei debiti, la nostra opinione è che i motori di crescita possono essere trovati all’interno del settore. La maggior parte delle società di sicurezza informatica, ad esempio, continua a superare costantemente le previsioni degli analisti per quanto riguarda la crescita dei ricavi e degli utili.

Ciò è particolarmente vero poiché la domanda anelastica rispetto al prezzo di prodotti per la sicurezza informatica sta diventando più un punto fermo che un elemento discrezionale in un mondo sempre più digitalizzato.

Anche il debt ratio per i nomi del settore della cyber security è inferiore a quello della tecnologia più ampia con appena il 68,64%. Nel complesso, a nostro avviso, sebbene prevediamo che l’ambiente attuale provocherà l’insolvenza di molte società zombi, riteniamo anche che la leva finanziaria continuerà a essere un fattore essenziale di crescita per le opportunità nel futuro della tecnologia statunitense.

E’ il momento giusto per tornare a investire in bond?

Carl Jones, senior investment director, abrdn, fa il punto della situazione sul mercato obbligazionario e delinea la strategia per cogliere le migliori opportunità

L’inflazione è tornata. Per quattro decenni gli investitori non hanno dovuto tenere conto di un’inflazione in crescita, come quella che oggi sta mettendo in crisi i metodi tradizionali di diversificazione e di investimento multi-asset.

L’allocazione di portafoglio preferita da tempo, 60/40 tra azioni e obbligazioni, si è rivelata carente. Con la contemporanea perdita di valore delle obbligazioni e delle azioni, gli investitori non possono più fare affidamento sulle obbligazioni per garantire la diversificazione rispetto alle azioni.

A questo punto ci si può aspettare una rinascita dei titoli obbligazionari nei prossimi 12 mesi? Noi crediamo di sì e siamo alla ricerca dei segnali giusti per aumentare l’esposizione a questa asset class, pur tenendo presente che il tempismo è determinante. La strada per riportare i portafogli a un pieno carico di obbligazioni sarà probabilmente accidentata. In effetti, la visibilità sull’esito macro finale è talmente scarsa che si potrebbe paragonare questo viaggio a guidare di notte, durante un temporale, con i fari spenti. La situazione è incredibilmente volatile, in quanto fattori quali geopolitica, politica monetaria e interruzioni nelle catene di approvvigionamento potrebbero cambiare da un momento all’altro, portando al superamento (o al mancato raggiungimento) degli obiettivi.

Quindi, quali indicatori dobbiamo cercare lungo il percorso? La storia non si ripete, ma spesso fa rima e possiamo guardare al passato per orientarci. Quando la Federal Reserve ha aumentato i tassi di interesse in passato, abbiamo cercato di stabilire in quale punto dei cicli di rialzo dei tassi, i rendimenti obbligazionari tendono a stabilizzarsi. Se si considerano i dati risalenti agli anni ’80, si può affermare che i rendimenti obbligazionari devono arrivare a un buon punto del ciclo di rialzo prima di raggiungere il picco.

Per quanto tempo pensiamo che questo ciclo di rialzo dei tassi si protrarrà? Stimiamo un ciclo di rialzi non troppo diverso da quello attualmente stimato dai mercati, ma la distribuzione intorno a questo valore può essere piuttosto ampia. Potremmo arrivare a fine estate, dopo qualche altro rialzo dei tassi di 50 punti base, prima di ritenerci rassicurati sul fatto che stiamo entrando nella fase finale del ciclo di rialzi della Fed. Potrebbe essere prima oppure più in là nel tempo; non ci resta che aspettare.

Prendiamo inoltre in considerazione una serie di indicatori di crescita e di inflazione che confermino che la crescita stia rallentando in modo significativo e che le pressioni inflazionistiche abbiano raggiunto il loro picco e si stiano esaurendo. Sul fronte della crescita, stiamo monitorando attentamente l’indice dell’Institute of Supply Managers (ISM) e il Citigroup Economics Surprise Index (CESI). Per quanto riguarda l’inflazione, ci auguriamo di vedere l’inflazione core (piuttosto che quella complessiva) scendere a livelli più nella norma, in quanto ciò potrebbe segnalare la fine dei rialzi della Fed e una maggiore certezza che l’inflazione stia raggiungendo il suo picco. In questo momento, l’inflazione è una vera sfida. È dagli anni ’70 e ’80 che non si registravano questi livelli e siamo alla ricerca di segnali che indichino che non è in atto una spirale salari-prezzi.

Anche se abbiamo in mente dei livelli target per i rendimenti obbligazionari prima di ricominciare ad aumentare la nostra esposizione, preferiamo combinarli con i parametri fondamentali evidenziati in precedenza, piuttosto che basarci esclusivamente sui livelli dei rendimenti. C’è il rischio che i tassi d’interesse salgano molto? In questa fase è possibile. Ma a causa della quantità di debito presente nell’economia, il livello a cui i tassi possono salire è probabilmente molto più basso rispetto al passato.

Se il livello dei rendimenti è importante, lo è anche il tasso di variazione dei rendimenti. Se i consumatori, le aziende e i governi si aspettano di rimborsare il debito a un determinato tasso e questo cambia improvvisamente, ciò fa una grande differenza per ogni tipo di decisione, dalla spesa agli investimenti. Per ora controlliamo gli pneumatici, facciamo il pieno di carburante e ci prepariamo al meglio per il viaggio che ci attende.

Si semina ora per l’inflazione futura

Il costo crescente dei fertilizzanti indica che i semi della futura inflazione sono già stati sparsi, dando ai governi e alle Banche Centrali ancora un altro grattacapo sul fronte del carovita. Team Global Fixed Income, Currency and Commodities Group di J.P. Morgan Asset Management

 

Fondamentali

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha provocato diffuse interruzioni delle forniture nei mercati delle materie prime ed è la principale causa dei rincari alimentari registrati quest’anno su scala mondiale.

Prima della guerra, la Russia e l’Ucraina contribuivano per quasi il 30% alla produzione mondiale di grano. Secondo le stime delle Nazioni Unite, almeno il 20% dei terreni coltivabili dell’Ucraina non è più utilizzabile per scopi agricoli. Inoltre, il blocco dei porti ha fatto perdere all’Ucraina più del 60% delle esportazioni di grano rispetto a un anno fa.

In prospettiva, la produzione di grano sembra ulteriormente compromessa dai rincari dei fertilizzanti il cui ruolo è fondamentale per accrescere la resa delle coltivazioni. I costi di produzione dei fertilizzanti stanno salendo anche per il rialzo dei prezzi del gas naturale che hanno subito un’impennata dopo le sanzioni comminate alla Russia.

Questo, a sua volta, fa aumentare i costi legati alla semina e potrebbe alla fine spingere ancora più al rialzo i prezzi dei generi alimentari, evenienza che crea particolari difficoltà ai Paesi Emergenti dove le famiglie sono estremamente sensibili a questo tipo di rincaro. Le crescenti preoccupazioni sulla sicurezza alimentare hanno già spinto alcuni governi ad adottare contromisure.

Ad esempio, l’India ha proibito le esportazioni di grano nel tentativo di garantire l’approvvigionamento a livello nazionale. In aree vulnerabili del mondo, quali Asia e Medio Oriente, i governi potrebbero mettere in campo altri interventi per prevenire tensioni politiche. Tuttavia, un aumento della spesa fiscale potrebbe accentuare ulteriormente le spinte inflazionistiche, soprattutto nelle economie emergenti.

Valutazioni quantitative

La possibilità di rincari alimentari associata a successivi stimoli fiscali sotto forma di sussidi pubblici mirati produce ricadute a catena per le Banche Centrali di tutto il mondo. Per contenere le pressioni inflazionistiche molte di esse (ad eccezione della PBOC cinese) hanno già previsto misure di inasprimento monetario nel 2022.

La maggiore emissione di debito pubblico per aiutare le popolazioni in difficoltà potrebbe costringere le Banche Centrali a ulteriori strette monetarie, spingendo i rendimenti obbligazionari verso ulteriori rialzi. Anche i cambi valutari potrebbero avere ripercussioni sui mercati delle materie prime e sui paesi emergenti.

Nelle ultime settimane il dollaro statunitense ha toccato il massimo di 19 anni, accentuando la pressione sulle economie emergenti: sono infatti saliti i costi sia per il servizio del debito estero che per le imprese nazionali che acquistano materie prime dall’estero.

Fattori tecnici

Mentre le autorità sono impegnate a combattere il carovita, nel corso della settimana gli investitori si sono sentiti in qualche modo rassicurati dall’iniziale ripristino delle tradizionali relazioni di mercato. Storicamente, gli attivi rischiosi hanno una correlazione negativa con la duration.

Secondo tale correlazione, quando nei mercati si accentua l’avversione al rischio, un portafoglio diversificato viene in qualche modo tutelato da un rally della duration. Tuttavia, per gran parte del 2022 questa dinamica è diventata positiva inferendo un duro colpo ai rendimenti da inizio anno.

Fortunatamente, si scorgono i primi segnali di ripristino della correlazione negativa, accompagnata da una certa diversificazione dei portafogli e dalla sensazione che i mercati obbligazionari comincino a ritrovare un po’ di stabilità. (Dati aggiornati al 18 maggio 2022).

Cosa significa per gli investitori obbligazionari?

Le perduranti difficoltà del mercato delle materie prime provocate dal conflitto russo-ucraino sono i semi che potrebbero far crescere l’inflazione in futuro. Verosimilmente, un’estensione del conflitto porterà a notevoli rincari del grano, con effetti a catena per l’inflazione mondiale.

Gli investitori devono tenere sotto stretta osservazione le mosse delle autorità che sono, di fatto, impegnate a trovare un equilibrio tra l’esigenza di sostenere le popolazioni già in grosse difficoltà e quella di contenere le costanti spinte inflazionistiche.

Con l’evolversi della situazione la volatilità dei mercati dovrebbe rimanere elevata. Tuttavia, il ripristino della correlazione negativa tra duration e attivi rischiosi indica che questi mercati potrebbero essere in via di stabilizzazione.

Bank of Korea alza i tassi d’interesse di 25 bps

Apertura positiva per le borse europee. L’agenda macro di oggi prevede nel corso della mattina la fiducia dei consumatori e delle imprese in Italia. Aggiornamento sui mercati a cura di UniCredit

 

L’agenda macro di oggi, giovedì 26 maggio, prevede nel corso della mattina la
fiducia dei consumatori e delle imprese in Italia, mentre nel pomeriggio dagli
Stati Uniti giungeranno il Pil del primo trimestre e le nuove richieste settimanali
di sussidi alla disoccupazione.

Sul versante europeo, secondo quanto comunicato dalla Society of Motor
Manufacturers and Traders (Smmt), in aprile la produzione di auto è crollata in
Gran Bretagna dell’11,3% annuo a 60.554 vetture uscite dagli impianti. Il dato
segna una contrazione del 14,7% rispetto all’aprile 2019, mese che a sua volta
aveva registrato un tracollo del 44,5% sull’aprile 2018 a causa delle chiusure
riprogrammate per mitigare la possibilità di una Brexit senza accordi. La
performance più recente è invece stata condizionata ancora dalla crisi dei chip e
dalla guerra in Ucraina che ha aggravato i problemi alla supply chain globale
(Kiev vanta un’importante industria di componentistica per l’automotive).

Sul fronte asiatico, Bank of Korea (la Banca centrale di Seoul) ha alzato i tassi
d’interesse di 25 bps all’1,75% dopo averli aumentati dello stesso ammontare
nei meeting di gennaio e aprile e prima ancora in agosto e novembre 2021 (il
precedente intervento, una riduzione di 25 bps, risaliva al maggio 2020). La
decisione del Monetary Policy Board era attesa: la maggioranza dei 26
economisti che componevano il consensus l’aveva infatti prevista. Bank of Korea
ha rivisto al ribasso dal 3,0% al 2,7% la stima di crescita del Pil sudcoreano nel
2022. Inoltre, secondo quanto reso noto su base preliminare dalla Bank of Japan,
in aprile il Corporate Services Price Index (Cspi, l’indice dei prezzi dei servizi alle
imprese) è salito in Giappone dell’1,7% annuo contro l’1,3% di marzo (1,1% in
febbraio) e l’1,5% del consensus. Su base sequenziale l’indice è invece rimasto
invariato contro la precedente crescita dello 0,9% (invariata anche la lettura
relativa a febbraio).

Da oltreoceano, secondo quanto comunicato dalla Fundação Getulio Vargas
(Fgv), in maggio l’indice della fiducia dei consumatori ha registrato in Brasile
un declino a 75,5 pts dai 78,6 pts della lettura finale di aprile (74,8 pts in
marzo). L’indice rimane sotto quota 100 pts dal novembre 2014.

Il cross euro/dollaro vale 1,0670 in calo di 0,06%, mentre il cambio euro/yen si
attesta su 135,73 in rialzo dello 0,06% e il cambio usd/jpy scambia a 127,38 in
rialzo di 0,05%.
Derivati sul greggio positivi stamane. Il futures sul Brent guadagna lo 0,18% a
USD 114,24% il barile, mentre WTI Usa sale dello 0,38% a USD 110,75.

Stamane il Bund future ha aperto a 154,21 il Btp future a 129,34. Lo spread
Btp/Bund riparte da 197 pts, con il rendimento del nostro Btp decennale al
2,896.

Apertura positiva per le borse europee, con Piazza Affari che guadagna lo
0,19%. Misti i titoli bancari. In rialzo Snam, Hera, Leonardo, Tenaris e CNH
Industrial. In ribasso, invece, STMicroelectronics, Interpump Grou, Iveco Group,
Amplifon e Telecom Italia.

Azionariato asiatico complessivamente negativo stamane con il Nikkei 225
della borsa di Tokyo in ribasso dello 0,27%, Hong Kong dello 0,73%, Shanghai
sale dello 0,44%, Seoul cala dello 0,18% mentre Sidney perde lo 0,69%. Dopo
una seduta di recupero per Wall Street, alla riapertura degli scambi sui mercati
asiatici la tendenza si è fatta contrastata, virando sostanzialmente in negativo.

Fattore ribassista, nonostante non ci siano di fatto novità, sono i verbali relativi al
meeting di 3-4 maggio del Federal Open Market Committee, che confermano gli
assai probabili nuovi rialzi dei tassi Usa di 50 bps anche nelle prossime due riunioni.

Gli investitori sperano che le mosse dell’istituto centrale di Washington riescano a
raffreddare l’inflazione ma rimane il timore che la stretta monetaria freni l’attività
economica e colpisca in particolare le economie emergenti dell’Asia.

La Borsa di New York ha chiuso la seduta in rialzo. Il Dow Jones ha guadagnato
lo 0,60%, l’S&P 500 lo 0,95%, mentre il Nasdaq Composite è salito
dell’1,44%. La Federal Reserve (Fed) vuole andare “speditamente” verso una
politica monetaria più neutrale e per questo nei prossimi due meeting del
Federal Open Market Committee (Fomc, la commissione della Fed che si
occupa di politiche monetarie) sono attesi nuovi rialzi dei tassi d’interesse Usa
di 50 bps.

Tra i titoli in evidenza Nordstrom +13,83%. Il gruppo d’abbigliamento ha
presentato risultati per il primo trimestre segnati dal ritorno in utile per USD 20
mln, pari a 13 centesimi per azione, contro il rosso di 166 mln, e USD 1,05, di
un anno prima. I ricavi sono rimbalzati del 18,7% annuo a USD 3,57 mld,
contro i 3,28 mld del consensus. Parallelamente all’annuncio di un nuovo
buyback da USD 500 mln, la società ha alzato da 5% -7% a 6% -8% la stima di
crescita dei ricavi nell’intero esercizio.

Segnali di recessione?

Analizzando gli indicatori macroeconomici più recenti, la cautela è d’obbligo su scala globale, in particolare in Europa. Mabrouk Chetouane & Nicolas Malagardis, Global Market Strategy, NIM Solutions

 

I primi indicatori disponibili confermano una fase di rallentamento. Le stime preliminari di crescita dell’Eurozona hanno mostrato una crescita solo dello 0,2% nel 1° trimestre, sostenuta principalmente da Germania e Spagna.

La crescita dell’Italia per esempio, è stata negativa. Mentre quella della Francia piatta; la spesa per i consumi ha pesato molto sulla crescita economica (-1,2% trimestre su trimestre), dando una prima indicazione degli effetti negativi dell’inflazione sul reddito delle famiglie.

Inoltre, nello stesso periodo, l’economia USA si è contratta a un tasso annualizzato del -1,4%. La sottoperformance degli USA è stata legata principalmente al commercio estero, in quanto le importazioni di beni e servizi sono aumentate dell’11,7% nel corso del trimestre. Probabilmente a causa del rafforzamento del dollaro e della solidità della domanda.

In effetti, escludendo le esportazioni nette e le variazioni delle scorte, l’attività negli Stati Uniti è cresciuta del +2,7%, considerazione che lascia intendere come la domanda interna rimanga solida.

Tuttavia, se analizziamo gli indicatori macroeconomici più recenti, la cautela è d’obbligo soprattutto in Europa. L’indice IFO tedesco, che riflette lo stato del sentiment delle imprese, è sceso bruscamente ad aprile, a causa del calo della componente “aspettative economiche” dell’indice stesso.

Inoltre, la produzione industriale e dei beni durevoli hanno sorpreso la maggior parte degli economisti, indicando entrambi una contrazione. Ciò suggerisce che la principale economia dell’Eurozona probabilmente subirà un rallentamento. O addirittura un’ipotetica recessione, nel corso del secondo trimestre.

Allo stesso modo, ad aprile la fiducia delle famiglie nel Regno Unito è crollata a livelli più bassi anche di quelli registrati durante la crisi pandemica. Sia l’aumento dei prezzi al consumo – che si prevede raggiungerà il 10% su base annua nel breve – sia il rischio di recessione di cui ha parlato la Banca d’Inghilterra, sono senza dubbio all’origine del deterioramento del sentiment delle famiglie.

Negli Stati Uniti, il contesto economico rimane solido e la domanda mostra segnali di ripresa. Tuttavia, riconosciamo l’esistenza di numerosi ostacoli che potrebbero danneggiare il ciclo economico americano costringendo le famiglie ad attingere ai propri risparmi.

L’aspetto più preoccupante dell’economia statunitense continua a essere il mercato del lavoro. In questo senso, sebbene il livello di creazione di posti di lavoro rimanga molto alto rispetto agli standard storici, il tasso di partecipazione al lavoro rimane al di sotto del livello pre-pandemico, poiché le persone non tornano a lavorare.

Ciò ha portato a uno dei mercati del lavoro più rigidi di sempre. L’elevato livello di attività insieme all’attuale carenza di offerta di lavoro si traduce meccanicamente in un numero record di posti di lavoro vacanti.

Tombolini, dal 1921 tradizione enologica marchigiana

Tombolini è Verdicchio. Dal 1921, l’azienda vitivinicola marchigiana ha contribuito a rendere conosciuto nel mondo questo vitigno a bacca bianca dalle qualità straordinarie, facendosi portavoce della tradizione enologica delle Marche.

Oggi Tombolini inaugura un nuovo corso improntato al recupero di una storia che ha pochi eguali nelle Marche e all’esaltazione del carattere unico del Verdicchio dei Castelli di Jesi.

Un cambio di passo voluto da Carlo Paoloni, che guida lo sviluppo dell’azienda di famiglia con un approccio innovatore, portando avanti un progetto incentrato sulla valorizzazione del terroir unico di Staffolo e sulla sperimentazione di nuove tecniche di vinificazione. Icona del nuovo corso è l’anfora Tombolini “100 anni”, una bottiglia gioiello creata per contenere i migliori Verdicchio dell’azienda. 

Tombolini tra passato e futuro

Tra i fondatori delle DOC più importanti delle Marche, il Verdicchio dei Castelli di Jesi e il Rosso Conero, la famiglia Tombolini è stata pioniera nel valorizzare i Castelli di Jesi, utilizzando già dagli anni ’50 l’iconica bottiglia ad anfora, che ha reso il Verdicchio riconoscibile in tutto il mondo, e scegliendo di vinificare in acciaio, a temperatura controllata, Verdicchio in purezza già nei primi anni ’70.

Oggi, sulle colline di Staffolo, nel cuore della zona storica del Verdicchio, Tombolini produce Verdicchio con cura artigianale, che va di pari passo con l’impiego delle tecniche più avanzate in cantina, e in armonia con l’ambiente.

2013

Il nuovo corso della storica cantina marchigiana inizia nel 2013, quando Carlo Paoloni decide di affiancare nella proprietà la madre Fulvia Tombolini, donna di grande tenacia e visione che ha contribuito in maniera determinante allo sviluppo dell’azienda e ad avviare un percorso verso una viticoltura sostenibile.

“Abbiamo studiato i vigneti con occhi nuovi – spiega Carlo Paoloni – con l’intento di valorizzare il nostro patrimonio più grande: 14 appezzamenti, caratterizzati da suoli molto diversi, che seguiamo ognuno in modo specifico, con viti che hanno dai 25 ai 50 anni d’età. Poi ci siamo concentrati sulla cantina, utilizzando tecniche e contenitori innovativi, come le uova di cemento, facendo sperimentazione sì, ma con un obiettivo ben preciso: puntare sull’identità del Verdicchio dei Castelli di Jesi con l’idea di ottenere la massima espressione di questo vitigno. Sono nati due Verdicchio straordinari. E’ nato un progetto non dettato dalla nostalgia, ma dal desiderio di integrare il meglio del passato nel nostro presente. Abbiamo pensato di avere titolo e anche l’età per osare, con la convinzione che il verde dell’Anfora sia il colore del futuro e il Verdicchio la nostra bandiera. Abbiamo coinvolto i migliori studi di design e vetrerie italiane per creare una bottiglia radicalmente territoriale e, al tempo stesso, innovativa. In un mondo globalizzato è imperdonabile non puntare sulla propria diversità.”

Tech US: meglio le aziende che fanno utili senza problemi di leverage

azionario tecnologico Usa
Intervista a Riccardo Volpi, fund manager Pharus Sicav

Dopo le perdite accumulate negli ultimi mesi, credete che i titoli tecnologici Usa abbiano scontato l’effetto negativo derivante dalla nuova politica monetaria della Fed?

 

Riccardo Volpi

L’aumento dei tassi d’interesse e la riduzione di bilancio hanno impattato molto sulle valutazioni dei titoli cosiddetti growth che sono presenti un po’ in tutti i settori. Ma si concentrano particolarmente nel settore tecnologico ed healthcare.

La restrizione di politica monetaria ha infatti innescato il cosiddetto de-rating valutativo, cioè utili che crescono accompagnati da prezzi dei titoli azionari che scendono rendendo questi settori molto interessanti dal punto di vista valutativo.

Le valutazioni infatti si sono riportate in media storica per questi segmenti di mercato rendendoli molto appetibili per un investitore di medio-lungo periodo. All’interno di questo gruppo di aziende che hanno corretto è necessario fare un distinguo: le aziende che fanno tanti utili e quelle invece che per ora non fanno utili ma che li faranno in futuro.

Sulla prima categoria, e stiamo parlando delle grandi aziende americane, notiamo che la riduzione delle valutazioni ha già creato grandi opportunità di mercato da iniziare ad accumulare. Per quanto concerne invece i titoli più growth che ancora non fanno utili, l’incertezza di breve termine data dalle risposte delle banche centrali all’inflazione potrebbero continuare a creare volatilità in questo segmento. Asset class che però ha già scontato tanto in termini di prezzo, dato che molti titoli hanno vissuto correzioni di mercato simili alla dot-com bubble.

Molte società tecnologiche hanno approfittato dei tassi bassi per aumentare i livelli di indebitamento. Credete che tali livelli siano sostenibili nel medio termine o rappresentino un fattore di rischio importante per l’asset class?

Da un lato è vero che il debito netto negli ultimi anni è aumentato, aumento guidato in particolare dal contesto di bassi tassi d’interesse. Ma il leverage, misurato dall’ebitda diviso per il debito netto, si è ridotto. Questo perché le aziende hanno aumentato notevolmente la loro profittabilità e quindi il rapporto fra debito netto e ebitda si è ridotto.

Questa considerazione si riscontra maggiormente nelle aziende che fanno utili. Mentre le aziende che hanno più difficoltà nella profittabilità quindi maggiormente growth hanno sia aumentato il debito ma soprattutto fatto aumenti di capitale per cui i titoli azionari ne hanno risentito.

Alla luce di queste considerazioni quindi anche in questo caso è necessario dividere in due il mondo tecnologico. E per ora è meglio preferire le aziende che fanno utili dato che non hanno problemi di leverage.

Alpian e Fideuram-ISPB insieme per lo sviluppo dell’offerta di digital wealth management

Alpian SA (“Alpian”) e Fideuram – Intesa Sanpaolo Private Banking (“Fideuram-ISPB”) hanno iniziato una collaborazione strategica per accelerare lo sviluppo dell’offerta di digital wealth management per la clientela di Fideuram-ISPB, facendo leva sulle competenze maturate da Alpian nello sviluppo tecnologico e nel design dell’esperienza utente applicate ad un servizio di wealth management via app.

Dopo l’investimento di CHF 19 milioni nell’aprile 2022 nel round di finanziamento Series B+ da parte di Fideuram-ISPB in Alpian, la prima banca private digitale svizzera, la collaborazione tra Alpian e Fideuram-ISPB si espande ulteriormente.

Fideuram-ISPB ha trovato in Alpian un partner strategico con il quale collaborare insieme per accelerare l’evoluzione della sua offerta di servizi di digital wealth management di Banca Diretta, attualmente utilizzati da 60.000 clienti.

L’esperienza di Alpian nel creare un’offerta di digital wealth management via app, usando servizi in cloud e seguendo un approccio agile nello sviluppo del prodotto, è stata combinata alla conoscenza del private banking di Fideuram-ISPB, per migliorare l’offerta di servizi digitali per il wealth management della sua clientela.

Luca Bortolan, responsabile di Banca Diretta di Fideuram-ISPB, ha commentato:“Dopo l’investimento strategico per lanciare la prima banca private digitale svizzera, abbiamo trovato in Alpian un partner ideale per lo sviluppo dei servizi di digital wealth management di Banca Diretta, valorizzando l’esperienza di un team che sta costruendo un’esperienza nativa digitale nel private con tecnologie all’avanguardia”.

Schuyler Weiss, CEO di Alpian, ha aggiunto:“Questa collaborazione strategica è una dimostrazione che dal lavoro congiunto di una grande banca private leader di mercato con una nuova banca private digitale si può creare valore per i clienti, il personale e gli stakeholders di Fideuram-ISPB. Siamo lieti di collaborare per portare un miglioramento nel digital wealth management, facendo leva sulla piattaforma tecnologica di Alpian e sull’esperienza maturata dal nostro team”.

Conta la direzione del dollaro, non i tassi di interesse

La convinzione diffusa che gli em bond in valuta locale siano sensibili ai tassi d’interesse statunitensi a lungo termine è infondata. Thierry Larose, Vontobel

 

Naturalmente, ci sono momenti (come quello attuale) in cui la performance delle obbligazioni locali dei mercati emergenti è negativa nel contesto dell’aumento dei tassi statunitensi, e viceversa, ma la correlazione non è affatto un segno forte e stabile di causalità.

I sostenitori della teoria secondo cui l’aumento dei tassi statunitensi è negativo per le obbligazioni dei Paesi emergenti sostengono che gli investitori razionali allocano generalmente il loro denaro nei luoghi in cui i tassi di interesse sono più elevati e, inoltre, tendono a disinvestire dai mutuatari che presumibilmente subiranno le conseguenze dell’aumento dei tassi di interesse statunitensi. Nel contesto del debito dei paesi emergenti, gli investitori venderebbero il debito dei paesi emergenti perché i tassi più alti renderebbero gli emittenti meno meritevoli di credito, e utilizzerebbero il ricavato per acquistare Treasury USA, più sicuri e più redditizi.

 

Sfatiamo questa falsità punto per punto:

 

  • L’aumento dei tassi di interesse non fa che indebolire la solvibilità dei paesi che non possono (o non vogliono) realizzare avanzi primari di bilancio. Ma molti Paesi emergenti hanno saldi primari simili o addirittura migliori di quelli degli Stati Uniti. Certo, gli Stati Uniti hanno l’enorme vantaggio di poter stampare la valuta di riserva del mondo, ma anche in questo caso i Paesi emergenti non devono necessariamente affrontare un deterioramento della sostenibilità del debito quando i tassi USA aumentano.

 

  • L’aumento dei tassi d’interesse statunitensi in genere non influisce sulle obbligazioni dei mercati emergenti locali. Questo non solo perché i mercati emergenti hanno molte caratteristiche proprie che rendono i movimenti dei tassi USA solo una parte dell’equazione. Anche perché le obbligazioni locali dei mercati emergenti sono denominate in valute locali che, in media, generano la maggior parte dei rendimenti delle obbligazioni locali dei mercati emergenti denominate in dollari USA. E le valute dei mercati emergenti si muovono con dinamiche proprie, in cui i tassi statunitensi sono una parte ancora più diluita dell’equazione (vedi punto successivo).

 

  • L’aumento dei tassi non implica necessariamente un indebolimento delle valute dei mercati emergenti, poiché esse tendono a muoversi in base a diversi fattori, come i tassi reali a breve termine, la crescita reale e la posizione netta degli investimenti internazionali, per citarne alcuni.

Ma se il ragionamento di cui sopra non fosse altro che la propaganda dei mercati emergenti, una sorta di post-verità di parte scritta da persone che sono giudici della propria causa? Bene, possiamo mettere da parte i ragionamenti e passare ai fatti:

Negli ultimi 20 anni circa, la correlazione tra le obbligazioni dei mercati emergenti locali e i tassi d’interesse statunitensi non è molto diversa da zero.

In altre parole, chiunque sia stato abbastanza fortunato e/o intelligente da prevedere correttamente l’andamento dei tassi d’interesse statunitensi negli ultimi 20 anni non è riuscito a generare alcun profitto assumendo una posizione contrarian sulle obbligazioni dei mercati emergenti locali. Quest’ultima affermazione può sembrare provocatoria e inquietante, ma è la realtà.

Ciò che conta per gli investitori dei mercati emergenti non è il livello dei tassi USA, ma la direzione del dollaro. Naturalmente l’aumento dei tassi statunitensi può esercitare una pressione al rialzo sul dollaro, ma d’altro canto i tassi dei mercati emergenti locali sono attualmente al livello più ampio rispetto ai tassi statunitensi.

I tecnologici Usa entrano nella fase della maturazione del business

US tech, tecnologia
Le quotazioni si basavano su aspettative irrealistiche e le trimestrali hanno cominciato a mostrare una realtà molto diversa. Dan Suzuki, deputy Cio di Rba (iM Global Partner)

Dopo le perdite degli ultimi mesi, pensa che i titoli tecnologici statunitensi abbiano completamente scontato gli effetti negativi della politica monetaria della Fed?

 

Dan Suzuki

È vero che i titoli tecnologici statunitensi sono stati tra i maggiori beneficiari della facile politica della Fed e della liquidità record.

Quindi l’inasprimento di tale liquidità, combinato con il coincidente aumento dei tassi di interesse, rappresenta un notevole ostacolo per questi titoli e ha contribuito al sell-off. Ma questo è solo uno dei numerosi venti contrari che i titoli tecnologici statunitensi devono affrontare oggi.

Un altro problema per questi titoli è la maturazione dei loro business. Alla base delle valutazioni elevate di questi titoli ci sono state due ipotesi. In primo luogo, gli investitori si aspettavano che l’eccezionale crescita degli ultimi anni continuasse nel prossimo futuro. In secondo luogo, gli investitori presumevano che tutte queste attività potessero risultare vincenti. Si trattava di aspettative irrealistiche e i loro risultati finanziari stanno ora cominciando a rifletterlo.

Inoltre, non è un caso che ciò avvenga in un momento in cui la crescita economica complessiva sta rallentando. Per anni, gli investitori hanno sottovalutato la sensibilità economica dei profitti tecnologici, e questo è particolarmente vero sulla scia della pandemia, dove i profitti tecnologici sono stati sorprendentemente resistenti. Ciò potrebbe pesare pesantemente sul settore poiché la crescita economica continua a rallentare.

Tutti questi venti contrari sono scontati nei titoli azionari oggi? Con i titoli azionari tech ancora scambiati con un premio di oltre il 20% rispetto all’ampio mercato azionario statunitense e un premio di oltre il 40% per il mercato azionario globale, non la pensiamo così.

Molte aziende tecnologiche hanno approfittato di tassi bassi per aumentare i livelli di indebitamento. Crede che questi livelli siano sostenibili nel medio termine o rappresentino un importante fattore di rischio per l’asset class (troppa leva finanziaria)?

I livelli di debito per le società tecnologiche sono aumentati nel corso degli anni e ciò potrebbe comportare uno stress finanziario per alcune singole società, ma non credo che questo sia un rischio primario per il settore. Non solo queste società hanno la leva più bassa di qualsiasi settore, ma hanno abbastanza liquidità e investimenti a breve termine nel loro bilancio per coprire la maggior parte del loro debito residuo.

Il Regolamento UE sulla sostenibilità del settore finanziario è utile o dannoso?

È tempo di bilanci per la regolamentazione sulla sostenibilità. Masja Zandbergen, responsabile sustainability integration di Robeco

Sono trascorsi quattro anni da quando la Commissione Europea ha adottato il piano d’azione UE per finanziare la crescita sostenibile, da oltre un anno è entrata in vigore la prima fase del Regolamento relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (SFDR) e oggi siamo in piena seconda fase. Riflettiamo quindi su come il regolamento ha inciso sul settore dell’asset management fino a questo momento: quali sono gli ostacoli ancora da superare? La nostra capacità di gestire gli asset in modo sostenibile ne esce rafforzata o danneggiata?

Dall’integrazione ESG all’impact investing

Cominciamo dagli aspetti positivi. Pensato per finanziare la crescita sostenibile e contribuire così al raggiungimento degli obiettivi climatici dell’accordo di Parigi, il regolamento punta a produrre un impatto positivo. Se è vero che l’integrazione dei fattori ESG (realizzata per motivi puramente finanziari) negli ultimi anni è stata implementata da molti asset manager, l’impact investing concepito in termini di opportunità ESG è ancora applicato a porzioni ridotte dei portafogli di investimento. Il concetto di “doppia materialità” (effetti finanziari e sociali) introdotto dal regolamento costringe il settore a interrogarsi seriamente sull’impatto reale delle proprie attività. Servono maggiori sforzi per mostrare in che modo si stia davvero cercando di fare la differenza. Inoltre, fino a qualche anno fa le restrizioni in tema di ESG, emissioni di carbonio e sostenibilità in generale venivano comunicate ai clienti, ma spesso non rientravano nella documentazione ufficiale dei fondi o nei contratti di investimento. Oggi il regolamento garantisce che gli asset manager implementino davvero ciò che dichiarano in termini di investimento sostenibile e che lo mettano formalmente per iscritto.

Parità di condizioni

Pian piano, la regolamentazione sembra creare pari condizioni per l’investimento sostenibile nel settore dell’asset management. Sta generando un vero “balzo” innovativo, con gli asset manager leader della sostenibilità costretti a trovare modi sempre nuovi per distinguersi nella folla. Il che implica scelte strategiche e proattive. Secondo noi, i vincitori del settore la faranno da padrona, aggiudicandosi la fetta più consistente della torta. E non avranno difficoltà ad attirare giovani talenti, visto che le nuove generazioni sono più sensibili a queste tematiche.

Ancora non si sa esattamente cosa renda sostenibile un investimento

Finora abbiamo parlato degli aspetti chiaramente positivi. Ci chiediamo però se la regolamentazione getti davvero luce sull’oscurità di certi acronimi della sostenibilità. Definire le attività economiche che contribuiscono ai singoli obiettivi di sostenibilità è una buona idea, così come la prima parte della Tassonomia Verde della UE e gli indicatori di Principal Adverse Impact sono chiari e sensati. Tuttavia, oggi la tassonomia definisce meno del 5% delle attività economiche e i dati a riguardo sono mancanti o qualitativamente scadenti. Per altri aspetti del regolamento, tra cui buona governance, investimenti sostenibili e astensione da pratiche dannose a livello sia ambientale che sociale, ognuno ha sviluppato un approccio personale. Di conseguenza, finché le definizioni non inizieranno a convergere, l’investitore finale continuerà a paragonare le mele con le pere.

Un’impresa da equilibristi

Dobbiamo assicurarci che l’implementazione di questo importante regolamento non ci impedisca di finanziare la crescita sostenibile, che resta l’obiettivo primario della legislazione. Dobbiamo continuare a fare ricerca, sviluppare soluzioni di investimento innovative, collaborare con i clienti, con la concorrenza, con le ONG e con gli esponenti del mondo accademico, in modo da spronare al cambiamento. In conclusione, siamo convinti che la regolamentazione spinga l’industria non solo verso una maggiore trasparenza e comparabilità, ma anche verso pratiche migliori. Ciò che si misura (e soprattutto si rendiconta), viene anche messo in pratica.

Dividendi globali segnano un record nel primo trimestre

dividendi
Tutti i settori hanno messo a segno dei rialzi, in particolare quello petrolifero e minerario
Il 94% delle società ha incrementato o confermato i dividendi. Il commento di Janus Henderson 

 

I dividendi globali del primo trimestre sono cresciuti dell’11% su base nominale per un totale di 302,5 miliardi di dollari, un vero e proprio record per i primi tre mesi dell’anno, secondo l’ultimo Janus Henderson Global Dividend Index. La crescita sottostante è stata ancora più robusta, al 16,1%, così come i dividendi sono più che raddoppiati dal 2009, quando è stato lanciato l’indice.

Federico Pons

La crescita è in parte dovuta alla normalizzazione dei dividendi dopo le perturbazioni causate dalla pandemia. Nel primo trimestre del 2021 si erano registrati notevoli tagli nei dividendi, quindi tale periodo fornisce una base relativamente bassa per il confronto.

Tuttavia, la crescita nel Q1 2022 riflette anche l’importante rimbalzo economico post-Covid che ha avuto luogo in gran parte del mondo tra il 2021 e l’inizio di quest’anno. A livello globale, l’81% delle società che hanno distribuito dividendi nel primo trimestre li ha incrementati su base annua e un altro 13% li ha mantenuti stabili.

Revisione al rialzo delle previsioni

Janus Henderson, viste le incerte prospettive economiche globali e i crescenti rischi geopolitici, conferma le sue aspettative per il resto dell’anno. Tuttavia, l’inclusione dei solidi dati del Q1 aumenta leggermente la previsione per l’anno. Per il 2022, ora Janus Henderson prevede che i dividendi globali raggiungeranno quota 1.540 miliardi di dollari, con un aumento del 4,6%, equivalente a un incremento del 7,1% su base sottostante.

Stati Uniti, Canada e Danimarca stabiliscono i record trimestrali di sempre, mentre l’Asia arranca

Tutte le regioni hanno registrato una crescita a doppia cifra, con Stati Uniti, Canada e Danimarca che hanno battuto i record trimestrali di sempre. I dividendi statunitensi sono aumentati del 10,4% su base sottostante, raggiungendo un nuovo record pari a 141,6 miliardi di dollari. Il 99% delle società statunitensi inserite nell’indice ha incrementato i dividendi o li ha mantenuti stabili, rispetto al 90% del 2021.

Anche i dividendi canadesi hanno raggiunto un nuovo record, in rialzo del 14% su base sottostante a 13,4 miliardi di dollari. Il 97% delle società canadesi considerate dall’indice ha effettuato incrementi, ma le società petrolifere e le banche sono stati i driver più importanti. Il singolo incremento più elevato è da ravvisare nel gruppo marittimo danese Moller-Maersk, che ha ampiamente beneficiato dell’interruzione delle filiere globali.

Da solo è responsabile del record trimestrale messo a segno dalla Danimarca. I dividendi hanno evidenziato una notevole debolezza in alcune parti dell’Asia, come Hong Kong, dove i lockdown continuano ad avere un impatto sulla crescita economica.

Le compagnie minerarie continueranno a fornire un contributo notevole ai dividendi nel 2022

Tutti i settori hanno registrato aumenti su base annua. Tra i principali, i dividendi del settore petrolifero e minerario hanno messo a segno la crescita più rapida nel primo trimestre. Quelli minerari sono saliti del 29,7% su base nominale, che in questo caso rappresenta un indicatore migliore rispetto al dato sottostante (+38%) vista la recente rilevanza dei dividendi speciali una tantum di questo settore altamente ciclico. BHP sarà per il secondo anno consecutivo il maggior distributore di dividendi al mondo nel 2022.

Negli ultimi cinque anni, i cinque settori che hanno distribuito più dividendi al mondo sono stati il bancario, il petrolifero, il farmaceutico, quello delle telecomunicazioni e quello assicurativo. Le compagnie minerarie erano settime in tale periodo, ma l’anno scorso sono balzate al terzo posto. È chiaro che continueranno a offrire un notevole contributo nel 2022, distribuendo potenzialmente più di 100 miliardi di dollari in dividendi per la prima volta. I prezzi del petrolio e dei metalli sono aumentati dopo l’invasione russa dell’Ucraina, contribuendo a sostenere la crescita dei dividendi in questi settori.

Federico Pons, Country Head Italia, ha affermato: “Stando ai dati di Bloomberg, l’indice MSCI Italy rende attualmente circa il 3,5% e il consensus IBES prevede una crescita dei dividendi tra l’8 e il 9% per il 2022, leggermente superiore al 5-6% che prevediamo a livello globale. Ciò è legato al fatto che i pagamenti dei dividendi in Italia continuano a normalizzarsi dopo la pandemia e il forte rimbalzo registrato nel 2021, tendenza dimostrata anche dall’aumento dei dividendi pagati da Eni e Snam rispetto all’anno scorso”.

Jane Shoemake, Client Portfolio Manager di Global Equity Income, ha affermato:

“I dividendi globali hanno iniziato bene il 2022, grazie soprattutto alla solidità dei settori petrolifero e minerario. Ma la crescita ha riguardato diversi settori e aree geografiche. L’economia mondiale deve tuttavia affrontare una serie di sfide: la guerra in Ucraina, le crescenti tensioni geopolitiche, gli elevati prezzi dell’energia e delle materie prime, la rapida inflazione e l’incremento dei tassi di interesse. La risultante pressione al ribasso sulla crescita economica avrà un impatto sugli utili aziendali in diversi settori.

Queste sfide implicano inoltre una maggiore incertezza che potrebbe influenzare le decisioni aziendali. L’impatto sui dividendi si manifesterà probabilmente dopo il 2022. Ma è importante ricordare che i dividendi sono molto meno volatili degli utili. Di solito questi ultimi oscillano notevolmente nel corso del ciclo economico, mentre i dividendi tendono a essere molto più stabili.

Il fatto che i dividendi abbiano già superato i massimi pre-pandemici è in linea con una tendenza a lungo termine che evidenzia come essi siano una fonte affidabile di crescita del reddito nel lungo periodo. Inoltre, questa crescita implica che i dividendi forniscono una certa protezione contro l’inflazione, cosa che i risparmi non possono fare“.