Si muove tutto e molto

I temi che si sono sviluppati ieri sui mercati finanziari hanno condotto ad una volatilita’ enorme sui prezzi che, tuttavia, non ha causato repentini cambiamenti sulle logiche dei movimenti che già da diversi giorni si sviluppano tra valute, bond e azioni. Fxcm

Il dollaro ha infatti fin dal mattino, e quindi prima degli eventi più significativi della giornata, continuato a perdere terreno in maniera generalizzata contro le altre valute, così come l’obbligazionario nella misura del Bund ha perdurato nelle vendite in particolare dopo le aste dei titoli di stato, e l’azionario si è da subito dimostrato pesante prima di andare a violare i supporti degni di nota nel medio periodo scatenando quindi un copioso sell-off. Le avvisaglie di tali dinamiche erano arrivate in qualche modo proprio dal mercato obbligazionario che, per quanto riguarda l’Europa, vedeva concomitanza di aste di diversi paesi durante la mattinata di ieri. In particolare la Germania si proponeva di collocare titoli a 5 anni per un controvalore di 4 miliardi di euro, laddove però la domanda si è rivelata inferiore ed è giunta a 3,64 miliardi, mentre proprio il Bund decennale ha visto il proprio rendimento passare dallo 0,07% di poco più di una settimana fa allo 0,28%. Il prezzo è infatti sceso intensivamente con la rottura dell’importante area di supporto di 159 per approdi tecnici in area 158. Nessun apparente giustificazione però è parsa palesarsi dietro a questi accadimenti ,se non appunto la dismissione da parte di alcuni istituzionali dei titoli “in bolla” per antonomasia (come suggeriva peraltro Bill Gross qualche giorno fa). Il propulsore decisivo è arrivato però nel primo pomeriggio con la pubblicazione del Pil Usa che su base trimestrale ha registrato un incremento di +0,2% a fronte di attese di un +1%, creando così un duplice effetto: quello di essere prezzato immediatamente a sfavore di dollaro e Borse in generale, e quello di accentuare le aspettative per le comunicazioni della Federal Reserve di qualche ora successive. Il dato molto lontano dal consensus ha infatti immediatamente acceso spie dovish pre-Fed e ciò appare piuttosto sensato.

Tuttavia l’obbligazionario sembra aver reagito all’esatto modo opposto dal momento che i rendimenti sono cresciuti, quelli dei Treasury compresi. Il decennale americano è dunque balzato da +1,99% a +2,06% ai massimi di 5 settimane, quasi dunque come se l’obbligazionario non “credesse” ad una Federal Reserve su posizioni ancora troppo “dovish”. Simile discorso per quello che concerne i bond europei, Bund in testa ma con la differenza che chi acquistato Bund sembra averlo fatto coprendosi con acquisti di euro, mentre chi ha comprato titoli di stato Usa non avrebbe adottato il medesimo comportamento ritenendo magari che guadagni del dollaro avrebbero incrementato l’effetto rendimento. A livello macro, intenso in senso più strutturale, se gli istituzionali sono ancora short di euro e lunghi di dollari, ma nel contempo hanno comprato Bund in ottica QE europeo, allora dovranno girare una delle posizioni e questo dunque potrebbe portare a potenziali forte discese del Bund e/o a salite del cambio Eurodollaro. E ieri questa relazione si è estrinsecata in maniera eloquente. Mitigante è stato dunque l’effetto della Fed che nel suo statement, pubblicato alle 20 italiane, ha ammesso che l’economia a stelle e strisce ha significativamente rallentato affermando che però ciò è legato a “fattori transitori”, mostrandosi quindi per nulla remissiva rispetto a dati recenti tutt’altro che lusinghieri che già portavano a molti addetti ai lavori a pensare che i famosi rialzi dei tassi di interesse potessero giungere assolutamente dopo l’estate o anche dopo. Se infatti, in seno all’istituto centrale americano, si sarà fiduciosi circa il fatto che l’inflazione possa tornare al famoso target del 2% allora i famigerati rialzi avverranno, complici i dati sull’occupazione.

A tal proposito le pubblicazioni di Non Farm Payrolls e Tasso di Disoccupazione (che ricordiamo non ci saranno questo venerdì ma quello della prossima settimana) continueranno a mantenere un’importanza strategica. Da un punto di vista di movimenti di mercato le comunicazioni del FOMC hanno condotto a lievi rebound dai grossi movimenti del pomeriggio in uno scenario che resta bearish su dollari Usa e Borse nel breve termine, non modificando però il quadro strutturale che vede ancora il biglietto verde in forze e l’azionario non ancora pronto per gli “storni” epici più volta vagheggiati. Storicamente infatti il dollaro resta forte nel momento in cui si creano aspettative per la fine delle politiche espansive della Fed fino poi all’inizio dell’effettiva stretta alla politica monetaria.