Perche’ gli USA sono finiti nel paradosso bad news is good news

A cura di Grant Bughman, senior equity strategist di UBS Global Asset Management e a capo del team di gestione del fondo UBS Equity USA Growth

Gli investitori, negli USA, sono arrivati perfino ad augurarsi “”bad news”” nella speranza che possano produrre un ritardo nel rialzo dei tassi. Le recenti performance dell’azionario USA si sono in un certo senso discostate dai fondamentali, sia dell’economia USA, sia degli utili societari. Finora, nel 2015, l’orientamento degli utili ha moderatamente deluso, mentre il multiplo P/E dello S&P 500 si è ampliato. Questo è avvenuto perché, dopo una conclusione dell’anno notevole dal punto di vista economico negli Stati Uniti, sembra che ci stiamo muovendo verso una situazione di mercato dove “bad news is good news”.

In un primo momento del 2015, il consensus era che la Fed avrebbe iniziato a rialzare i tassi entro la metà dell’anno, visto il momento di rialzo dell’economia. Tuttavia, nella mente della maggior parte degli investitori c’è sempre stata la preoccupazione assillante che anche se il clima economico era più favorevole, questo miglioramento ancora non era in grado di da resistere a un più elevato rialzo dei tassi. Ora, con la pressione deflazionistica dei prezzi dell’energia che entra in gioco, la Fed potrebbe essere costretta ad alzare i tassi di interesse per poter soddisfare il suo obiettivo inflazionistico del 2%. Tuttavia, i tassi d’interesse hanno iniziato a invertire la rotta, scendendo dai massimi di inizio anno. Gli investitori stanno al momento scommettendo che la Fed sarà messa sotto pressione per rialzare i tassi in un contesto economico inflazionistico favorevole.

A complicare le cose, la forza del dollaro ha iniziato a impattare negativamente sulle multinazionali USA che traggono guadagni significativi dall’estero. Quindi, gli investitori stanno sperando in notizie negative, che possano portare a un posticipo del primo rialzo dei tassi e i mercati azionari si sono mossi al passo malgrado i recenti dati economici più deboli.

Ci sono stati 20 diversi archi temporali negli ultimi 60 anni in cui la Fed ha iniziato un ciclo di inasprimento dei tassi. Solamente in cinque di questi il mercato azionario ha subito un crollo nei dodici mesi successivi al primo rialzo. Le oscillazioni più drammatiche si sono registrate nei decenni precedenti in circostanze e regimi monetari molto diversi. Nell’attuale clima, caratterizzato dalla riduzione dell’inflazione, da una crescita economica costante e dalla trasparenza da parte della Fed, è evidente che mentre la volatilità potrebbe aumentare nel breve termine, avrà tuttavia vita breve. A quel punto gli investitori potranno tornare verso un comportamento normale: considerare buone le notizie buone e cattive le notizie cattive.