Giappone: Sol Levante o Sol Calante?

Il kabuki è un genere teatrale le cui origini risalgono alla fine del XVI secolo. Nato come forma di arte popolare, ha una lunga e ricca tradizione tale da poterlo considerare un pilastro della cultura giapponese. Il termine kabuki è composto da tre caratteri che indicano canto(ka)-danza(bu)-gesto-azione(ki) e deriva dal verbo kabuku che, in una delle sue accezione, significa “fuori dall’ordinario” e rimanda ad un significato di eccentricità, di comportamento stravagante e inadeguato al proprio stato. Il kabuki era una delle poche distrazioni per la popolazione durante l’era Tokugawa (1603-1868) e, nonostante fosse tollerato dal governo, subì forti censure sui testi rappresentati. Con il passare del tempo questa forma teatrale trovò una collocazione stabile nelle città, in luoghi in cui i ceti sociali urbani avevano la possibilità di divertirsi e intrattenersi, grazie a questa nuova forma di espressione culturale. Protagonisti del kabuki furono gli attori, figure ai margini delle classi sociali, ma così amati dal pubblico durante le loro rappresentazione da diventare dei veri e propri idoli. Per valorizzare le loro capacità nel canto, nella danza e nella recitazione, furono elaborati testi che ne esaltassero le qualità. Il kabuki è una forma di espressione artistica tipicamente giapponese, riconosciuta dall’Unesco come patrimonio universale dell’umanità. Esso offre, attraverso la sua rappresentazione, le fuggevoli scene di vita del tempo, come fossero dei fotogrammi in cui immergersi cogliendone la bellezza, il piacere e il divertimento. Questa arte, è stata tramandata nei secoli da intere famiglie che hanno permesso la continuità della tradizione di una forma teatrale vecchia di quattrocento anni e recitata solo da uomini.

Uno degli attori contemporanei più conosciuto e membro di una famosa dinastia di attori di kabuki è Ichikawa Ebizo XI, ovvero il componente della famiglia Ichikawa cui è stato dato per l’undicesima volta il nome di Ebizo. Ebizo XI ha una grande tradizione alle sue spalle, quella degli Ichikawa, ma da attore moderno, è consapevole che la forma teatrale, in cui è maestro, è rivolta ad un pubblico sempre più maturo, soprattutto femminile e ultra cinquantenne. In una recente intervista al Financial Times, Ebizo Ichikawa parla del futuro del kabuki ed argomenta come i problemi che lui e i suoi colleghi attori devono affrontare nel 2016 siano quelli di trovare forme e modi per un pubblico che vive in una società sempre più allargata, con delle dinamiche demografiche che ne delineano le forti caratterizzazioni. Non basta che una forma d’arte faccia parte della tradizione nazionale per continuare a raccogliere consensi ed avere successo. Una tradizione per essere mantenuta in vita ha bisogno di essere rinnovata e trasmessa in modo che diventi fruibile anche da coloro che non la conoscono e che possa, inoltre, essere diffusa al di fuori dal contesto in cui è nata. La popolazione giapponese invecchia ma il pubblico del kabuki invecchia ancor più velocemente. E’ quindi necessario attirare nuovi spettatori, anche all’estero, magari proponendo formule diverse, che permettano alla tradizione artistica di continuare. Il rinnovamento non serve solo al kabuki per poter essere tenuto in vita, ma anche al paese in cui questa arte è fiorita.

Oggi il Giappone continua nella strada di rinnovamento e cambiamento, ma il processo è lungo e i risultati non sono immediati. Alla fine degli anni ’80 e agli inizi dei ‘90 il paese era protagonista della scena mondiale, andava alla conquista del mondo ma non gettava in esso le sue radici. Si parlava già allora di globalizzazione, ma era più uno slogan usato per sintetizzare i cambiamenti economici e sociali che sarebbero avvenuti piuttosto che una piena consapevolezza delle conseguenze che quel processo avrebbe comportato. Poi, in Giappone, è scoppiata la bolla speculativa ed è arrivata la crisi: il sogno di riscattare la propria posizione dal passato e di diventare una super-potenza mondiale veniva infranto. La nazione si ripiegava su sé stessa, impegnata a risolvere i problemi e a superare una crisi le cui ripercussioni sono durate oltre un decennio. L’Abenomics ha segnato un punto di svolta: la volontà di cambiamento e di indicare un nuovo corso per la crescita, ha portato una ventata di rinnovamento ed ha costretto a ripensare con più attenzione al ruolo del paese, anche a livello mondiale. In questo contesto la parola globalizzazione è tornata ad assumere importanza, soprattutto perché obiettivo imprescindibile per una nazione alla ricerca di un futuro che, per motivazioni economiche e demografiche, ha bisogno di guardare oltre i suoi confini.

Ma per il Giappone la vera globalizzazione è ancora agli inizi: non si tratta solo di ampliare la propria presenza e influenza a livello territoriale, bensì di innovare il modo di fare impresa nel mondo a trecentosessanta gradi. Questo cambiamento è ancor più necessario in una nazione in cui la popolazione sta diminuendo e la competizione esterna sta aumentando. Il Giappone ha bisogno di crescita e per poterlo fare, deve guardare all’estero. Non è un caso che il 2015 sia stato un anno importante per l’attività di acquisizioni delle aziende giapponesi all’estero. Il direttore del Nikkei Shinbun, Katsuyoshi Kondo, sostiene che il Giappone sia entrato in una fase di globalizzazione 2.0 che non riguarda più solo i giganti dell’automobile, già presenti all’estero ormai da decenni, ma anche il settore dei servizi, che ha sempre avuto una connotazione prettamente domestica.

La demografia rimane un problema. Secondo il censimento del 2015, la popolazione giapponese è diminuita rispetto alla rilevazione precedente (2010) dello 0,7% a 127,1 milioni di persone. Circa un terzo della popolazione ha più di sessantacinque anni, percentuale questa che salirà circa al 40% nel 2050. Secondo alcuni studi (rif. Richard Katz,The Oriental Economist) nel 2045 la popolazione lavoratrice in Giappone sarà scesa del 13%, ovvero occorrerà produrre il 13% in più in termini di valore economico per compensare tale declino e mantenere gli stessi standard di vita. Per questo motivo il primo ministro Abe, lo scorso anno, ha chiesto al ministero competente di stilare delle proposte per alzare il tasso di natalità, al fine di arginare la continua discesa della forza lavoro e finanziare a sua volta l’elevata percentuale della popolazione in età di pensione. Il Giappone continua però ad essere un’economia a bassa crescita e bassa inflazione e, a tre anni dalle politiche monetarie e fiscali adottate dal primo ministro Abe, la battaglia non sembra ancora conclusa.

Sicuramente il paese è in una condizione migliore rispetto a quella precedente ma i rischi di un rallentamento economico, e le conseguenze ad esso legate, rimangono. Lo stesso andamento dell’inflazione mostra delle dinamiche ancora troppo contenute e questa è probabilmente una delle ragioni principali che ha spinto la Bank of Japan (Boj) a portare i tassi di interesse in territorio negativo lo scorso gennaio. L’ironia della sorte ha voluto che la reazione del mercato questa volta, a differenza delle precedenti, non abbia sortito l’effetto sperato: il mercato azionario è sceso e lo yen si è rafforzato. Se è vero che la debolezza ed elevata volatilità dei mercati finanziari globali non hanno favorito una accoglienza positiva delle misure della Boj, è anche importante sottolineare come le semplici decisioni di una banca centrale non siano più, di per sé, una garanzia di successo. C’è stato un forte elemento di sorpresa che non è riuscito, però, a tradursi positivamente per le piazze finanziarie se non per la componente obbligazionaria che ha visto scendere i rendimenti. Al contrario, la reazione è stata particolarmente negativa, anche nei giorni a seguire, per tutto il settore finanziario che è stato visto come penalizzato dalle misure prese dall’Istituto centrale. Il governatore Kuroda non solo non è riuscito a comunicare con i mercati ma, involontariamente, è riuscito a generare preoccupazione tra una popolazione dall’età media elevata che ha visto minacciati i propri risparmi. Non spetta certo alla banca centrale, la cui politica monetaria è indirizzata a sconfiggere la deflazione e sostenere la crescita economica, pensare di influenzare il corso del cambio.

Ciononostante, non può essere negato che una delle prime reazioni alla politica monetaria ultra-espansiva della Boj e al Qqe (Quantitative and Qualitative Easing), dal 2012 in poi, fu proprio l’indebolimento del cambio, che ebbe degli effetti importanti. Esso è servito ad aumentare gli utili delle imprese, e quindi delle entrate fiscali, ed ha sostenuto i corsi azionari, un bigliettino da visita quest’ultimo non trascurabile per l’affermarsi dell’Abenomics. Lo yen debole è stato anche un fattore per la ripresa dell’inflazione che, nella lettura “core”, attualmente si attesta intorno all’1%. Ha forse la Boj mostrato i propri limiti e il mercato non ha gradito? Possibile, anche se la risposta rischia di essere severa e ingiusta se si pensa che una serie di fattori, incontrollabili da parte dell’istituto centrale possano aver inficiato nel breve, ma non necessariamente nel lungo periodo, l’impatto delle misure. Kuroda, dopo l’ultima riunione, ha parlato di tassi che potrebbero scendere ulteriormente (i.e.: -0,5%), ma con maggior cautela. Lo ha fatto usando però un linguaggio ricco di sfumature, non sempre chiare e leggibili per gli investitori.

L’obiettivo rimane comunque quello di raggiungere il 2% di inflazione, i tassi negativi potrebbero essere d’aiuto ma non bastano. Occorrono le riforme strutturali e, da questo punto di vista, il governo Abe ha bisogno di spingere ulteriormente sull’acceleratore, in particolare per quanto riguarda il mercato del lavoro e le politiche salariali. Potrebbero essere adottate nuove misure fiscali, di stimolo alla spesa pubblica, ma l’efficacia delle stesse rischierebbe di essere messa in discussione, soprattutto se nell’attuale contesto economico si dovesse arrivare all’aumento di due punti dell’Iva nell’aprile 2017. Lo scorso anno il governo Abe si era impegnato con il Fmi, di fronte alla comunità finanziaria, a portare l’avanzo primario, al netto degli oneri da interessi, in pareggio entro il 2020. L’obiettivo rischia di essere di difficile raggiungimento se si dovesse cancellare l’aumento dell’Iva e stilare un altro budget supplementare.

Ma la prossima primavera (2017) il Giappone implementerà l’aumento dell’IVA? Le condizioni attuali farebbero pensare ad una ulteriore posticipazione che non sarebbe, però, materialmente possibile se non attraverso delle elezioni anticipate che, insieme a quelle programmate per la camera alta, porterebbero al rinnovo di tutta la Dieta. Il primo ministro giapponese si troverebbe ancora una volta a chiedere, attraverso la consultazione generale, il consenso della popolazione per legittimare le proprie decisioni. Sarebbe come assistere ad una rappresentazione di kabuki, dove lo stesso personaggio interpreta, con grande maestria, diversi ruoli. La platea teatrale rimane affascinata da questi cambiamenti e acclama, ad alta voce, il nome del proprio beniamino. Ma, nella vita politica, il Primo ministro può impersonare un ruolo solo, con lui si identifica la politica del governo e i cambi di scena rischiano di essere pericolosi per la stabilità futura della politica. Il 29 marzo la Dieta giapponese ha approvato il budget per il 2016, che ha l’obiettivo di rispondere alla crescente domanda di welfare e al contenimento del debito pubblico.

Durante la conferenza stampa il primo ministro ha confermato l’aumento dell’Iva, salvo situazioni eccezionali, e ha dichiarato di non pensare ad elezioni anticipate. Ma sarà effettivamente così? Alla Boj non resta che continuare la lotta alla deflazione dove, però, l’acquisto di titoli di stato a basso rendimento, difficilmente basterà ad eliminare l’eccesso di risparmio del settore corporate e privato del paese, che continua ad essere elevato, come conseguenza di una domanda ancora debole. Il Giappone non necessita solo di politiche che riguardino l’offerta ma anche di politiche volte alla crescita della domanda interna. Alla fine della intervista del Financial Times, Ebizo Ichikawa commenta come la tradizione non sia qualcosa necessariamente legata alla famiglia, bensì un’eredità che si tramanda. Quando suo padre mori una parte di kabuki se ne andò con lui, perché solo lui la possedeva. Alla domanda se anche suo figlio di due anni sarà iniziato a quest’arte, Ebizo risponde in modo contraddittorio: “Non ho alcun desiderio che lo faccia. E’ qualcosa che lui dovrà decidere. Voglio che lui lo faccia”; tre modi diversi di rispondere come tre diversi personaggi da lui interpretati sulla scena. Ma questo è kabuki.

Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.
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