Raiffeisen Capital Management: «La sovraperformance della sostenibilità»

La sostenibilità è diventata un ingrediente sempre più presente nelle decisioni di investimento, una costante che è rafforzata da una serie di decisioni di natura, sia regolamentare, sia politica, nel senso più lato del termine. Essa è parte fondante e viva di tutta una serie di scelte che scandiscono progetti di ampio respiro e non solo in campo finanziario. Per quanto riguarda quest’ultimo ambito, l’introduzione della normativa Sfdr ha prodotto una spinta gentile nei confronti delle società di gestione ad abbracciarne i principi e a implementarli nelle decisioni di investimento. Ma quali sono i benefici che gli investimenti sostenibili generano per un risparmiatore? Ne parla Donato Giannico, country head per l’Italia di Raiffeisen Capital Management.

Adottare una politica di investimento guidati dai criteri della sostenibilità è una scelta valoriale o produce anche benefici in termini di ritorni?

«È senza dubbio una scelta di valori, ma non è una novità che i titoli con un grado di sostenibilità più elevato rendono maggiormente di quelli con un livello inferiore e, soprattutto, presentano un profilo di rischio minore. Infatti, se si analizza l’andamento dell’indice Msci World rispetto a Msci World Sri tra settembre 2007 e giugno 2021, appare evidente, soprattutto negli ultimi tre anni, che il secondo ha registrato una performance superiore». 

Quindi i criteri Esg  saranno sempre più presenti nella valutazione dei titoli?

«Sì, oggi  sono molti i fondi comuni di investimento cosiddetti Esg che, oltre a selezionare i titoli da un punto di vista prettamente finanziario, aggiungono un’analisi di sostenibilità. Per condurre quest’ultima è necessario dotarsi di un processo di ricerca ben strutturato, che si concentri sui criteri Esg ed esamini come possano a loro volta avere un impatto sugli aspetti di carattere finanziario e condizionare l’andamento dei titoli».

Prestare attenzione ai fattori Esg significa prendere in considerazione un’azienda nella sua totalità e ponderare anche gli eventuali rischi che si possono presentare?

«Si ricorderanno sicuramente i tracolli in borsa di titoli come Volkswagen, dopo lo scandalo del dieselgate e della ingente multa che dovette pagare, o di British Petroleum dopo l’enorme sversamento di petrolio nel Golfo del Messico che durò svariati giorni e della sanzione che fu comminata. Come non dimenticarsi il crollo del ponte Morandi a Genova, che portò Atlantia a una caduta spaventosa in borsa nello stesso giorno o ancora di Wirecard, che ha falsificato i bilanci, per poi fallire. Sono state ripercussioni devastanti sugli investitori privati e istituzionali che hanno perso interamente il loro capitale. Questi esempi mostrano che la mancanza di attenzione ai fattori Esg da parte delle società coinvolte e la sottovalutazione del profilo di rischio delle attività intraprese possono provocare impatti ambientali devastanti, controversie e scandali che portano inevitabilmente a considerevoli problemi finanziari. Si tratta di ingenti multe o risarcimenti, che queste aziende dovranno pagare, che fanno letteralmente fuggire la maggior parte degli investitori in un tempo relativamente breve, provocando crolli di prezzo repentini nella varie borse dove questi titoli sono quotati».

Investire in un fondo Esg permette di evitare le situazioni sopra descritte?

«I migliori fondi comuni Esg hanno la capacità di analizzare le società in modo da prevenire questi rischi non acquistando i  titoli che hanno valutazioni di sostenibilità molto basse, ma anche il compito di non rendere gli investitori complici “inconsapevoli” di scandali, controversie e disastri che molte volte mettono a repentaglio non solo la salute delle persone, ma anche l’ambiente in cui viviamo».

A marzo è stata introdotta la normativa Sfdr; quali sono stati gli impatti sull’industria dei fondi?

«La nascita della normativa sugli investimenti sostenibili, la Sfdr, ha provocato una vera e propria “trasformazione” di molti fondi  in prodotti cosiddetti Esg (art 8 e art 9). Questa metamorfosi sta impattando notevolmente il mondo del risparmio gestito, in quanto si è passati da un ammontare di  18 miliardi di euro di fondi classificati come  sostenibili a 276 miliardi (un quarto dell’intera industria) nell’arco di pochi mesi. Si sta assistendo a un cambiamento sostanziale. I gestori dei fondi “trasformati” in prodotti sostenibili sono infatti chiamati a cambiare il loro portafoglio, modificando la tipologia dei titoli con un aumento di quelli cui è riconosciuto un più alto livello di sostenibilità. Ciò genera un impatto sulla performance e una conseguente divergenza nei corsi delle azioni in base ai criteri Esg. Quindi i titoli “poco sostenibili” sottoperformano non solo rispetto al benchmark di riferimento ma, soprattutto, rispetto a quelli classificati come “molto sostenibili”».

È una mera questione di domanda e offerta o dietro a questa etichetta di titoli più o meno sostenibili c’è una grande profondità di analisi?

«È sì una questione di domanda e offerta, ma non è legata all’etichetta del prodotto, perché ha basi di carattere fondamentale. Per spiegare meglio questo concetto, vorrei fare un esempio del modus operandi che adottiamo in Raiffeisen Capital Management. Qualche anno fa abbiamo iniziato un’attività di engagement con Michelin, il produttore di pneumatici, che in due anni ha visto il nostro Esg score sul titolo, che incorpora anche valutazioni di carattere finanziario, migliorare in modo significativo. Ciò è avvenuto grazie ai provvedimenti presi dall’azienda riguardo alla riduzione del  consumo d‘energia e dell‘emissione di CO2, agli standard per i fornitori sul livello dei diritti dei lavoratori, all’aumento della sicurezza dei prodotti, alla stesura di programmi per i dipendenti e alle procedure di riciclo. Abbiamo verificato che, dopo il significativo aumento del nostro rating, la società ha iniziato a sovraperformare l’indice di mercato (Msci Europe Mit Tr). Ciò significa che quando un’azienda abbraccia processi virtuosi e sostenibili, il mercato la premia».

Quali sono, secondo lei, le prospettive di questa evoluzione nel medio lungo termine?

«La trasformazione dei portafogli, con la presenza di titoli sempre più sostenibili, obbligherà le imprese ad aumentare il livello della loro sostenibilità per avere un più facile accesso al mercato dei capitali: più alto sarà il punteggio di sostenibilità di un’azienda (calcolato da agenzie specializzate) e più facilmente i gestori dei fondi la selezioneranno. Questo è un trend destinato a durare, perché è appena cominciato: la normativa entrata in vigore negli scorsi mesi promette dinamiche evolutive già a partire dal prossimo anno (tassonomia) e, soprattutto, ci sarà un significativo flusso di denaro dedicato ai progetti di sostenibilità che i paesi dell’area euro riceveranno nei prossimi anni grazie al pacchetto di stimolo Next Generation Eu».

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