Post Brexit, acquisti sugli emergenti

L’inchiesta di Fondi&Sicav sul post Brexit prosegue con l’intervento Fabrizio Santin, gestore team multi asset di Pictet Asset Management

L’indice Standard and Poor’s 500 e i Treasury Bond sembrano essere stati i veri vincitori della sfuriata post Brexit. A distanza di due mesi dal referendum britannico, quali sono state le altre asset class che non hanno risentito della vittoria del ‘leave’?

L’atteggiamento delle banche centrali in seguito alla Brexit, è stato volto a mantenere situazioni di stabilità finanziaria, intervenendo nel caso della Bank of England tramite taglio dei tassi e un nuovo programma di Quantitative easing. I principali beneficiari sono stati i mercati emergenti (debito, azioni e valute). La ricerca di rendimenti, favorita anche da un miglioramento del ciclo economico, si è tradotta in importanti flussi di acquisto: soltanto nel corso dell’ultimo mese sull’azionario emergente sono entrati oltre due miliardi di dollari.
Dopo il calo iniziale anche l’indice inglese – composto per buona parte da multinazionali con ampia diversificazione del fatturato al di fuori della Gran Bretagna – si è ripreso, guadagnando il 20% dai minimi.
Il Qe della Bce ha fornito una rete di sicurezza per spread dei titoli sovrani e crediti: lo spread BTP/Bund, dopo essersi allargato fino a quasi 200 punti base si attesta ora intorno ai 120bps, con rendimenti nominali di poco superiori al punto percentuale sul titolo decennale.

Quali sono invece le asset class che hanno sofferto o non hanno recuperato il terreno perso nei giorni immediatamente successivi al referendum?

Il rovescio della medaglia spetta alla sterlina (svalutatasi di oltre dieci punti percentuali rispetto alle principali divise), all’azionario europeo e al settore bancario. Le incipienti tensioni sul prossimo referendum sulla legge elettorale e il problema dei crediti deteriorati in bilancio delle banche italiane hanno continuato a pesare sul listino domestico. L’indice italiano perde oltre 20 punti percentuali da inizio anno.

Ritenete che il fenomeno Brexit sia destinato a produrre effetti nel medio-lungo termine o che sarà inesorabilmente oscurato dal processo di normalizzazione dei tassi perseguito dalla Fed o da altre variabili?

Brexit avrà ricadute, soprattutto nel lungo termine, per l’economia inglese. Non sappiamo quando l’articolo 50 verrà invocato (entro fine anno o prima delle elezioni francesi previste per la primavera del 2017) tuttavia, lo stato di incertezza perdurerà per almeno tre anni, gravando su investimenti delle imprese, consumi privati ed immobiliare. Il tipo d’accordo con la Ue sarà cruciale per il futuro della relazione e per il commercio internazionale. Sui mercati finanziari, il fattore d’incertezza legato all’esito del referendum inglese è stato messo in secondo piano, grazie ad un maggiore ottimismo riguardo alle prospettive di crescita dell’economia e alla speranza che le politiche fiscali dei governi (in primis Usa) possano prendere il testimone lasciato dalle politiche monetarie, sulla cui efficacia i mercati finanziari ripongono meno fiducia rispetto al passato. I prossimi mesi, caratterizzati da elezioni presidenziali negli Stati Uniti e referendum in Italia, rischiano comunque di essere turbolenti, anche a causa del rischio di un periodo di vacatio temporis da politiche monetarie a politiche fiscali. Per questo motivo, in attesa che la “Put di Keynes” si sostituisca alla “Put dei banchieri centrali”, riteniamo che la Fed continuerà a mantenersi accomodante anche nei prossimi mesi.

Paola Sacerdote
Paola Sacerdote
Nata a Milano ma cresciuta a Ivrea, patria del sogno olivettiano di cui ho visto il triste tramonto, ho studiato Scienze Politiche all'Università degli Studi di Milano. Dopo una esperienza nel mondo della finanza come consulente, oggi collaboro a tempo pieno con il gruppo FONDI&SICAV.