Per investire in azioni ci vuole il piglio da private equity

“In un contesto di bassi tassi di interesse, per noi il menu più ricco è quello dell’equity europeo”, commentano Tawhid Ali e Andrew Birse, AB European Equity Portfolio

L’elezione di Macron in Francia mette in soffitta alcune delle preoccupazioni più pressanti riguardo la coesione di Eurolandia e la fiducia degli investitori torna ad alzare la testa in cerca di opportunità. Dove trovarle però? In un contesto di bassi tassi di interesse, per noi il menu più ricco è quello dell’equity europeo e i tempi sono maturi ora per dare il via alla ricerca delle gemme più preziose nei portagioie azionari.

Nel vaglio delle opzioni, per rimanere concentrati su fonti di reddito sostenibile il modo migliore è adottare un approccio imprenditoriale, non smettendo di cercare fonti durature di crescita solo perché le condizioni economiche o politiche sono peggiorate. La ricetta è analizzare le aziende quotate con un’ottica da private equity, cosa che comporta un occhio di valutazione diverso rispetto a quello dei tradizionali operatori del mercato e un orizzonte di investimento più lungo, solitamente intorno ai cinque anni.

In primo luogo, il consiglio è di svincolarsi da parametri di riferimento dei mercati finanziari quali il beta o la volatilità di un’azione, che non danno alcuna indicazione riguardo al futuro di un’impresa. Qui la differenza: gli investitori private equity acquistano società, non titoli, e si concentrano sulla strategia di business, sulla gestione operativa, sulle dinamiche di mercato e sul management. Sono questi i veri fattori che determinano la creazione di valore in una società e, di conseguenza, rendimenti per gli investitori.

Dopo stato patrimoniale, leva finanziaria e qualità della gestione, un gradino importante è occupato dai flussi di cassa, forse gli indicatori più attendibili dello stato di salute di un’azienda e quelli meno facili da manipolare rispetto agli utili. Normalmente gli operatori di private equity determinano il potenziale di un’azienda calcolando il tasso di rendimento interno (Irr). Con un esame dei dividendi e dei proventi attesi, ipotizzando un ritorno in Borsa della società dopo cinque anni, a un cauto multiplo d’uscita equivalente o inferiore al multiplo corrente, in altre parole, l’Irr può individuare il rendimento potenziale dell’investimento sulla base delle sole previsioni dei flussi di cassa.

Per avere un quadro più chiaro, inoltre, meglio mantenersi “lunghi”. Un titolo può essere sensibile alle notizie esterne che, se negative, possono causare una volatilità che mette a dura prova la fiducia in un’idea di investimento a lungo termine. Riteniamo che puntare fermamente su un termine più lungo, dai tre ai cinque anni, aiuti a mantenere salda la propria convinzione nei brevi periodi di incertezza.

Infine, meglio svincolarsi dal benchmark e puntare su un portafoglio altamente concentrato con un numero relativamente ridotto di titoli. Questo parametro, infatti, non indica il potenziale di rendimento offerto da portafogli diversificati, costruiti sulla base di una solida ricerca e in grado di resistere alle pressioni esterne e di generare risultati nel lungo termine. In conclusione, siamo convinti che, seguendo tale approccio, anche gli investitori azionari possano scoprire in Europa occasioni di investimento che presentino una reale capacità di resistere nel tempo.

Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.
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