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Il ritorno del value: fuoco di paglia o fenomeno destinato a durare?

Nel 2022 i titoli value hanno battuto con un margine significativo quelli growth. Ben Arnold, investment director, Schroders

L’anno scorso l’indice MSCI World Value ha superato l’indice MSCI World Growth del 23%.Si è trattato del secondo anno solare consecutivo in cui il value ha superato il growth, dopo che in sette degli otto anni precedenti la performance era stata invece inferiore del 128%. La domanda oggi è se la sovraperformance del value sia semplicemente un’esplosione (un po’ prolungata) o se si stia verificando un vero e proprio cambio di regime che porterà a un ritorno al periodo di massimo splendore per i titoli a buon mercato.

  1. Il value può continuare a sovraperformare?

Indovinare se il prossimo trimestre sarà più performante per i titoli value o growth è impresa ardua. Tuttavia, una guida che rappresenta un indicatore della performance a lungo termine tra i due è rappresentata dalle valutazioni relative.

Il motivo? La valutazione relativa tra growth e value tende a invertirsi nel tempo. In altre parole, pochissime società costose continuano a diventare sempre più costose e pochissime società economiche diventano sempre più economiche. Analizzando la valutazione relativa tra growth e value per l’MSCI World, vediamo che lo sconto mediano del value rispetto al growth è stato del 42% dal 1975. Si può notare che, ogni volta che lo sconto si sposta significativamente al di sopra o al di sotto di questo livello, interviene la mean reversion per riportarlo a questa mediana di lungo periodo.

Nonostante la recente solida performance, il value è ancora scontato di circa il 60% rispetto al growth e molto al di sotto della mediana di lungo periodo.

C’è un solo precedente dell’attuale livello di dispersione delle valutazioni: l’era post-Dotcom. I sostenitori dello stile value sperano quindi che la mean reversion continui a offrire un forte vento favorevole per la performance di questo settore.

  1. È folle detenere titoli value in una fase di recessione?

Alcuni ritengono che il value potrebbe avere difficoltà a mantenere le sue recenti performance positive a causa della probabilità di una recessione. Le recessioni tendono a colpire maggiormente le società cicliche, quelle più sensibili al ciclo economico, e molte di esse sono titoli value, data la volatilità dei loro utili.

L’idea che, con l’avvento di una recessione, gli utili di queste aziende subiranno un calo, anche drastico, non è controversa. Tuttavia, il mercato azionario di solito si muove in anticipo rispetto alle svalutazioni degli utili quando valuta le aziende, e ancora di più quando la recessione è ben segnalata, come nel caso attuale.

In altre parole, bisogna essere pronti a comprare prima che il ciclo di downgrade degli utili sia completo. Se si aspetta troppo, il mercato starà già scontando l’altra faccia della recessione. A quel punto la valutazione si sarà già mossa e si sarà persa la maggior parte del rendimento.

Per questo motivo è importante avere un orizzonte temporale sufficientemente lungo e scegliere in modo oculato le aziende sensibili dal punto di vista economico.

La storia dimostra che cercare di individuare il momento esatto in cui si verificherà la svolta è un compito praticamente impossibile. Agli occhi dell’investitore value quindi è meglio essere in anticipo che in ritardo.

Inoltre, l’ipotesi che detenere titoli value in una fase di crollo del mercato o di recessione sia una cattiva idea si basa sull’esperienza del recente periodo di quantitative easing e di tassi d’interesse bassissimi. Non si riflette nei dati a lungo termine (né in quelli del 2022).

  1. Investire nel value significa puntare solo su titoli finanziari e petrolio?

È vero che i settori finanziario ed energetico sono stati i principali artefici della forte sovraperformance del comparto value nel 2022. Tuttavia, il loro contributo alla sovraperformance totale del value nel 2022 è forse minore di quanto si possa pensare.

Della sovraperformance del 23% dell’indice MSCI World Value rispetto all’MSCI World Growth, il 3,9% proviene dai settori finanziari e il 3,5% dall’energia, mentre il restante 16% è dovuto a tutti gli altri settori GICS (Global Industry Classification Standard), ad eccezione dell’immobiliare. Rispetto all’MSCI World, i settori migliori degli indici value sono stati l’information technology, seguito dai servizi di comunicazione e dai beni di consumo discrezionali.

A oggi, il mercato azionario globale offre una serie di opportunità interessanti con valutazioni convenienti, al di fuori delle banche e dell’energia. La tecnologia statunitense ha registrato un calo dei prezzi delle azioni, non solo delle mega-cap tecnologiche, ma anche di prodotti e servizi di supporto come quelli nel settore della memoria. La Cina nel suo complesso ha chiaramente registrato un significativo sell-off. Altrove, i servizi di comunicazione rimangono valutati in modo interessante, così come una serie di aziende cicliche europee, come gli industriali tedeschi o i costruttori di case del Regno Unito, che si trovano su multipli depressi.

Sebbene l’energia e i titoli finanziari – in particolare le banche europee – continuino a far parte dele set di opportunità value, il value non è una scommessa a senso unico su questi settori e si può ottenere una buona diversificazione settoriale mantenendo una certa disciplina nell’ambito delle valutazioni.

I driver dei titoli tech sono solidi

azionario tecnologico Usa

La domanda continua ed estremamente forte di innovazione tecnologica garantirà performance elevate nel lungo termine. Intervista a Altaf Kassam, Emea head of investment strategy and research di State Street Global Advisors, e Esther Baroudy, Senior Portfolio Manager di State Street Global Advisors

State Street logo

 

L’impennata dei tassi statunitensi ha condizionato negativamente l’andamento dell’indice Nasdaq nel 2022. Credete che il calo delle quotazioni abbia scontato a pieno le aspettative sulle intenzioni della Fed?

Altaf Kassam

L’ultimo e aggressivo ciclo di inasprimento monetario della Fed, iniziato nel marzo 2022, ha avuto un effetto negativo sulle azioni a livello globale, ma è stato particolarmente brutale per i titoli growth statunitensi.  Probabilmente questa categoria di titoli era diventata decisamente sopravvalutata sia rispetto alla storia sia rispetto ad altri settori e regioni, data la loro crescente dipendenza dai potenziali utili futuri.  Di conseguenza, la combinazione di tassi più elevati e di preoccupazioni per un rallentamento della crescita economica è stata per loro la più penalizzante.

Il sell-off di questi titoli a partire dal primo trimestre ha riportato le valutazioni a livelli vicini a quelli “normali” verso la fine del terzo trimestre, ma da allora il rimbalzo ha lasciato il settore nuovamente sopravvalutato rispetto alla storia e a titoli simili, e ancora una volta vulnerabile a ulteriori aumenti dei tassi.

In particolare, i mercati azionari statunitensi e la Fed si sono legati in un rapporto a reazione circolare in cui il mercato pensa che la Fed cambierà rotta perché le condizioni economiche stanno peggiorando a tal punto da dover interrompere l’aumento dei tassi e persino tagliarli per evitare un atterraggio duro. Ma la Fed ha ripetutamente detto: “Leggete le mie parole, nessun taglio dei tassi”.  Riteniamo che ciò lasci ancora un divario tra le aspettative del mercato e le intenzioni della Fed.

Esther Baroudy

L’attuale livello di tassi Usa potrebbe mettere in discussione le prospettive di crescita delle società tecnologiche più indebitate? Oltre alla dinamica dei tassi, quali altre variabili potrebbero condizionare l’andamento dell’indice nel 2023?

La maggior parte delle aziende tecnologiche non è fortemente indebitata, ma anzi detiene notevoli quantità di liquidità nei propri bilanci.  Tradizionalmente, queste aziende sono state finanziate con investimenti azionari.   Inoltre, la maggior parte delle aziende tecnologiche preferisce mantenere liquidità perché, sebbene i loro tassi di crescita tendenziali siano forti, la domanda del settore può essere volatile intorno al trend.  In alcuni casi, i requisiti di investimento sono così elevati che le società non registrano ancora utili e questo rende le valutazioni basate sui flussi di cassa attualizzati più vulnerabili quando il tasso di interesse o di sconto aumenta.  Da qui la debole performance del settore nel 2022. Prevediamo che il settore IT continuerà a registrare forti performance nei prossimi anni, poiché i driver del settore – ovvero AI e machine learning, automazione, migrazione al cloud, big data, cyber, elettrificazione, aerospazio e difesa – implicano una domanda continua ed estremamente forte di innovazione tecnologica.

La Cina entra nell’anno del coniglio

Il team di gestori di Hsbc analizza nel dettaglio i punti di forza delle azioni e delle obbligazioni asiatiche 

Punti di forza delle azioni asiatiche

  • Punto di svolta nella valutazione delle azioni cinesi– La riapertura della Cina è un tema chiave per guidare la ripresa ciclica, con una lieve inflazione prevista nel 2023. La riapertura contribuirà a ravvivare la fiducia dei consumatori, alleggerire i colli di bottiglia della catena di approvvigionamento e stimolare l’attività economica complessiva nel 2023, soprattutto ai settori dei consumi e dei servizi. La ripresa della crescita offre inoltre opportunità di rivalutazione.
  • Incertezza normativa moderata– Il tono normativo durante la China Central Economic Work Conference (CEWC) è stato volto a creare ambiente più favorevole per le società Internet, invitando il settore ad assumere un ruolo guida nella competizione globale. E’ stato rimosso un importante eccesso di attività sul delisting ADR ed è emerso anche un tono molto più favorevole per quanto riguarda il settore immobiliare.
  • Valutazioni interessanti– Anche dopo il forte rimbalzo di novembre e dicembre, l’MSCI China (banche escluse) viene scambiato a un livello interessante, di 13x P/E forward, circa 1,0 deviazione standard al di sotto della sua media decennale. I record di riacquisti di azioni proprie limitano anche il ribasso dei principali nomi di Internet.

Punti di forza delle obbligazioni asiatiche

  • Situazione macroeconomica favorevole – Con prospettive di crescita più equilibrate, la Cina e le economie asiatiche in generale dovrebbero vedere una crescita del PIL più elevata e un’inflazione più bassa rispetto all’Occidente. Con la riapertura e allentamento della politica cinese, il paese si trova in una parte diversa del ciclo economico rispetto agli Stati Uniti e ad altre principali economie. Questa mancanza di correlazione favorisce il ruolo delle obbligazioni asiatiche come diversificatore in un portafoglio globale.
  • Resilienza del mercato investment grade – Gli emittenti nel mercato obbligazionario asiatico, soprattutto investment grade in dollari sono di qualità relativamente elevata. L’universo di investimento è composto da grandi titani imprenditoriali con alti standard creditizi, istituzioni sovrane, imprese statali e campioni nazionali.
  • Misure mirate per il supporto e la crescita – Le misure di sostegno per il settore immobiliare e l’ottimizzazione della politica COVID hanno contribuito a un significativo rally nel mercato del credito cinese. Mentre il contesto del immobiliare cinese è migliorato, continuiamo a rimanere selettivi poiché la ripresa delle vendite immobiliari deve ancora affrontare delle sfide.
  • Valutazioni attrattive – Il credito asiatico presenta delle valutazioni molto interessanti, su base storica e relativa. Anche se negli ultimi mesi c’è stata una ripresa dei mercati, le valutazioni sono ancora attrattive a fronte di yield ben al di sopra della media quinquennale.

Cosa sta succedendo all’economia statunitense?

“I dati della scorsa settimana non riflettono accuratamente lo stato dell’economia statunitense. Non crediamo di trovarci sull’orlo della recessione”. Weekly market outlook di Steven Bell, Chief Economist EMEA di Columbia Threadneedle Investments

 

Il mercato del lavoro statunitense è stato molto rigido. Pur osservandolo da diverse angolazioni, il messaggio è sempre lo stesso: c’è una forte domanda di lavoratori e un’offerta insufficiente. Sappiamo bene cosa succede quando la domanda supera l’offerta: i prezzi (in questo caso i salari) salgono. Ed è esattamente quello che è successo. L’inflazione salariale ha, infatti, subito un’accelerazione per gran parte dello scorso anno.

Tuttavia, i dati più recenti hanno registrato un rallentamento. Come possiamo darne una spiegazione?

Rispetto al quadro generale, la scorsa settimana abbiamo avuto dati contrastanti e sorprendenti. La maggior parte delle persone, me compreso, riteneva che l‘economia statunitense stesse rallentando.

La Federal Reserve ha aumentato aggressivamente i tassi di interesse, il mercato immobiliare è in profonda recessione. E, sebbene i consumatori dispongano dei cosiddetti “salvadanai di Covid”, quest’ultimi sono stati abbondantemente utilizzati. Mentre altri beni sono stati erosi dall’inflazione.

In effetti, sono andati persi numerosi posti di lavoro e i licenziamenti si sono estesi ben oltre i tagli annunciati dalle aziende tecnologiche.

Da un certo punto di vista, i recenti licenziamenti sono stati i più alti dalla crisi finanziaria globale (escluso il periodo del Covid). Eppure, nel mese di gennaio, sono stati apparentemente creati mezzo milione di posti di lavoro. E anche i dati di contesto si sono rivelati tutti forti: le ore lavorate sono aumentate, la disoccupazione è scesa ulteriormente e un numero maggiore di persone è entrato a far parte della forza lavoro.

Poco dopo che questi dati hanno stupito il mercato, un’indagine molto seguita sui servizi statunitensi ha registrato un balzo, in netto contrasto con gli altri sondaggi.

Che cosa sta succedendo dunque?

Guardando innanzitutto ai salari, siamo rimasti sopresi dal rallentamento dell’inflazione salariale. Quest’ultima, infatti, è ancora forte, almeno in termini di liquidità, al 5% e oltre, ma è rallentata rispetto all’inizio del 2022. L’interpretazione più probabile è che si sia verificata un’impennata iniziale al termine del lockdown, quando le aziende hanno cercato disperatamente di assumere alcuni dei 20 milioni di lavoratori licenziati durante il Covid. I ristoranti e gli alberghi, ad esempio, avevano molta domanda, potevano aumentare i prezzi e si sono ritrovati a competere duramente per il personale.

Possiamo quindi affermare che il mercato del lavoro è ancora caldo, ma ha smesso di “bollire”. Nel frattempo, ovviamente, l’inflazione è scesa grazie all’allentamento dei prezzi delle materie prime e dei vincoli dell’offerta. Se questo è vero, la Federal Reserve dovrà continuare ad alzare i tassi d’interesse fino a quando il mercato del lavoro non si sarà adeguatamente raffreddato.

Come contestualizzare, quindi, l’enorme balzo in avanti dell’occupazione della scorsa settimana? Se descrivessimo il numero come un aumento dello 0,3% dell’occupazione, non sembrerebbe così spaventoso. È bene poi sottolineare quanto gennaio sia sempre un mese difficile da valutare. Quest’ultimo mese, ad esempio, è stato caratterizzato da un clima molto freddo in regioni chiave come la Florida. E i fattori stagionali sono complicati e abbiamo molti afflussi tecnici.

Ma che dire di questi sondaggi contrastanti? È chiaro che i diversi settori dell’economia statunitense si stanno muovendo a ritmi molto diversi. I produttori stanno lottando per ridurre le scorte. L’edilizia residenziale è veramente molto debole, anche se i costruttori si sono affrettati a completare le case prima che i prezzi scendessero ulteriormente. Al tempo stesso, molte aree di servizio sono in piena espansione. Considerando il clima, e i normali problemi di misurazione dell’economia di questo primo periodo dell’anno, il risultato è stato quello di ottenere segnali contrastanti.

Dinanzi a questo scenario dai segnali contrastanti, riteniamo che i dati della scorsa settimana non riflettano accuratamente l’economia statunitense. Non siamo in presenza di un boom economico. Ma chiaramente non siamo nemmeno sull’orlo della recessione. Avendo ridotto il ritmo dei rialzi dei tassi a 25 punti base a riunione, la Fed non è ora in grado di interrompere la propria politica restrittiva, né tanto meno di passare a tassi più bassi.

Possiamo quindi aspettarci una ripresa del mercato ribassista delle obbligazioni? Non ne siamo così sicuri. I tassi reali, misurati dal rendimento dei titoli del Tesoro protetti dall’inflazione, ci sembrano generosi – ben oltre l’1%. E poiché la Fed ha chiarito che intende ridurre l’inflazione – e il mercato le crede – le obbligazioni convenzionali appaiono ragionevolmente interessanti.

Per quanto riguarda i titoli azionari, continuiamo a credere che sia necessaria una compressione dei margini, quale parte del processo per riportare l’inflazione in modo sostenibile al 2%. E che, di conseguenza, sarà probabilmente necessaria una recessione. Recessione che dovrebbe essere lieve e di breve durata. Ma che toglierebbe comunque il peso agli asset di rischio.

Fed: la fine dell’inverno monetario è più vicina

Il prossimo seminario estivo dei banchieri centrali potrebbe assomigliare a un falò e non più a una veglia d’armi. Alexis Bienvenu, gestore di La Financière de l’Echiquier

 

Lo scorso 26 agosto, il Presidente della FED saliva sul palco del Jackson Hole Lodge, il campo estivo per banchieri centrali organizzato nel Parco nazionale di Grand Teton (Wyoming).

In soli 9 minuti mandava i mercati al tappeto dichiarando di voler perseguire una politica monetaria di sudore e lacrime per controllare l’inflazione che, a suo dire, avrebbe provocato molta sofferenza ancora a lungo termine.

Nel corso delle  sei settimane successive l’indice S&P 500 perse il 12%. In due mesi, il decennale statunitense passò dal 3% a più del 4,2%. Nel frattempo, l’attività immobiliare statunitense cedeva terreno a un ritmo storico e quella manifatturiera sprofondava sotto la soglia di espansione.
Alexis Bienvenu

A distanza di cinque mesi, il 1° febbraio 2023 lo stesso Presidente interviene al termine di un comitato di politica monetaria a Washington. In linea con il piano di battaglia annuncia l’ennesimo rialzo dei tassi, portando il limite superiore del tasso di riferimento al 4,75%. E lasciando intendere che non è finita. Inoltre, il bilancio della banca centrale si sta riducendo a tutta velocità.

Eppure, i mercati azionari e obbligazionari applaudono e altrettanto fanno il giorno successivo, al termine della riunione della Banca Centrale Europea che aumenta il tasso di riferimento di 50 punti base e annuncia un simile rialzo per il mese prossimo, portando implicitamente il tasso al 3% a marzo a fronte di un -0,50% a luglio del 2022.

Anche se paradossale i mercati sembrerebbero apprezzare le politiche monetarie più dure?

Sì, ma solo a una condizione: che si abbia l’impressione di aver vinto la lotta all’inflazione. E che si possa ipotizzare un’attenuazione della guerra monetaria, anche se i banchieri centrali non ne possono ufficialmente fare menzione.

È quanto il mercato percepisce in questo momento: una vittoria imminente contro l’impennata dei prezzi che già si profila nella traiettoria dell’inflazione statunitense, passata dal 9% dello scorso giugno al 6,5% di dicembre. La situazione è meno palese in Europa anche se l’inflazione è arretrata dal 10,6% di ottobre all’8,5% stimato per gennaio. E l’effetto base per i mesi a venire, in coincidenza con il primo anno di guerra in Ucraina, si preannuncia meccanicamente ribassista.

E poco importa dei richiami alla prudenza dei banchieri centrali, delle loro previsioni ancora molto elevate per l’inflazione o dei moniti della storia! Il mercato intende festeggiare questa vittoria e, dopo l’inverno monetario, sta uscendo dalla tana in cui era stato costretto da Jackson Hole.

Celebrare è rischioso finché non si venderà la pelle dell’orso del parco di Jackson Hole. Ma nel mercato paga l’agire per primi a costo anche di correre dei rischi, lasciando soltanto le briciole ai più prudenti.

Tanto più che il rischio non è poi così grande. Se nei prossimi mesi l’inflazione tornerà ad attestarsi a un livello più ragionevole, ancorché lontano dal 2% in base all’opinione prevalente, i tassi di riferimento e quelli a lungo termine dovranno arretrare dato che i tassi reali – vale a dire i tassi nominali corretti per l’inflazione – non possono rimanere positivi a lungo nei nostri sistemi che reggono solo grazie al debito.

L’onere degli interessi reali diventerebbe per tutti insostenibile, per i governi in primis. Ora, con i tassi di riferimento che dovrebbero raggiungere un picco del 5% circa negli Stati Uniti, in caso di una diminuzione duratura dell’inflazione al di sotto di questo livello – come starebbe per accadere – i tassi di interesse reali a breve diventerebbero positivi.

La Fed difficilmente potrebbe esimersi dal reagire. Fortunatamente ha un certo margine di manovra dato che i tassi a lungo termine sono solo al 3,5%. Su questo segmento della curva siamo ancora ben distanti dalla soglia di un’inflazione troppo bassa rispetto ai tassi.

Pertanto, a meno che non subentrino altre preoccupazioni, quali le conseguenze del rallentamento economico che essi stessi hanno innescato, nel caso in particolare delle azioni, il prossimo seminario estivo dei banchieri centrali potrebbe assomigliare a un falò e non più a una veglia d’armi. Sarà per loro giunto il momento, così come per il mercato, di uscire dalla tana di Jackson Hole. E di scalare con entusiasmo le vette del “Gros Ventre Range”.

Quattro scenari contrarian

“Crediamo che il consensus di mercato attuale, come si riflette nei prezzi degli asset, potrebbe non essere l’esito più probabile.” Robert Lind, Economista di Capital Group

Allo stato attuale i mercati appaiono cristallizzati intorno a un outlook ottimista per il 2023. I prezzi degli asset indicano che l’inflazione inizierà a calare velocemente, la Federal Reserve USA adotterà un approccio meno aggressivo e la crescita globale non sarà tanto più debole del 2022.

Robert Lind

Ad ogni modo la politica monetaria è fluida, l’incertezza geopolitica è elevata e la solidità dei mercati del lavoro è controbilanciata dalla debolezza del mercato residenziale e di altri settori. Nel complesso, tutto ciò apre un’ampia gamma di esiti possibili.

Abbiamo elaborato quattro scenari contrarian secondo cui il consensus di mercato attuale, come si riflette nei prezzi degli asset, potrebbe non essere l’esito più probabile.
  1. La Fed manterrà i tassi elevati più a lungo

Le attuali dinamiche inflazionistiche continueranno a indurre la Federal Reserve USA ad alzare ulteriormente i tassi, laddove sia realmente intenzionata a non ripetere gli errori commessi negli anni Sessanta e Settanta. Ma il mercato non è ancora convinto che la Fed porterà i tassi oltre il 5. Inoltre, la view di consensus sul prodotto interno lordo (PIL) statunitense continua a indicare una sorta di soft landing nel 2023. Riteniamo invece che l’economia USA potrebbe scivolare in una moderata recessione, con una contrazione pari circa al 2%. 

Esiste il rischio reale che la Fed aumenti i tassi oltre il 5%. Non prevediamo inoltre una virata da parte della Fed (con un taglio dei tassi al 3% o al 2%) a meno che la recessione non si aggravi o i mercati finanziari mostrino segni di cedimento. La Fed potrebbe interrompere i rialzi dei tassi al 5% (o meno) in risposta a una debolezza economica. Ad ogni modo riteniamo che la decisione di interrompere i rialzi prima del previsto comporterebbe tassi elevati per un periodo ancora più lungo.

Riteniamo che questa ripresa potrebbe rivelarsi più solida rispetto alle ultime due recessioni. Gli USA potrebbero essere all’inizio di un solido ciclo di spesa in conto capitale, con il reshoring della produzione e il riallineamento delle filiere nel corso del prossimo decennio.

Grazie al mercato del lavoro contratto, i consumatori potrebbero trovarsi in una situazione migliore rispetto a quella in cui solitamente si trovano al termine di una recessione. Di conseguenza, la spesa al consumo potrebbe recuperare più velocemente del solito.

  1. Le pressioni inflazionistiche in Europa persisteranno

Secondo il consensus Bloomberg, gli economisti europei prevedono che l’inflazione dei prezzi al consumo rallenterà rispetto al recente 10% su base annua, passando al 3% a fine 2023 e al 2% nel 2024. Dubitiamo tuttavia che l’inflazione tornerà velocemente al target. 

Innanzitutto, prevediamo una pressione al rialzo più persistente sui prezzi dell’energia, perché nei prossimi anni l’Europa cercherà una diversificazione rispetto al petrolio e al gas russi. Questo comporterà probabilmente un forte shock negativo a carico dell’offerta, aumentando effettivamente i costi nell’intera economia per un periodo prolungato. Il risultato potrebbe essere un peggioramento nel trade-off tra inflazione e crescita economica.

In secondo luogo, riteniamo che i policymaker tollereranno un’inflazione più elevata mentre l’economia si adatta a un significativo declino nei redditi reali. L’alternativa per i governi e le banche centrali sarebbe quella di trascinare le economie in una recessione ancora più profonda del previsto il prossimo anno.
In terzo luogo, riteniamo che lavoratori e aziende siano ora più disposti ad accettare incrementi di prezzi e salari. Il che sosterrà le pressioni inflazionistiche. I sindacati si stanno adoperando per incrementare i salari in linea con l’inflazione in un contesto di costante carenza di manodopera. Le aziende sembrano disposte a fare qualche concessione in termini di salari. Ma sono intenzionate ad aumentare i prezzi per gestire i salari più elevati e gli altri costi.
  1. L’economia cinese non registrerà una ripresa solida

Per la Cina prevediamo una crescita del PIL reale compresa tra il 3% e il 4% nel 2023, rispetto alla previsione del 4,4% del Fondo Monetario Internazionale. Ad ogni modo, riteniamo che il freno posto dalla politica zero-COVID verrà allentato, il mercato immobiliare raggiungerà il picco minimo e l’economia cinese verrà moderatamente risollevata dalla spesa in infrastrutture. 

La virata anticipata della politica zero-COVID di Pechino potrebbe stimolare quantomeno una moderata ripresa della spesa al consumo. La portata di questa ripresa dipenderà tuttavia dal calo della disoccupazione, che prevediamo lento.

I redditi delle famiglie, la crescita dei salari e i prestiti sono stati deboli, mentre la fiducia dei consumatori è ancora scarsa e i dati sulla disoccupazione sono alti. Ovviamente le politiche zero-COVID pesano molto sulla fiducia dei consumatori. Ma la crescita dei salari è un importante motore per i consumi.

  1. Un imminente deprezzamento del dollaro è improbabile

A nostro avviso, il mercato obbligazionario rimane giustamente focalizzato su quello che ha trainato i movimenti del dollaro negli ultimi anni: i differenziali dei tassi di interesse.

È possibile che i rendimenti reali a dieci anni dei Treasury USA abbiano già raggiunto il picco. In tal caso, potrebbe venire a mancare un importante elemento di supporto al dollaro nella misura in cui una modifica nei rendimenti, piuttosto che nel livello di rendimento assoluto, trainerà le oscillazioni valutarie.

Se e quando il dollaro inizierà a perdere parte del suo valore relativo, l’effetto potrebbe essere particolarmente pronunciato rispetto alle valute dei mercati emergenti (ME). Molte banche centrali dei ME hanno iniziato anticipatamente ad alzare i tassi di interesse e sono state più aggressive rispetto alle principali controparti dei mercati sviluppati. Di conseguenza, i tassi di interesse reali dei ME appaiono più interessanti rispetto ai mercati sviluppati. A nostro avviso, comunque, ci vorrà almeno un anno.

ZAÏA, il nuovo ristorante milanese, che omaggia il Mediterraneo

Convivialità, modernità e un menù dai sapori eclettici sono gli ingredienti che definiscono ZAÏA

Con un menù ispirato alla varietà di tradizioni e culture del Mediterraneo, il locale è un invito al viaggio e alla scoperta all’insegna del experiential dining.

“Desideriamo che ZAÏA si affermi come il place to be in città; una location curata nei minimi dettagli, dove scoprire una cucina raffinata e di qualità, influenzata dalle tradizioni gastronomiche dei Paesi del Mediterraneo, con un twist unico”, racconta Benjamin Habbel, CEO e founder di Aethos.

Situato all’interno dell’hotel Aethos Milan, in uno dei quartieri più vivaci della città, è il luogo ideale per chi è alla ricerca di uno spazio riservato ma cosmopolita.

ZAÏA è un luogo dove rilassarsi, provare piatti unici e al tempo stesso incontrare una global community con cui vivere e condividere momenti speciali, costruendo relazioni di qualità, in perfetta sintonia con il DNA di Aethos”, continua Habbel.

La cucina

Spiccano in carta, la triglia servita con cioccolato bianco, porcini e lardo, il riso vialone nano con mizuna, gelato alla mandorla, noci di macadamia e caviale, l’insalata contemporanea con avocado e l’agnello in crosta di sesamo, miele e cavolo nero.

La proposta stupisce per originalità, sia nei sapori sia nella presentazione dei piatti. La domenica, il ristorante propone un’esclusiva formula Brunch.

Dietro ai fornelli gli Chef Luigi Gagliardi e Dario Guffanti, che si sono formati nelle più prestigiose cucine sia all’estero che nel capoluogo lombardo: da Carlo e Camilla in Segheria al Maio, passando per Il Marchesino del Maestro Gualtiero Marchesi.

Il locale

Gli ambienti del locale, curati dagli interior designer dello spagnolo Astet Studio, si distinguono per lo stile ricercato ed elegante.

I colori caldi, come il verde bottiglia e l’écru, abbinati agli inserti in legno, contribuiscono a creare un’atmosfera moderna e confortevole.

ZAÏA 

Piazza XXIV Maggio 8, Milano

Info e prenotazioni: 02 8941 5901

Carmignac: “Bene investire in società resilienti in grado di preservare i margini”

US tech, tecnologia
A colloquio con Axelle Pinon, membro dell’Investment Committee di Carmignac

in questa fase carmignac predilige azioni growth a titoli value

L’impennata dei tassi statunitensi ha condizionato negativamente l’andamento dell’indice Nasdaq nel 2022. Credete che il calo delle quotazioni abbia scontato a pieno le aspettative sulle intenzioni della Fed?

Axelle Pinon

Nel 2022 abbiamo assistito a un calo significativo delle valutazioni dei principali indici a causa dell’elevata inflazione e dell’aumento dei tassi d’interesse. Guardando al 2023, vediamo il rischio di ribasso sulle valutazioni più limitato.

Le principali banche centrali delle economie avanzate hanno già attuato rialzi successivi in tempi rapidi, che si sono riflessi nella valutazione del Nasdaq – il P/E è sceso da 37x a 25x nel 2022.

Ora che stiamo entrando in un periodo di inflazione più bassa, la Fed potrebbe decidere di ridurre il ritmo dei rialzi, segnalando al contempo una pausa “per un periodo di tempo prolungato”. Il che sarà un sollievo per le valutazioni del Nasdaq e soprattutto per i titoli più costosi.

Per questi motivi, in termini di valutazioni, ci aspettiamo un potenziale di ribasso limitato. Mentre, dall’altro lato dell’equazione, potrebbe esserci un rischio legato all’andamento degli utili.

L’attuale livello di tassi Usa potrebbe mettere in discussione le prospettive di crescita delle società tecnologiche più indebitate? Oltre alla dinamica dei tassi, quali altre variabili potrebbero condizionare l’andamento dell’indice nel 2023?

La principale variabile che dovrebbe influenzare la performance è rappresentata dagli utili. Prevediamo che gli utili di molte aziende si indeboliranno nel 2023, poiché i margini saranno compressi da condizioni finanziarie più rigide, da costi di produzione più elevati e da una domanda più debole.

Le stime per il 2023 non si sono ridotte abbastanza. Date le difficili prospettive macroeconomiche per il prossimo anno, le stime degli utili statunitensi appaiono ancora ottimistiche, con una crescita del 3%. Pertanto, riteniamo probabile che gli utili saranno negativi per l’anno in corso, anche se non così negativi come ci si aspetterebbe in una classica recessione.

A nostro avviso, la debolezza degli utili sarà determinata dalla pressione sui margini. In particolare, per l’indice Nasdaq e le grandi società tecnologiche, il contesto dello scorso anno ha indotto gli investitori a concentrarsi sulla redditività che possono ottenere nel breve termine.

Questa mentalità dovrebbe prevalere nel 2023. E la maggior parte delle società tecnologiche lo ha capito, come dimostrano gli annunci di licenziamenti e di tagli ai budget. Anche se prevediamo che questo cambiamento di mentalità richiederà del tempo.

Per questo motivo, Carmignac privilegerà le società resilienti in grado di preservare i margini e di offrire valutazioni ragionevoli. Ciò implica una maggiore diversificazione e selezione dei titoli rispetto a quanto richiesto negli ultimi anni.

Investimenti ESG, il bicchiere è davvero mezzo pieno?

Cosa possiamo aspettarci dal 2023? Quali saranno i temi che caratterizzeranno quest’anno?My-Linh Ngo, head of ESG investment, portfolio manager, RBC BlueBay Am

Sul fronte ESG all’interno dei mercati finanziari è probabile che il 2022 venga ricordato come un anno di potenziale inespresso e di opportunità mancate.

Cambiamento climatico: la necessità di rimettersi sulla buona strada

Oltre alla decarbonizzazione, a livello globale si dovrebbe intensificare l’attività sui temi del finanziamento per favorire il cambiamento climatico e una transizione equa nei mercati emergenti e per le comunità vulnerabili. Il mercato delle obbligazioni sostenibili o ESG continuerà a crescere, in quanto gli emittenti cercheranno di attingere ai mercati dei capitali per accedere ai fondi necessari.

Natura e biodiversità: ora saldamente all’ordine del giorno 

Il riconoscimento che natura e biodiversità siano a rischio sistemico e la loro interconnessione con il cambiamento climatico hanno fatto sì che questo diventasse il tema ESG più importante del 2022. Nel 2023, ci si aspetta che le aziende, le istituzioni finanziarie e i governi parlino di più – e compiano più passi – per la protezione della natura e della biodiversità. Ciò riguarderà soprattutto il tema della deforestazione e vedrà una crescente enfasi sulle soluzioni “basate sulla natura”.

La “S” di ESG – la crisi del costo della vita aumenterà i disordini sociali e politici

I governi e i policymaker si trovano di fronte a decisioni sempre più difficili e a potenziali compromessi tra il sostegno alle famiglie vulnerabili sulla scia della crisi del “costo della vita” e la necessità di affrontare l’onere del debito che è cresciuto a causa della pandemia da Covid-19. Abbiamo già assistito a disordini sociali con scioperi dei lavoratori del settore pubblico. I lavoratori rischiano di perdere il posto di lavoro anche perché molte industrie rivolte ai consumatori risentono del rallentamento della spesa e dell’aumento dei costi dei fattori produttivi. Nel frattempo, la guerra tra Russia e Ucraina ha messo a dura prova le catene di approvvigionamento globali, mettendo a rischio la sostenibilità finanziaria delle imprese.

La regolamentazione ESG – Tecnica, dettagliata e complessa. Otterremo dei risultati?

Mentre gli sviluppi normativi ESG europei continuano a dominare gran parte dei titoli dei giornali, quest’anno ci si aspetta che gli Stati Uniti e il Regno Unito, tra gli altri, definiscano il loro quadro normativo ESG per quanto riguarda il “cosa” e il “come” degli investimenti ESG/RI. La speranza delle aziende e delle istituzioni finanziarie è che ci sia un’armonizzazione e una standardizzazione degli approcci ESG nelle diverse giurisdizioni. Tuttavia, se da un lato è possibile che ciò avvenga in parte, dall’altro la realtà è che il panorama normativo continuerà probabilmente a essere frammentato, rendendo difficile l’attività delle imprese globali. La regolamentazione si concentrerà anche sulla lotta al greenwashing.

Maggiore attenzione nei confronti delle attività di stewardship

La stewardship attiva passerà ulteriormente in primo piano. Poiché gli investitori sono sottoposti a controlli sulle credenziali ESG delle loro partecipazioni e su qualsiasi rivendicazione di contribuire a risultati sostenibili nel mondo reale, ci si aspetta che gli investitori aumentino a loro volta il controllo sugli emittenti in merito alla qualità dei loro sforzi ESG.

Risultati nel mondo reale: passare dalle parole ai fatti

Si continuerà a cercare di contribuire positivamente ai risultati dell'”economia reale”, grazie alla crescente spinta a spostare il capitale verso attività più sostenibili e la maggiore richiesta da parte di consumatori e investitori. Potenzialmente, nel 2023 si assisterà a un’allocazione più significativa e necessaria degli asset verso questo settore. Ma i dati e le analisi sono essenziali per aiutare le aziende e gli investitori a dimostrare in modo credibile il proprio contributo ai risultati del mondo reale.

Gli ESG stessi rimarranno sotto i riflettori

Nel 2022 la legittimità e la credibilità degli approcci ESG e RI e degli stessi prodotti finanziari ESG sono state messe in discussione in alcuni ambienti, così come sono aumentate la polarizzazione e la politicizzazione. L’aumento delle normative ESG ha contribuito a questo esame, in quanto ha aggiunto un livello di tecnicità e ha evidenziato la complessità delle modalità di applicazione di ESG/RI. Nel 2023 questo tema continuerà ad essere affrontato dal mercato. Sebbene il dibattito e la riflessione siano attesi e benvenuti e siano la prova che il settore ESG/RI sia diventato mainstream, devono essere condotti in modo costruttivo e non confusi con altre questioni. Al di là delle distrazioni, il settore ESG e quello degli Investimenti Responsabili (RI) deve garantire una condotta trasparente e responsabile.

Un anno impegnativo e difficile per gli ESG

Il 2023 sarà un altro anno intenso e impegnativo per il mondo ESG/RI. I numerosi colpi di coda che hanno caratterizzato la fine del 2022 quest’anno, in parte, si intensificheranno. Ciò rende le prospettive impegnative dal punto di vista economico e per quanto riguarda le tematiche ESG. Continuerà a esserci molto rumore e confusione: il compito è quello di mantenere la concentrazione e focalizzarsi sull’obiettivo finale, che è quello di integrare le considerazioni ESG per aiutare a raggiungere gli obiettivi dei clienti.

Molte di queste sfide potrebbero – e dovrebbero – essere tradotte in opportunità ESG, se si considera che sono in grado di aumentare l’opportunità di accelerare piuttosto che ritardare l’azione. È chiaro che il nostro futuro sarà plasmato dal modo in cui risponderemo ai numerosi problemi a breve termine e come li bilanceremo con quelli a più lungo termine, che avranno un impatto sugli emittenti e sulla loro performance. Riteniamo che le considerazioni ESG continuino a essere un importante motore dei rendimenti degli investimenti a lungo termine, sia dal punto di vista della mitigazione del rischio che delle opportunità. Al di là di questo fattore primario, l’integrazione degli aspetti ESG nella prassi d’investimento può avere il vantaggio secondario di contribuire alla salvaguardia del nostro futuro comune.

Proteggersi con la copertura valutaria quando si investe oltreoceano

Chi crede che le valute siano un gioco a somma zero, dovrebbe ripensarci. Mickael Benhaim, head of fixed income investment strategy & solutions di Pictet Am

Dopo la pandemia, le politiche monetarie delle Banche Centrali hanno preso strade divergenti, innescando così brusche fluttuazioni sui mercati finanziari.

In quella che l’ex governatore della Bank of England, Mervyn King, descrive come un’epoca di “radicale incertezza”, questa volatilità ha messo a dura prova gli investitori, soprattutto quelli che investono oltreoceano.

L’allocazione di investimenti in asset oltreoceano spalanca un mondo di opportunità che altrimenti non sarebbero disponibili, oltre a rendere il portafoglio più resiliente grazie alla diversificazione del rischio. Tuttavia, comporta alcune complicazioni aggiuntive, in quanto gli investitori acquistano, oltre all’attivo sottostante, anche la valuta in cui lo strumento è denominato.

E le valute, si sa, sono creature bizzarre, perché possono essere volatili e imprevedibili, potenzialmente in grado di influenzare i rendimenti del portafoglio sia in positivo che in negativo.

L’impatto delle oscillazioni valutarie è maggiore tra gli investitori con portafogli obbligazionari internazionali. Nel corso di un ciclo di mercato, infatti, i titoli a reddito fisso offrono, di norma, un rendimento inferiore (spesso di molto) rispetto ai titoli azionari: un calo del 5% del dollaro USA, ad esempio, avrebbe effetti maggiori sugli obbligazionisti internazionali dell’eurozona che non sugli investitori azionari.

L’anno passato, i tassi di cambio sono stati caratterizzati da movimenti che si verificano una sola volta per generazione. Lo yen, ad esempio, ha perso un quinto del suo valore contro il dollaro, toccando il minimo degli ultimi 32 anni, mentre la sterlina è crollata al minimo degli ultimi 37 anni contro il dollaro. L’euro ha avuto un andamento migliore, ma è comunque sceso al livello più basso degli ultimi 20 anni rispetto alla valuta statunitense.

Ciò significa che un investitore statunitense che non avesse coperto il rischio valutario, avrebbe visto facilmente dissolversi qualsiasi plusvalenza degli asset a reddito fisso sottostanti.

Quest’anno, però, potrebbe rappresentare un’eccezione. L’esperienza insegna che le principali valute mondiali, come l’euro, oscillano al rialzo o al ribasso di circa il 10% l’anno, il che le rende mediamente più volatili del 30% rispetto ai titoli di stato statunitensi, ma con metà della volatilità delle azioni.

Questo è il motivo per cui gli investitori nel reddito fisso potrebbero optare per la copertura dei loro portafogli dal rischio valutario.

Prendiamo ad esempio un investitore dell’eurozona che detiene un portafoglio di obbligazioni statunitensi high yield. In un orizzonte di lungo termine, l’investitore si sarebbe aggiudicato un rendimento maggiore e più stabile se avesse utilizzato un veicolo di investimento con copertura valutaria, invece di un portafoglio che non offre protezione dai movimenti dei tassi di cambio. 

Tuttavia, gli investimenti in obbligazioni con copertura valutaria, che utilizzano strumenti noti come contratti a termine sui tassi di cambio (di seguito è riportata una descrizione più dettagliata), non sempre offrono rendimenti migliori. E la performance non dipende sempre dall’orizzonte temporale dell’investitore.

Una valuta può, infatti, apprezzarsi o deprezzarsi per un periodo di tempo prolungato (mesi o addirittura anni), a volte spingendosi ben oltre ciò che gli economisti considerano un livello equo. Ciò significa che gli investitori che scelgono di mettersi al sicuro dai movimenti avversi dei tassi di cambio, rinunciano anche all’opportunità di assicurarsi rendimenti positivi dai trend valutari favorevoli.

Durante periodi di basso appetito al rischio, i flussi rifugio nel dollaro tendono a determinare una correlazione negativa tra asset rischiosi e dollaro. In tali condizioni di mercato, gli investitori in euro nella versione senza copertura del debito statunitense HY hanno superato la controparte con copertura.

Le brusche oscillazioni di quest’anno nel mercato valutario hanno evidenziato come la copertura valutaria possa talvolta rivelarsi controproducente nel mercato del reddito fisso.

Nei primi mesi di quest’anno, la copertura valutaria non ha riservato grandi differenze di performance per gli investitori giapponesi nei Treasury USA. Tuttavia, dato che il dollaro è stato significativamente apprezzato rispetto allo yen, gli investimenti senza copertura hanno sovraperformato rispetto alle loro controparti con copertura.

Un’opzione gettonata consiste nell’esternalizzare il compito della copertura valutaria a una terza parte, di solito il gestore del fondo, mediante le classi a copertura valutaria, ossia classi che mirano a ridurre al minimo l’impatto delle oscillazioni valutarie sul rendimento del portafoglio.

Gli investitori ottengono tranquillità in cambio di una commissione che funziona praticamente come il premio di una polizza assicurativa.

Tali veicoli consentono agli investitori di accedere a tipologie di investimento che non sono di solito disponibili in alcune valute, come il debito in euro dei mercati emergenti o le obbligazioni high yield statunitensi in franchi svizzeri.

Gli investitori fortemente convinti dell’andamento futuro della loro valuta di base possono facilmente passare da una classe di azioni a un’altra, mantenendo l’investimento nelle asset class sottostanti.

È importante ricordare, tuttavia, che le classi di azioni con copertura valutaria non possono eliminare completamente i rischi associati ai movimenti nei tassi di cambio. Anche il costo della copertura valutaria può oscillare, con conseguente impatto sui rendimenti del portafoglio. Il costo di un veicolo di investimento con copertura valutaria ha tre componenti. 

  • Tassi d’interesse: la copertura valutaria utilizza strumenti noti come contratti a termine su tassi di cambio. Si tratta di contratti in cui le due parti sono obbligate a scambiarsi un importo fisso predeterminato di una valuta (estera) in cambio di un’altra valuta (base) a una data futura prestabilita. Il costo di questi contratti (o il tasso di cambio futuro al quale avviene questa transazione) è determinato principalmente dalla differenza tra il tasso d’interesse iniziale della valuta base e quello della valuta estera. Questo meccanismo di determinazione del prezzo stabilisce che la valuta con il tasso d’interesse minore passerà di mano a un tasso di cambio maggiore in futuro. Quindi, se i tassi d’interesse negli Stati Uniti e nell’eurozona fossero esattamente identici, il costo della copertura sarebbe prossimo a zero e la classe di azioni coperta in euro di un portafoglio di obbligazioni statunitensi produrrebbe lo stesso rendimento della corrispettiva in dollari. Ma se i tassi d’interesse statunitensi dovessero aumentare e quelli dell’eurozona diminuire, il costo della copertura valutaria aumenterebbe per l’investitore in euro.
  • Commissione amministrativa: agli investitori è richiesto di pagare il costo della gestione dell’asset class di azioni, di norma 5 punti base per anno. Questo costo è solitamente integrato nella commissione amministrativa del fondo.
  • Costi di transazione: gli spread di mercato (noti come euro/dollar basis swap) comportano un costo per la stipula di contratti spot, forward o swap. Minore è la liquidità della coppia valutaria, maggiore è il costo. I costi di transazione di norma aumentano verso la fine dell’anno per via della minore liquidità.

Esempio di approccio attivo

Molti portafogli obbligazionari globali considerano le valute come una fonte distinta di rendimento e rischio. Utilizzano strategie note come overlay valutario, per beneficiare delle tendenze a lungo e breve termine nel mercato valutario e delle oscillazioni dei costi di copertura valutaria.

Numerose strategie di reddito fisso di Pictet Asset Management gestiscono in modo attivo l’esposizione valutaria in questo modo. In termini più generali, il nostro scopo è identificare e investire in valute con quotazioni ingiustificatamente basse per aumentare i rendimenti del portafoglio.

Per fare un esempio, le nostre strategie a reddito fisso per i mercati emergenti hanno sottopesato le valute dell’Europa centrale nel terzo trimestre del 2022, in quanto hanno subito in misura maggiore le pressioni dovute all’inflazione elevata e ai problemi delle forniture di gas europee. Allo stesso tempo hanno sovrapesato alcune valute selezionate dell’America Latina e dell’Asia. Queste posizioni hanno contribuito in modo positivo al rendimento del portafoglio.

Più di recente, con l’apparente avvicinarsi della fine della stretta monetaria da parte della Federal Reserve, le nostre strategie hanno iniziato a smobilitare queste posizioni per assumerne una più neutrale sulle valute emergenti, mantenendo allo stesso tempo posizioni di sottopeso su alcune valute europee centrali selezionate.

I gestori della strategia Pictet-Emerging Local Currency Debt avevano effettuato investimenti sul peso argentino verso la fine del 2018, ritenendo che la valuta avrebbe registrato una notevole ripresa dopo la brusca flessione appena avvenuta. L’investimento valutario contribuì positivamente al rendimento del portafoglio, in quanto il peso guadagnò quasi il 10% sul dollaro negli ultimi tre mesi del 2018.

Copertura valutaria: benedizione e maledizione

Tuttavia, parlando di mercato valutario, non tutti comprendono che i meccanismi alla base del calcolo dei contratti a termine sui tassi di cambio possono, a volte, rendere alcuni mercati obbligazionari del tutto inaccessibili agli investitori esteri.

Al momento, questo è quanto sta accadendo agli investitori dell’eurozona che desiderano investire in titoli di Stato statunitensi. I tassi d’interesse statunitensi sono aumentati più rapidamente di quelli dell’eurozona e, quindi, il costo della copertura in euro di un titolo di Stato statunitense a 10 anni (rendimento attuale: +3,70%) è salito a livelli proibitivi. In questo caso, l’utilizzo di una copertura valutaria EUR/USD spingerebbe il rendimento effettivo della moneta a raggiungere livelli inferiori allo zero. A titolo di paragone, il rendimento dei titoli di Stato tedeschi a 10 anni si aggira intorno all’1,7%. Sebbene questa peculiarità costituisca un problema per gli investitori in euro, rappresenta anche una fonte di rendimento potenzialmente ricca per gli investitori in dollari, in quanto questi ottengono di fatto un premio quando coprono in dollari gli investimenti obbligazionari denominati in euro.

Le fluttuazioni del tasso di cambio, quindi, possono influire notevolmente sul rendimento dei portafogli a reddito fisso.

Predisposti per crescere

Gli asset digitali sono predisposti per una crescita costante considerando l’aumento delle attività che adottano queste nuove tecnologie. Roger Bayston, head of digital assets di Franklin Templeton

Negli ultimi anni l’ecosistema degli asset digitali è cresciuto notevolmente. Riteniamo che i tassi di crescita di questo contesto continueranno ad essere elevati ancora per vari anni, per due motivi:

  • Primo e innanzitutto, lo sviluppo e l’impiego di nuove tecnologie e protocolli in ambiente blockchain da parte delle imprese. Dal nostro punto di vista, quest’attività rispecchia lo sviluppo e la proliferazione dei protocolli esistenti all’inizio di internet. L’attività degli sviluppatori in queste tecnologie è molto intensa, rispetto ad altri ambienti di programmazione open-source.
  • Secondo, è costantemente aumentato l’inserimento degli asset digitali che alimentano gli aspetti economici di queste piattaforme di sviluppo nei portafogli degli investitori, insieme a beni quali azioni e investimenti correlati al credito nei mercati pubblici e privati.

Abbiamo stabilito il valore di lungo termine della tecnologia blockchain e il suo impatto sulle operazioni della gestione patrimoniale professionale. Prevediamo che questa tecnologia sarà fondamentale nel settore dei servizi finanziari, che utilizza volumi massicci di dati e registrazioni. Con questa convinzione fondamentale, riteniamo che non vi saranno limiti all’utilità di questa tecnologia in qualsiasi settore e impresa commerciale nell’intero pianeta. Secondo noi la tecnologia blockchain è un tema di primaria importanza, sul quale gli investitori si concentreranno sempre più nei prossimi anni.

Nel settore degli asset digitali prevediamo che nei prossimi 12 mesi potranno verificarsi tre esiti:

  • Il panorama normativo dovrebbe evolversi considerando che i policymaker sperano di proteggere i consumatori finali di asset digitali nonché di promuovere la produttività e le efficienze acquisite con il loro sviluppo. Gli Stati Uniti sono secondo noi la giurisdizione nella quale il quadro dovrebbe cominciare seriamente a diventare sempre più chiaro. Al momento attuale, gli Stati Uniti sono indietro rispetto ad altri organismi di regolamentazione globali nel consentire l’esplorazione e lo sviluppo di queste tecnologie.
  • In periodi di crescita più lenta dell’economia, abbiamo visto imprenditori leader ricorrere a innovazione e tecnologia per mantenersi competitivi, in attesa che il contesto diventi più propizio per la generazione di ricavi. Vi sono molte restrizioni macroeconomiche che sembrano limitare la crescita globale. Ci attendiamo pertanto un’accelerazione dello sviluppo e dell’impiego della tecnologia blockchain nei prossimi 12 mesi, come uno dei vari investimenti effettuati dalle imprese per aumentare l’efficienza.
  • Siamo convinti che i prossimi 12 mesi saranno un periodo di aumento della conoscenza e della comprensione dei benefici della blockchain rispetto alla volatilità delle variazioni di prezzo di vari asset digitali.

Gli asset digitali secondo noi si dividono in tre categorie principali:

  • Vi sono i token nativi che alimentano la “tokenomics” delle blockchian. Sono spesso indicati come criptovalute. In questo contesto emergente, queste criptovalute sono state spesso esposte a una forte volatilità dei prezzi.
  • Alla seconda categoria appartengono tutti gli asset che le impresestanno sviluppando nei circuiti della tecnologia blockchain. Prevediamo che questa diventerà una categoria enorme. Includerebbe investimenti finanziari tradizionali effettuati tramite queste tecnologie, nonché eventuali flussi di nuovi asset tramite il metaverso o sviluppi di contesti virtuali. Siamo convinti dell’importanza di separare la prima dalla seconda categoria nell’esplorazione dei settori di asset digitali.
  • La terza categoria è rappresentata da valute digitali della banca centrale (CBBDC) che i governi svilupperanno per sostituire i sistemi monetari attuali in tutto il mondo. Al momento, quest’impegno è ancora piuttosto limitato.

A nostro avviso gli asset digitali sono predisposti per “crescere” proprio sotto i nostri occhi. A mano a mano che il mercato diventerà più maturo, saranno più visibili i benefici e le opportunità di cui potrebbero avere bisogno gli investitori per un utilizzo prudente di questi asset allo scopo di realizzare i loro obiettivi d’investimento nel lungo termine.

Dicembre: la migliore raccolta di sempre

Il 2022 si conclude con il risultato mensile di raccolta più alto dell’anno, sia sui volumi totali sia sul comparto del risparmio gestito.

A dicembre, i dati rilevati da Assoreti evidenziano volumi totali raddoppiati rispetto al mese precedente e pari a 5,4 miliardi di euroaumentano anche le risorse nette mensili investite in prodotti del risparmio gestito, pari a 2,6 miliardi.

Il trend di crescita coinvolge anche la componente amministrata che, tra investimenti in titoli per 4,6 miliardi e movimentazioni nette in uscita da conti correnti e depositi per 1,8 miliardi, chiude il mese con 2,8 miliardi.

Si consolida, pertanto, il bilancio del 2022 che vede le Reti realizzare la seconda migliore raccolta annuale di sempre, pari a 44,9 miliardi di euro.

Le risorse destinate ai prodotti del risparmio gestito ammontano a circa 17 miliardi e sono sostanzialmente equidistribuite tra gestioni patrimoniali, collettive e individuali, e prodotti assicurativi/previdenziali.

Le Reti consolidano, così, il proprio ruolo di riferimento per l’industria del risparmio gestito; nel 2022 il settore degli OICR aperti è sostenuto incisivamente dall’attività dei consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, i quali hanno fornito un apporto in termini di raccolta netta – diretta e
indiretta – pari a 13,6 miliardi di euro, compensando i deflussi realizzati, nel loro insieme, dagli altri canali distributivi e portando in positivo il bilancio complessivo del sistema fondi (9,3 miliardi).

Cresce significativamente l’investimento in titoli amministrati sui quali confluiscono 27 miliardi di euro, prevalentemente indirizzati sui titoli di debito, mentre frena la raccolta di liquidità pari a 977 milioni di euro.

È stato un anno faticoso ma i risultati non possono che renderci orgogliosi. Il modello delle Reti ha superato anche questa sfida brillantemente. Tutto questo è stato possibile grazie alla grande professionalità e costanza nel servizio svolto dai consulenti finanziari, con una raccolta di qualità
nell’interesse del cliente. Nonostante il periodo complesso, infatti, abbiamo portato avanti i progetti di vita dei risparmiatori nel medio lungo periodo, mettendo al centro del progetto la diversificazione insita nella componente gestita dei portafogli” dichiara Paolo MolesiniPresidente dell’Associazione.

Risparmio gestito
La distribuzione diretta di quote di fondi comuni si traduce in volumi netti mensili pari a 909 milioni di euro. Il bilancio annuale, quindi, risulta positivo per 3,9 miliardi di euro; gli investimenti si concentrano sui fondi azionari (8,4 miliardi) mentre sugli obbligazionari prevalgono i riscatti (- 5,9 miliardi). Il saldo delle movimentazioni complessive effettuate, nel mese di dicembre, sulle gestioni patrimoniali individuali è positivo per 639 milioni di euro e determina una valorizzazione annuale degli investimenti netti pari a 4,6 miliardi. Le risorse nette mensili indirizzate sul comparto assicurativo/previdenziale ammontano a 1 miliardo di euro; l’anno si chiude, così, con un risultato netto pari a 8,5 miliardi di euro prevalentemente riconducibile alle unit linked (4,8 miliardi) e alle polizze multiramo (3,3 miliardi).

Risparmio amministrato
Il bilancio mensile relativo agli strumenti finanziari amministrati è positivo per 4,6 miliardi di euro e conferma l’orientamento all’investimento in titoli di debito (4,4 miliardi). Da inizio anno il 60% della raccolta totale arriva ai titoli amministrati ed in particolare ai titoli di Stato (12,2 miliardi), tra collocamento sul mercato primario (2,3 miliardi) e attività sul mercato secondario (9,9 miliardi); le scelte di investimento coinvolgono anche i titoli obbligazionari corporate (5,3 miliardi), i titoli azionari (3,6 miliardi) ed i certificate (2,5 miliardi).

Nel mese di dicembre da conti correnti e depositi escono risorse nette per 1,8 miliardi; nel 2022 la liquidità rappresenta il 2,2% della raccolta netta totale

Zona Euro, entra nel vivo la “reporting season”

Sul fronte USA, attesa la testimonianza di Powell all’Economic Club di Washington, nella quale dovrebbe reiterare il messaggio di “aumenti multipli appropriati”. Weekly Newsletter di Cassa Lombarda

 

Macro review

Settimana intensa dal punto di vista macroeconomico, con le riunioni FED e BCE a farla da padrona. Lunedì è stato pubblicato il CPI spagnolo, uscito in aumento rispetto alle attese, prova che l’inflazione è ancora da tenere sott’occhio; in contrazione, invece, la stima GDP del quarto trimestre di Germania e Svezia. A metà settimana sono stati pubblicati i PMI, sopra attese in Spagna e Italia. Bene anche Danimarca, Irlanda, e meglio Svezia e Grecia. In peggioramento solo Svizzera, e revisione al ribasso per la Francia. Meno costruttiva la situazione sui prezzi: il CPI preliminare di gennaio ha rallentato meno delle attese in Olanda e Italia. E ha accelerato in Austria e a livello Eurozona. Lato US, sorpresa positiva dai Job report e dall’ISM Servizi di gennaio. Al FOMC sono stati annunciati 25bp di rialzo da parte della FED, Powell ha ribadito che il processo disinflattivo è iniziato ma l’inflazione è ancora troppo alta, il mercato del lavoro non ha ancora risentito dei rialzi, anche se il costo del lavoro sta dando qualche segnale positivo. Il livello di restrittività della politica monetaria non è ancora sufficiente, si valutano ancora altri 2 rialzi. Lato ECB, i tassi sono stati alzati di 50 bps. E nel comunicato si è chiarito che il Governing Council conta di alzarli di altri 50 a Marzo. Successivamente la stance dipenderà dai dati macro e sui prezzi.

Azioni

Mercati azionari positivi sia lato UE che US, con l’Asia in sottoperformance. Il Nasdaq è tornato ad outperformare grazie ai rendimenti obbligazionari in calo e sentiment in miglioramento per quanto riguarda le politiche monetarie. A livello settoriale abbiamo assistito ad una rotazione, con i temi bistrattati a segnare le migliori performance (Internet, Auto) e quelli in precedenza sugli scudi a sottoperformare (Energy, Insurance).

Obbligazioni

Sentiment d’inizio settimana negativo, con pressione in vendita sui bonds Eurozona, in seguito alla pubblicazione del CPI spagnolo di gennaio. Il movimento di rialzo dei tassi è durato poco. La reazione del mercato dopo la FED e BCE è stata sorprendente. La lettura del FOMC è stata inequivocabilmente “dovish” con i rendimenti in calo a doppia cifra su tutte le scadenze. E con una tendenza sul tratto 3- 5 anni ad outperformare. Stesso discorso post BCE: la stance più possibilista della Lagarde ha scatenato un flusso violento di ricoperture, che ha generato il paradosso per cui in una giornata in cui si alzano i tassi di 50 bps e si segnalano altri 50 in poco più di un mese, i rendimenti sono calati di 20, 30 ed anche 40 bps sul BTP 10 anni, ma anche sugli altri Titoli di Stato europei.

Valute e materie prime

Cambio EUR vs. USD sull’ottovolante grazie alle Banche centrali: ha toccato area 1,103 dopo la FED per poi rientrare sotto 1,09 dopo il meeting della BCE. Forte volatilità anche per le Commodity, con le materie prime energetiche a segnare una decisa correzione, gas in primis, seguito poi dal greggio, mentre i metalli hanno registrato un rally post FOMC e corretto dopo la BCE, con l’oro che ha toccato un picco di $1.960 giovedì, per poi ripiegare a $1.864 venerdì. Marginalmente positive le materie prime agricole.

Outlook

La stagione delle trimestrali ha raggiunto il suo apice in US, con oltre metà delle aziende quotate S&P500 che hanno riportato. Entra invece nel vivo la “reporting season” nella zona Euro. Sul fronte macro la settimana è scarica lato US. Mentre in Europa assisteremo alla pubblicazione del CPI tedesco che dovrebbe rientrare in zona “single digit” al 9,6%, oltre ai dati sulla Produzione Industriale. Domani è attesa la testimonianza di Powell all’Economic Club di Washington, nella quale dovrebbe reiterare il messaggio di “aumenti multipli appropriati”. Tra le Banche centrali di questa settimana, si prevede: RBA (+25bp), India (+25bp), Poland (fermi), Riksbank (+50bp), Banxico (+25bp) e Russia (fermi). Le tensioni Usa-Cina saranno da monitorare dopo l’abbattimento del pallone sonda, con Antony Blinken che ha annullato il viaggio che era previsto per questa settimana. Biden terrà il 7.2 il Discorso sull’Unione.