Perù, mai più poveri in un paese ricco

Molto prima che l’elettorato avesse la possibilità di votare per il nuovo presidente, i peruviani più ricchi avevano iniziato a trasferire i loro risparmi all’estero. Tanti, nel paese andino ricco di minerali, temevano una nuova era che sarebbe entrata in conflitto con i loro interessi e avrebbe introdotto riforme che avrebbero danneggiato le loro attività e i loro investimenti. Sebbene il Perù non sia estraneo all’instabilità politica, per molti dei cittadini più ricchi, degli industriali e delle forze armate del paese, le elezioni di giugno sono state particolarmente preoccupanti. 

L’alternativa era tra l’esperta, anche se antipatica, candidata di destra Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente caduto in disgrazia Alberto Fujimori, e il quasi sconosciuto candidato di sinistra Pedro Castillo, un ex insegnante di scuola elementare, figlio di contadini. La scelta elettorale ha diviso il Perù in due fazioni distinte: gli elettori rurali più poveri a sostegno di Castillo e quelli urbani, più ricchi, favorevoli a Fujimori.

L’unico comun denominatore tra le opposte fazioni, a parte una diffusa sfiducia nelle classi politiche derivante da una serie di scandali di corruzione, era la convinzione che l’elezione sarebbe stata tesa e fortemente contestata. 

Un modello di democrazia 

Secondo i dati ufficiali, ormai quasi un terzo dei peruviani vive in povertà, con un aumento di oltre 10% dall’inizio della pandemia.

Quando, il 6 giugno, l’elettorato ha votato in un’elezione presidenziale molto combattuta, il candidato di sinistra, che aveva fatto campagna con lo slogan “Non più poveri in un paese ricco”, ha vinto con un margine esiguo di soli 44.000 voti.

Keiko Fujimori, l’avversaria di destra di Pedro Castillo, pur non potendo portare alcuna prova concreta, ha subito denunciato brogli elettorali che hanno dato luogo a un’azione legale che richiederebbe settimane per essere risolta. 

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