Petrolio in abbondanza: retroscena e possibili conseguenze per gli investitori

Il crollo dei prezzi del cosiddetto «oro nero» va a vantaggio dei consumatori occidentali, ma pone grandi sfide alle nazioni esportatrici di petrolio. L’analisi di Christophe Bernard, Chief Strategist di Vontobel

Un’illustre vittima del trend ribassista del petrolio è l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC), l’associazione dei produttori di petrolio che un tempo, con i suoi tagli della produzione, era capace di far tremare le economie industrializzate. Il suo membro più importante, l’Arabia Saudita, è ora determinato a far scorrere il greggio a ogni costo, pur di mantenere la sua quota di mercato. Nonostante le incertezze derivanti dalle turbolenze dei mercati energetici – e altri potenziali sconvolgimenti come le incognite politiche in Grecia – restiamo ottimisti sui mercati azionari mondiali.

Il prezzo del petrolio (qualità Brent) ha segnato un calo del 50 percento rispetto al mese di giugno 2014, passando da 115 dollari USA al barile a meno di 50 dollari. Questo straordinario sviluppo è la conseguenza dell’aumento dell’offerta a fronte di una domanda mondiale inferiore alle attese e della decisione dell’OPEC di mantenere invariate le quote di produzione. In particolare, il ministro dell’energia dell’Arabia Saudita, Ali Al-Naimi, ha dichiarato che «Riyadh» non ha alcuna intenzione di ridurre la sua produzione. «Che il prezzo scenda a 20 dollari, 40 dollari, 50 dollari o 60 dollari, non ha alcuna importanza», ha affermato di recente. Queste dichiarazioni segnano un’importante cesura nell’atteggiamento dell’OPEC, che tradizionalmente ha sempre preferito prezzi alti a una produzione elevata, e nel prossimo futuro potrebbero causare una notevole volatilità sui mercati petroliferi. Questa inversione di tendenza crea nuovi rischi per diversi asset, ma potenzialmente dischiude anche interessanti opportunità di investimento.

Il giro di boa dell’Arabia Saudita è di cattivo auspicio per il prezzo del petrolio
Dopo un prolungato periodo di debolezza dei prezzi del petrolio – tra il 1990 e il 2003 si attestavano in media su 20 dollari USA al barile – e di bassi investimenti nell’attività esplorativa, all’inizio del secolo l’aumento della domanda della Cina e dei paesi emergenti ha fatto lievitare i prezzi a una media di 90 dollari USA tra il 2006 e 2014 (vedi grafico 1). Il rialzo dei prezzi ha favorito gli investimenti nell’esplorazione petrolifera e nelle tecnologie affini. Le attività offshore in Africa occidentale, Brasile e nel Golfo del Messico, per esempio, hanno condotto a un incremento della produzione non-OPEC. L’impatto delle innovazioni tecnologiche si manifesta in modo particolarmente palese nel «fracturing idraulico», il metodo per l’estrazione di combustibile fossile dalle rocce argillose che ha rivoluzionato l’industria petrolifera e gassifera statunitense. Dal 2006, la produzione americana di petrolio è quasi raddoppiata, passando da 5 milioni di barili di petrolio equivalente (boe) agli attuali 9 milioni, superando anche le attese più ottimistiche. Inoltre i costi unitari di produzione stanno scendendo grazie ai progressi infrastrutturali e tecnologici.

Per gran parte degli ultimi 40 anni, l’Arabia Saudita, prima nazione esportatrice di petrolio del mondo, ha agito da «swing producer», cioè era in grado di influenzare i prezzi, tagliando o aumentando la produzione. Che il produttore con i più bassi costi di produzione assumesse questo ruolo era insolito e anche contrario a ogni logica economica. Tutto ciò appartiene ormai al passato. A quanto pare, il paese è ora determinato a difendere a spada tratta la sua quota di mercato. Sul piano mondiale, l’attuale eccedenza di offerta, stimata a 1,5-2 milioni di barili, si tradurrà in una riduzione degli investimenti in aree ad alto costo come il Mare del Nord, nei giacimenti profondi al largo delle coste brasiliane, nelle sabbie bituminose canadesi e anche nei progetti di shale oil e shale gas negli USA.

Il crollo del prezzo del petrolio incide su molti asset e mercati – dalle compagnie petrolifere e i loro fornitori alle valute dei paesi esportatori di petrolio come la Russia, il Venezuela e la Norvegia. Inoltre il deterioramento della qualità creditizia di importanti (importantissimi) emittenti di debito aziendale, come la brasiliana Petrobras e la russa Gazprom, potrebbe destabilizzare i mercati anche al di là del settore petrolifero. D’altro canto, il calo del prezzo della benzina rappresenta un notevole vantaggio per i consumatori occidentali. Ciò vale in particolare per gli Stati Uniti, dove questo effetto equivale a un taglio annuale delle imposte pari a 150 miliardi di dollari USA . In passato i forti ribassi dei prezzi del petrolio hanno invariabilmente stimolato l’attività economica. Inoltre, l’inflazione headline continuerà a scendere, lasciando alla Federal Reserve (Fed) un sufficiente spazio di manovra per stabilire il ritmo delle sue prossime manovre rialziste. In Europa, dove incombe il pericolo di deflazione soprattutto a causa del calo dei prezzi energetici, la Banca centrale europea (BCE) attuerà probabilmente il suo «sovereign quantitative easing», cioè procederà agli acquisti di titoli di Stato dell’eurozona.

Le elezioni greche pesano sul «sentiment» in Europa
A prescindere dalle turbolenze dei mercati petroliferi, gli sconvolgimenti politici in Europa potrebbero causare ulteriori incertezze. In Grecia, il partito di sinistra Syriza sembra partire in pole position nelle elezioni parlamentari del 25 gennaio. Sebbene Syriza abbia rinunciato ai suoi piani di abbandono dell’eurozona, il suo programma anti-austerity potrebbe pregiudicare i progressi faticosamente ottenuti nel campo della competitività economica e del rigore di bilancio. Di conseguenza la Grecia potrebbe ritrovarsi in rotta di collisione con i suoi creditori – rappresentati dalla cosiddetta troika (Fondo monetario internazionale, BCE e lo strumento dell’eurozona appositamente costituito, il Fondo europeo di stabilità finanziaria FESF) – che detengono oltre il 70 percento del debito pubblico greco in circolazione. Nonostante tutto, le prospettive potrebbero non essere così cupe: anche se Syriza dovesse assumere la guida del paese, potrebbe modificare il suo programma e diventare un partner responsabile nei prossimi negoziati con la troika. Non dimentichiamo che oggi l’assetto istituzionale dell’eurozona è molto più solido rispetto agli albori della crisi dell’euro, provocata dai timori sul deficit pubblico greco.

Nel complesso, sul breve periodo la volatilità dovrebbe restare elevata alla luce degli sviluppi sui mercati energetici e delle imminenti elezioni in Grecia, offrendo così opportunità per investire le liquidità disponibili. Infine, la prevista crescita degli utili aziendali, abbinata all’abbondanza di liquidità a livello mondiale, dovrebbe rappresentare un quadro positivo per le attività «rischiose» come le azioni. Noi manterremo comunque un approccio di investimento selettivo e in controtendenza.