Resilienza o stabilità? Perché è importante capire la differenza

Stabilità e resilienza sono spesso in contraddizione. Bisognerebbe rinunciare ad un po’ di stabilità per incrementare la resilienza mentre solitamente facciamo il contrario.

Chiunque si occupi di sistemi complessi conosce bene l’importanza del concetto di resilienza. La resilienza può avere diverse definizioni a seconda che la si osservi dal punto di vista di un ingegnere, di un ecologo o di uno psicologo. In generale è la capacità di reagire e di ritornare nello stato o nella forma di partenza dopo essere stati sottoposti ad una perturbazione. E’ l’abilità di recuperare forza, spirito, buon umore velocemente. Resilienza è elasticità, il contrario di rigidità e fragilità.

La resilienza è quindi la misura della capacità di un sistema di sopravvivere e persistere in un ambiente incerto e soggetto a cambiamenti. Una delle caratteristiche chiave della resilienza dei sistemi viventi è l’auto-organizzazione, cioè la capacità di apprendere, modificarsi ed evolvere nel tempo, creando nuove strutture e comportamenti. Nei sistemi biologici questa caratteristica prende il nome di evoluzione; nei sistemi sociali si chiama progresso tecnologico e culturale.

Il corpo umano è un esempio meraviglioso di sistema resiliente. Può sopportare livelli di temperatura molto diversi; nutrirsi di cibi completamente differenti; può riparare tagli e ferite, riallocare la circolazione sanguigna, aumentare o ridurre il metabolismo e ha sistemi di back up che si attivano per compensare il malfunzionamento di alcune parti. Ha una forte capacità di auto-organizzazione: il sistema immunitario è in grado di sviluppare risposte nei confronti di invasori che non aveva mai incontrato prima; il cervello è in grado di apprendere nuove informazioni, generare nuovi pensieri, socializzare, sviluppare nuove tecnologie.

Resilienza e stabilità

Come sottolineato dalla scienziata Donella Meadows nel suo libro Thinking in Systems, la resilienza è la caratteristica più importante di un sistema ed è un concetto molto differente rispetto alla stabilità. Sistemi resilienti possono essere molto dinamici e volatili: sono proprio le oscillazioni di breve periodo, le rotture periodiche, i cicli di crescita e di crollo a rappresentare quei meccanismi di aggiustamento, bilanciamento e feedback che assicurano la resilienza del sistema nel lungo periodo. Al contrario sistemi che dimostrano stabilità nel tempo possono essere poco resilienti e collassare all’improvviso.

Il mercato azionario americano è un sistema caratterizzato da elevata volatilità e da aggiustamenti anche violenti: tuttavia nel lungo periodo è sempre stato in grado di autoripararsi e di ritornare nella situazione di partenza, facendo segnare nuovi massimi. Si può quindi affermare che, nonostante sia particolarmente volatile, abbia dato dimostrazione di essere storicamente resiliente.

Prendiamo invece il caso del Long Term Capital Management, il più grosso hedge fund creato nella metà degli anni novanta da trader ed esperti di finanza, tra cui due premi Nobel: per 4 anni ha dato rendimenti consistenti tra il 20 e il 40%, facendo credere a tutti gli investitori di aver trovato la regola aurea per la performance. Poi all’improvviso, con la crisi Russa, nell’ottobre del 1998 è saltato per aria e ha costretto la Federal Reserve ad organizzare un salvataggio d’urgenza per evitare il collasso del sistema finanziario (vedi figura 1).

Figura 1: Il collasso del Long Term Capital Management da When Genius Failed di Richard Lowenstein.

 

Per non parlare di AIG, considerata per decenni l’assicurazione più solida a livello globale e che ha sempre mostrato tassi di crescita stabili dei profitti: durante la crisi del 2008 si è sciolta come neve al sole, costringendo il governo americano al più grande salvataggio della storia aziendale.

Figura 2: la crisi di AIG.

 

Il sistema democratico è un altro classico esempio di sistema caratterizzato da elevata variabilità ma che dimostra estrema resilienza nel lungo periodo. La creazione e la dissoluzione dei partiti, l’alternanza a volte anche repentina di governi con visioni politiche differenti, la diffusione di nuove correnti di pensiero non sono altro che i meccanismi di bilanciamento e di feedback che consentono al sistema democratico di cambiare ed evolversi nel tempo per adattarsi alle nuove circostanze.

Al contrario i sistemi dittatoriali sono caratterizzati da grande stabilità: nulla cambia, nulla evolve nel tempo. L’assenza di meccanismi di aggiustamento tipici delle democrazie, che consentono di dar sfogo e voce a visioni alternative, determinano però la bassa resilienza dei sistemi politici a controllo centrale: i libri di storia sono pieni di pagine che raccontano il crollo improvviso, violento e imprevedibile delle dittature.

La naturale ricerca della stabilità

La stabilità è qualcosa che possiamo vedere e misurare: è facilmente deducibile analizzando l’andamento o i risultati prodotti dal sistema nel tempo. Al contrario la resilienza è più difficile da valutare perché è una caratteristica della struttura e dell’organizzazione del sistema e richiede quindi l’applicazione di una visione approfondita e complessiva. Inoltre la resilienza non viene testata se non in eventi estremi e può quindi rimanere silente e invisibile per lungo tempo.

Se compriamo un prodotto di investimento possiamo facilmente capire se è stabile o meno guardando i suoi risultati storici; tuttavia per capire se è anche resiliente, cioè in grado di resistere a situazioni impreviste, dovremmo comprendere a fondo la sua strategia di investimento, gli strumenti in cui investe, le tecniche di risk management, l’organizzazione del team di gestione.

Allo stesso modo per valutare se un’azienda è stabile è sufficiente guardare allo storico dei suoi rendiconti finanziari. Per capire se sia resiliente però occorrerebbe analizzare in profondità le dinamiche del suo business, l’organizzazione interna, la capacità di adattamento e di innovazione, i suoi sistemi di controllo del rischio, la distribuzione delle competenze decisionali e così via.

Proprio perché la resilienza è una caratteristica difficile da valutare e può rimanere invisibile per molto tempo, i manager, i regolatori, i politici, nell’intervenire nei propri sistemi di riferimento, tendono a sacrificarla a favore della stabilità che invece ha una visibilità ed un appeal decisamente superiore. Avete mai visto un manager ricevere un bonus per aver incrementato la resilienza dell’azienda? Molti manager sono invece remunerati per generare una crescita stabile e consistente nel tempo. Un esempio classico è l’ossessione delle aziende di Wall Street nel rispettare le stime trimestrali degli analisti e di non generare sorprese. L’avversione verso la volatilità ha portato anche allo sviluppo di pratiche contabili “creative” e il proliferare di nuovi termini come “EBITDA aggiustato”, “profitti ex componenti straordinarie” e simili che hanno l’obiettivo di trasmettere agli investitori un messaggio di stabilità nel tempo dei risultati: questo perché anche gli investitori, dal loro punto di vista, danno grande valore alla stabilità e alla prevedibilità e sono invece meno interessati alla resilienza, perché più difficile da comprendere e meno rilevante nel breve periodo.

Favorire la stabilità può ridurre la resilienza

Il passaggio logico fondamentale da comprendere è che quando i manager, i regolatori o i politici intervengono per incrementare la stabilità del proprio sistema di riferimento possono in molti casi renderlo più fragile e meno resiliente. 

“Mettere il sistema in una camicia di forza di stabilità crea fragilità.” (Crawford Holling)

Pensiamo ad esempio alle pratiche adottate nei sistemi di allevamento: l’utilizzo dell’ormone della crescita ha stabilizzato ed incrementato la produzione di latte ma ha reso i bovini meno sani e resilienti e più dipendenti dall’intervento dell’uomo. L’introduzione delle tecniche just-in-time hanno ridotto la volatilità e i costi relativi alla gestione del magazzino ma hanno reso i sistemi di produzione più vulnerabili a shock esterni: l’esperienza recente del COVID e il suo impatto sulla supply-chain lo hanno fatto emergere con chiarezza.

Le stesse misure messe in atto dai governi per stabilizzare l’economia tendono molto spesso ad indebolirla perché smorzano i meccanismi di aggiustamento e di feedback attraverso i quali potrebbe rigenerarsi autonomamente. Un esempio sono i continui sussidi ad aziende perennemente in difficoltà che non vengono lasciate fallire per evitare le ripercussioni negative sul mercato del lavoro. Per sviluppare la resilienza del sistema occorrerebbe invece creare le condizioni e i meccanismi di aggiustamento per cui le aziende non competitive possano fallire ed essere rimpiazzate da nuovi player più virtuosi e dinamici e i lavoratori che perdono il lavoro siano in grado di ricollocarsi velocemente e trovare nuove opportunità. In questo modo il sistema economico avrebbe la possibilità di evolvere e rigenerarsi invece di rimanere in una situazione di “stagnazione stabile”.

Gli interventi delle Banche Centrali successivamente alla crisi del 2008 hanno sicuramente contribuito a stabilizzare i mercati finanziari in un momento di grande incertezza e turbolenza. Tuttavia se questi interventi diventano cronici, il sistema diventa progressivamente più debole: le Banche Centrali hanno iniziato a comprare attività finanziarie sui mercati, influenzandone in maniera significativa l’andamento dei prezzi e di fatto sopprimendo la volatilità, tanto che oggi tendiamo a stupirci quando vediamo qualche variazione significativa. Il debito complessivo è aumentato e ha raggiunto livelli mai visti prima, i tassi di interesse sono stati ridotti fino a diventare persino negativi e questo ha rappresentato un incentivo implicito ad investire in attività rischiose, visto che quelle a basso rischio non avevano più rendimento. In sostanza i margini di sicurezza sono stati eliminati e i meccanismi di aggiustamento legati alla variabilità dei prezzi sono stati rimpiazzati da una sorta di controllo centralizzato delle Banche Centrali.

E’ quindi semplice dedurre che: più debito, più incentivi al rischio, meno porti sicuri, meno diversità, meno sistemi di feedback interni, più controllo centrale = meno resilienza.

Il messaggio complessivo è quindi chiaro: i manager, i regolatori, i politici dovrebbero iniziare a gestire i propri sistemi avendo come obiettivo non solo la stabilità, o la crescita o la produttività ma anche la resilienza, cioè la capacità del sistema reagire autonomamente alle perturbazioni, di autocurarsi e rigenerarsi. Ciò è ancora più vero oggi in un mondo complesso e interconnesso dove gli shock inattesi sono ancora più frequenti. E’ ovvio che questo approccio richieda coraggio e capacità di ragionare sul lungo periodo perché la resilienza è meno visibile, meno mediatica e più difficile da comprendere.

Conclusioni

E tu che approccio hai nei confronti della resilienza? Preferisci i rapporti stabili e senza sorprese oppure quelli in grado di evolvere nel tempo anche a costo di discussioni e contrasti dolorosi? Hai pianificato la tua carriera per avere un lavoro prevedibile e che ti faccia arrivare tranquillo alla pensione oppure stai sviluppando competenze alternative che ti possano consentire di adattarti a percorsi differenti in caso di necessità?

Quanto sei disposto ad accettare un po’ di volatilità e di incertezza pur di diventare più resiliente?

Nel mondo di oggi occorre fare attenzione a non confondere la stabilità con la resilienza: dobbiamo renderci conto quanto prima che la stabilità molto spesso è solo un’illusione e la resilienza è il valore a cui aspirare.

 

“Non misuro il successo di un uomo da quanto arriva in alto ma da quanto rimbalza quando tocca il fondo.” (George S. Patton)

Bibliografia:

Meadows, Donella H. Thinking in Systems. Chelsea Green, 2008.

Articolo a cura di Thinkinpark.it