Rendiconto mensile sui mercati emergenti

A febbraio hanno guadagnato nettamente soprattutto i mercati azionari dei paesi emergenti europei. Si sono sensibilmente ripresi il mercato azionario russo, tanto tormentato negli ultimi 18 mesi, e il rublo. Il report di Raiffeisen Capital management

Nel complesso, a febbraio i mercati emergenti sono rimasti dietro ai mercati azionari sviluppati. L’MSCI Emerging Markets è salito del 3,3% circa, mentre i mercati azionari sviluppati hanno guadagnato circa il 6%. La Banca centrale europea con il suo annuncio riguardante gli acquisti di titoli di Stato dovrebbe aver rivestito un ruolo importante in questo andamento positivo dei mercati azionari. Persino lo scontro tra la Grecia e i suoi creditori è stato ampiamente ignorato, a prescindere dai mercati finanziari greci, nonostante l’imminente insolvenza di Atene. Inoltre, sono stati accolti positivamente i dati congiunturali della zona euro leggermente migliori nell’ultimo periodo. Eventuali rialzi dei tassi d’interesse negli USA vengono previsti piuttosto per l’autunno, viste le aspettative di mercato che si stanno scontando. Gli ultimi dati congiunturali USA sono stati più deboli di quanto anticipato dai mercati. Persino i dati sul mercato del lavoro, generalmente valutati come solidi, perdono molto del loro splendore (e della loro implicazione rispetto a eventuali rialzi del tasso giuda), se analizzati nel contesto degli ultimi anni. Perché negli ultimi 7 anni, nel complesso, non è stato aggiunto un unico posto di lavoro a tempo pieno negli USA, e ciò tenendo conto di una popolazione attiva cresciuta di circa 15 milioni di persone. Considerata la persistente forza del dollaro, una congiuntura globale che continua a essere debole e un’inflazione a zero ora anche negli USA resta tutto da vedere, se, quando e di quanto la banca centrale USA aumenterà poi effettivamente i tassi d’interesse. Tuttavia, gli eventuali rialzi dei tassi d’interesse negli USA continuano a rimanere un potenziale fattore di rischio per azioni, obbligazioni e in particolare le valute di molti paesi emergenti. Causerebbero una netta diminuzione della liquidità globale in dollari e questo in passato è stato molto spesso collegato a quotazioni azionarie e valute in calo nei paesi emergenti. Inoltre, in molti paesi emergenti i debiti in dollari USA, spesso di dimensioni consistenti, assunti negli ultimi anni sarebbero sempre più difficili da ripagare di fronte a una crescita in rallentamento, utili aziendali in calo e un continuo apprezzamento del dollaro.

Approfondimento sui Paesi

Cina
L’espansione economica della Cina continua a rallentare. L’effettiva crescita economica, negli ultimi mesi, sembra essere addirittura scivolata molto sotto le previsioni di crescita ufficiali già ridimensionate. Il mercato immobiliare continua a indebolirsi, così come auspicato dalla banca centrale e dal governo, ma questa manovra rimane un difficile esercizio di equilibrio a livello di economia globale. La produzione industriale, il trasporto merci, gli investimenti e anche le vendite al dettaglio fanno registrare aumenti molto inferiori ai valori degli ultimi anni. Da questo punto di vista, Pechino smentisce ostinatamente che la banca centrale allenterà la politica monetaria come lo hanno fatto USA, Giappone e la zona euro. Il quasi totale ancoraggio dello yuan al dollaro USA rappresenta, intanto, sempre più un problema per gli esportatori cinesi legato all’apprezzamento globale della moneta statunitense, e per questo, prima o poi, assisteremo a un forte deprezzamento della valuta cinese rispetto al dollaro. Allo stesso tempo, Pechino porta avanti energicamente le sue misure per consolidare la propria valuta come valuta per gli scambi internazionali e valuta di riserva accanto al dollaro USA. Ciò comporta anche la creazione di sistemi propri di transazione e regolamento a livello internazionale, per ridurre la dipendenza dall’attuale infrastruttura finanziaria globale che si basa sul dollaro e viene dominata dagli USA. A proposito, passi analoghi vengono compiuti anche dalla Russia. I mercati azionari cinesi hanno continuato a consolidarsi dopo i forti rialzi dei mesi passati”; a febbraio, gli indici di Shanghai e Hong Kong non hanno quasi subito alcuna variazione.

India
Di recente la produzione industriale dell’India dovrebbe aver leggermente rallentato di nuovo; ciò nonostante, per l’anno fiscale 2015 l’istituto nazionale di statistica prevede comunque una crescita economica poco superiore rispetto al 2014 del 7,4% in termini reali; ciò sarebbe superiore alla crescita della Cina. Allo stesso tempo, i tassi d’inflazione sono scesi leggermente oltre le attese. Dopo il ribasso dei tassi d’interesse avvenuto soltanto poche settimane fa, la banca centrale ha lasciato invariato i tassi guida, ha però tagliato le riserve minime obbligatorie per le banche. Il primo bilancio del governo Modi riferito a un esercizio finanziario completo non ha portato grandi cambiamenti, è stato però ampiamente all’altezza delle aspettative degli osservatori politici e degli operatori di mercato. L’auspicato risanamento delle finanze dello Stato è stato distribuito su tre anni anziché due, per creare più spazio per investimenti statali urgenti e per alcune agevolazioni fiscali. Con questo bilancio si dovrebbe essere riusciti a proporre un compromesso abbastanza buono tra sostegno alla crescita e risanamento del bilancio. I mercati azionari hanno fatto registrare un lieve aumento di circa un per cento, e qui si è distinto in maniera positiva soprattutto il settore IT, mentre i settori più sensibili all’andamento dell’economia sono stati tra i perdenti.

Brasile
Le prospettive economiche del Brasile continuano a peggiorare e l’ondata di notizie negative sembra non finire mai. Al momento c’è un concorso di fattori negativi, alcuni fatti in casa, altri causati dall’ambiente economico mondiale e altri ancora non influenzabili e senza colpa propria. Le stime del consenso prevedono intanto una contrazione dell’economia nel 2015 dello 0,6%. Allo stesso tempo, si prevede un’inflazione ostinatamente alta di circa 7,5%; e ciò nonostante i tassi guida alti che a febbraio hanno subito un altro rialzo dello 0,5% da parte della banca centrale e ora si attestano al 12,75%. Nonostante il rialzo dei tassi d’interesse, la valuta si è fortemente deprezzata; per la prima volta da oltre dieci anni sono di nuovo necessari più di 3 real per un dollaro USA. Ciò dovrebbe alimentare ulteriormente i prezzi delle importazioni e di conseguenza l’inflazione. A questo si aggiunge una grave siccità che fa scattare in alto i prezzi dei generi alimentari e incide sulla produzione di energia elettrica che si basa fortemente sull’energia idroelettrica. Considerando l’economia che in gran parte dipende dal consumo, gli alti tassi dell’inflazione hanno un diretto impatto negativo sulla crescita economica attraverso i salari reali più bassi. Inoltre, la crescita nei mercati d’esportazione più importanti del Brasile si è all’incirca dimezzata rispetto a dieci anni fa; per cui, al momento anche dalle esportazioni ci si può attendere solo pochi impulsi positivi. Inoltre, si stanno allargando i casi di corruzione. Al centro troviamo la Petrobras controllata dallo Stato. Le risorse finanziarie della società sono state congelate per il momento a seguito del caso di corruzione, ma, allo stesso tempo, Petrobras è il maggiore investitore del paese e datore di lavoro di decine di migliaia di persone. A febbraio, l’indice azionario Bovespa ha saputo guadagnare notevolmente (+10%) nonostante queste cattive notizie. Tuttavia, per gli investitori stranieri, gran parte di questo guadagno è andato perso a causa del deprezzamento della valuta.

Russia
Il prezzo del petrolio a febbraio si è nettamente ripreso con un aumento di oltre il 20%, anche se ciò è probabilmente dovuto agli acquisti speculativi dopo la forte flessione dei prezzi negli ultimi mesi. Per quanto concerne l’eccesso dell’offerta globale, invece, finora non è cambiato molto; le quotazioni del greggio rimangono dunque sensibili a nuovi contraccolpi. L’aumento del prezzo del petrolio ha messo le ali alle obbligazioni e azioni russe e al rublo. A fine febbraio, Moody’s ha declassato i titoli di Stato russi sotto il livello investment grade. Non si è trattata, però, di una misura a sorpresa e quindi non ha quasi causato nessuna reazione importante sui mercati finanziari. Da parte di Mosca è stata criticata, così come il precedente downgrading di Standard & Poor’s, come un’azione motivata esclusivamente da ragioni politiche delle agenzie domiciliate negli USA. A livello politico si sono visti i primi veri spiragli nella crisi ucraina. Con la mediazione di Russia, Germania e Francia i rappresentanti del governo ucraino e dei ribelli nell’Ucraina dell’est hanno concordato una tregua e delle misure per una soluzione politica del conflitto. Se ciò dovesse riuscire, sarebbe senza dubbio molto positivo per le azioni e obbligazioni russe e il rublo. Bisogna ovviamente attendere, se questo 2° “accordo di Minsk” (che in larga misura corrisponde al 1° accordo di Minsk dell’autunno 2014) sarà effettivamente rispettato. Comunque, finora la tregua e il ritiro delle armi pesanti sono stati evidentemente in gran parte implementati. La ripresa del prezzo del petrolio e del rublo e le migliori prospettive di pace in Ucraina hanno dato un impulso anche al mercato azionario. Il MICEX è salito del 7% circa a febbraio; in dollari USA le azioni russe hanno guadagnato addirittura oltre il 20%. Una ripresa efficace che duri nel tempo è difficilmente prevedibile finché non si stabiliscono in modo duraturo la congiuntura, il prezzo del petrolio e la valuta.

Turchia
La Turchia continua ad approfittare del prezzo del petrolio in calo, ma nelle ultime settimane l’attenzione si è concentrata sul conflitto tra il presidente Erdogan e la banca centrale. L’annunciato incontro tra Erdogan e il governatore della banca centrale Basci e il vice premier Babacan (entrambi sono considerate due tra le persone più “favorevoli al mercato” all’interno della politica turca) è un segno positivo, ma le preoccupazioni circa un imminente fine dell’indipendenza della banca centrale hanno tuttavia provocato un forte aumento dei rendimenti dei titoli di Stato turchi, e questo nonostante un ulteriore taglio dei tassi d’interesse dello 0,25%. Inoltre, il presidente Erdogan ha annunciato la modifica della Costituzione dopo le elezioni parlamentari dell’estate per ampliare in modo significativo i poteri del presidente. La lira turca è calata su un nuovo minimo record contro il dollaro USA in seguito a questi sviluppi e anche il mercato azionario ha ceduto sensibilmente; i corsi sono calati del 6% circa.

Grecia
Sotto la pressione di un’imminente insolvenza e di un sistema bancario greco molto teso, Atene e l’UE hanno per il momento concordato un prolungamento di altri quattro mesi dell’attuale programma di aiuti. Tuttavia, altro denaro potrebbe essere necessario già molto prima, perché le entrate fiscali sono molto più basse degli obiettivi, anche perché evidentemente molti greci esitano nel pagare le imposte allo Stato a causa delle incertezze cresciute in modo significativo. Il governo di Atene guidato dal partito Syriza vorrebbe portare avanti altre riforme e chiede di abbandonare il “programma della Troika” che secondo la sua opinione è fallito e sta strangolando la Grecia dal punto di vista economico. UE, BCE e FMI sono però restii a fare concessioni. Naturalmente ciò è anche una discussione di principio, politico-ideologica, e questo spiega inoltre la durezza e la determinazione con la quale viene condotta da entrambe le parti. Se il programma di riforme privilegiato da Syriza dovesse, per esempio, avere successo, ciò rappresenterebbe un enorme problema argomentativo per l’intera strategia di austerity propagata negli ultimi anni soprattutto da Germania e BCE. D’altra parte, UE, BCE e FMI hanno delle riserve sull’efficacia delle misure privilegiate da Atene e vorrebbero limitare al massimo il rischio di nuovi default. Il mercato azionario greco si è sensibilmente ripreso in seguito all’apparente accordo preliminare; le forti oscillazioni dovrebbero comunque continuare per il momento e i titoli di Stato greci stanno tuttora scontano delle notevoli probabilità di fallimento dei negoziati o di un nuovo taglio del debito.

Polonia
In Polonia l’indice manifatturiero ha superato nettamente i 50 punti e quindi segnala una dinamica economica maggiore dell’industria. D’altra parte, la crescita del PIL nel 4° trimestre è stata leggermente inferiore alle attese. Il tasso d’inflazione si attesta a -1,3% e si trova quindi chiaramente in territorio deflazionistico. Il taglio dei tassi d’interesse all’inizio di marzo da parte della banca centrale non è stato dunque una sorpresa, con lo 0,50% è stato, tuttavia, superiore alle previsioni. La banca centrale ha segnalato allo stesso tempo la fine del ciclo di taglio dei tassi d’interesse, anche se ci sono già state simili dichiarazioni altre volte in passato. A febbraio, i rendimenti delle obbligazioni hanno piuttosto seguito il trend dei rendimenti USA e, contrariamente ai rendimenti del Bund tedesco in leggero calo, sono aumentati. Nel complesso, lo zloty ha fatto registrare una performance un po’ più solida e ha tratto profitto dal sentiment migliore nei confronti dell’Europa centrale. L’autorità di vigilanza polacca sta discutendo la conversione in zloty dei prestiti in franchi svizzeri sottoscritti da molti polacchi, per i quali le banche dovrebbero assumersi una parte delle perdite valutarie. A questo proposito, però, non ci sono ancora dichiarazioni definitive. Il mercato azionario è salito di quasi il 2%, tuttavia è rimasto dietro alla maggior parte dei mercati della regione.

Repubblica Ceca
La Repubblica Ceca approfitta tuttora degli ordini export stabili, la produzione industriale al momento sta andando a pieno ritmo e anche il commercio al dettaglio mostra nel complesso una tendenza positiva. La crescita del PIL nel 4° trimestre è stata, tuttavia, molto inferiore alle previsioni (1,5% p.a. invece del previsto 1,9% p.a.). Le dichiarazioni del presidente ceco riguardo a un’eventuale rapida adesione alla zona euro e altre osservazioni, che sono piuttosto contrarie all’attuale politica della banca centrale, hanno messo sotto pressione al rialzo la corona e l’hanno portata vicino al cambio minimo di 27 contro l’euro. Un nuovo intervento (almeno verbale) della banca centrale sembra probabile nelle prossime settimane, dato che è cambiato poco nella tendenza di base di inflazione negativa. Le obbligazioni ceche intanto hanno seguito il trend positivo dei titoli di Stato della zona euro. Il mercato azionario di Praga si è mostrato solido e ha guadagnato il 6% circa.

Ungheria
In Ungheria si registrano tendenze simili alla Polonia; una domanda estera robusta accompagnata da inflazione negativa. La crescita economica nell’ultimo trimestre del 2014 è stata nettamente superiore alle previsioni. La banca centrale ungherese ha lasciato il tasso guida sul minimo record di 2,1%, ma di fronte ai rendimenti in euro in calo e alle preoccupazioni deflazionistiche sono da prevedere altri tagli dei tassi nei prossimi mesi. Il fiorino è stato notevolmente più forte, così come le obbligazioni ungheresi. Il mercato azionario ha guadagnato sensibilmente a febbraio ed è salito di quasi il 14%; ha avuto un effetto positivo sui titoli finanziari, per esempio su quelli di OTP (+15%), in particolare l’annuncio della riduzione della tassa sulle banche.