Stato e prospettive dell’economia globale

Gli esperti degli investimenti di Natixis Global Asset Management esprimono la propria opinione sull’economia globale.

L’economia americana si è rafforzata nella seconda metà del 2014, così come il dollaro. La zona euro è in cerca di nuovi stimoli per tornare a crescere. In Cina, l’economia è cresciuta al ritmo del 7%, rallentando rispetto alla media del 9,1% registrata dal 1989 al 2014. Il Giappone è in recessione. Le economie emergenti si stanno adeguando ad un dollaro più forte. Cosa implica tutto questo per l’economia globale? È destinata ad accelerare, decelerare o a rimanere invariata. Inoltre, un ritorno alla guerra delle valute potrebbe destabilizzare l’economia mondiale? “”I diversi esperti delle nostre affiliate ci offrono un’analisi delle luci e ombre presenti sui mercati, dal prezzo del petrolio alla guerra valutaria, dal QE della Bce al rallentamento della Cina” – sottolinea Antonio Bottillo, Amministratore Delegato per l’Italia di Natixis Global Asset Management. “Queste analisi vanno poi integrate in una corretta costruzione di portafoglio che parta innanzitutto dalla comprensione del rischio, non solo quello insito nelle singole asset class, ma il rischio che ogni investitore é in grado di assumersi per raggiungere gli obiettivi desiderati. Il rischio, quindi, la sua corretta valutazione e ponderazione in base alle proprie necessità, attuali e future, sono la base e il punto di partenza per costruire portafogli più resistenti e durevoli”.

David Lafferty, Chief Market Strategist Natixis Global Asset Management
È innegabile che vi sia un flusso continuo di notizie negative, il che sembrerebbe implicare una decelerazione globale. La zona Euro è impantanata nella disinflazione/deflazione e non vi è alcuna certezza che il nuovo programma di acquisto di asset riesca a risolvere il problema. La Cina è in rallentamento e la triplice strategia giapponese in relazione all’Abenomics deve ancora dare frutti duraturi. Tuttavia, se guardiamo oltre i “”titoloni””, vi sono diversi fattori positivi che forse sono sottovalutati. In tal senso, riteniamo che l’economia globale stia uscendo dalla stagnazione e si stia orientando verso una lenta, ma più equilibrata, ripresa. In termini geografici, i fattori positivi sono i seguenti: – L’economia statunitense è in accelerazione. Il settore immobiliare è ancora sotto i livelli medi a causa degli sviluppi demografici di lungo termine, la produzione automobilistica è ritornata a buoni livelli e la disoccupazione è scesa a livelli più “”normali””. – La Cina è ancora in crescita. La seconda economia mondiale, sebbene in rallentamento, dovrebbe crescere ancora al ritmo del 7% nel 2015 e intorno al 6% nei prossimi anni. È una buona notizia, sebbene la crescita sia lievemente inferiore a quella registrata negli ultimi anni. – L’India sta scaldando i motori. Mentre la Cina ha subito un rallentamento, pare che l’India sia predisposta per un’accelerazione. Il FMI vede la crescita del PIL indiano in aumento da quasi il 5% a quasi il 7%, ed è probabile che nel 2016 il paese superi la Cina, divenendo l’economia col maggior tasso di crescita. Il crollo dei prezzi del petrolio non è sintomo di deflazione È errato sostenere che la caduta dei prezzi sia un fenomeno meramente deflazionistico. Il ribasso dei prezzi del petrolio è imputabile sono in parte alla riduzione della domanda globale. Il driver principale è rappresentato da una maggiore offerta di lungo termine, unitamente ad un dollaro più forte. Il calo dei prezzi del petrolio è molto positivo per la maggior parte delle economie mondiali, dagli Stati Uniti all’Europa al Giappone e a gran parte dell’Asia, in cui il consumo e le importazioni energetiche sono elevate. Esso favorirà una crescita globale molto più equilibrata, poiché i dollari “”risparmiati”” saranno spesi altrove, creando benefici economici più vasti e diversificati. Mentre il quantitative easing della BCE potrebbe aiutare l’Europa soltanto marginalmente, il calo dei prezzi del petrolio e l’indebolimento dell’euro saranno i fattori che più probabilmente aiuteranno l’Europa ad imprimente un’accelerazione della propria crescita. Un contesto di crescita globale moderata, tende generalmente a sostenere i mercati azionari e il settore del credito del mercato obbligazionario. Tuttavia, tali asset rischiosi non sono attualmente economici, quindi gli investitori devono aspettarsi in futuro rendimenti ragionevoli ma non esagerati. Inoltre, è probabile che i rischi legati agli eventi negativi di cui sopra determini una certa volatilità sui mercati”;” è quindi consigliabile che gli investitori si preparino ad affrontare situazioni di “alti e bassi” per poi ottenere rendimenti nella media. Gli scontri sulle valute potrebbero causare volatilità Infine, sebbene sia improbabile che sorgano delle vere e proprie “”guerre”” sulle valute, penso che si verificheranno frequenti scontri in relazione alle stesse. Nel breve periodo, potrebbero creare volatilità, proprio come abbiamo visto con il taglio “”a sorpresa”” dei tassi in Canada lo scorso 21 gennaio. Tuttavia, nel lungo termine, una svalutazione valutaria gestita contribuisce a regolare i mercati locali, rendendoli più competitivi poiché i beni domestici diventano meno costosi. Questo dovrebbe creare l’inflazione necessaria in quei paesi le cui valute sono troppo forti.

Brigitte Le Bris, Head of Emerging Markets & Currency Natixis Asset Management
La guerra delle valute è iniziata nel 2009, quando la Fed ha lanciato il suo primo QE. Tale iniziativa ha trascinato il dollaro statunitense verso il basso, contribuendo alla ripresa della crescita statunitense. Di conseguenza, il dollaro ha ripreso a rafforzarsi. Ora tocca alla BCE e alla Banca del Giappone: entrambe stanno svalutando le proprie valute, lanciando o aumentando i propri programmi di quantitative easing. Finora si è trattato di un compito relativamente facile poiché i movimenti sul mercato valutario sono grosso modo in linea con la divergenza economica delle relative aree. Tali movimenti non sono tali da far deragliare l’economia globale poiché sono in linea coi fondamentali. L’unico fattore che potrebbe far deragliare l’economia globale potrebbe essere un andamento valutario totalmente contrario alle aspettative e troppo rapido ed estremo. L’abbandono del cambio fisso del franco svizzero sull’euro da parte della Banca Nazionale Svizzera costituisce un buon esempio in tal senso. La maggior parte delle aziende elvetiche sono state colte alla sprovvista. Potrebbe essere interessante esaminare lo stato dell’economia svizzera tra qualche mese. Tale mossa da parte della BNS dimostra ancora una volta che nessuna banca centrale al mondo può agire sulla propria moneta andando contro i fondamentali macroeconomici. La Russia costituisce un altro buon esempio: la Banca Centrale della Russia ha dato fondo a gran parte delle sue riserve valutarie per evitare in crollo del rublo, seppur invano. Se l’indebolimento dell’euro o dello yen è positivo per le economie locali a fronte di un aumento delle esportazioni e dell’inflazione importata, dobbiamo ammettere che ciò possa avere effetti negativi, in un primo momento, sulle economie di alcuni dei loro concorrenti: la Corea del Sud e l’Europa dell’Est costituiscono buoni esempi in tal senso. Tuttavia, più avanti, tali paesi dovrebbero trarre vantaggio dalla ripresa economica dei propri vicini. Una “guerra delle valute” che non poggi su giustificazioni economiche non è mai positiva. Per contro, un ritorno dei tassi di cambio ai propri valori di equilibrio, guidato dalle politiche monetarie e/o dal ciclo economico, è sempre positivo: ed è esattamente quello che sta succedendo ora.

Philippe Waechter, Chief Economist Natixis Asset Management
Nel 2015 l’economia globale crescerà con forti disequilibri. I paesi consumatori di petrolio, essenzialmente i paesi sviluppati, beneficeranno del calo dei prezzi del petrolio e ciò dovrebbe sostenere notevolmente la crescita. Non sarà il caso dei paesi emergenti, Cina compresa. Lo scenario in Cina è piuttosto diverso da quello del primo decennio degli anni 2000, quando la crescita globale era trainata dalla Cina e, a seguire, dagli altri paesi emergenti. La Cina non gioca più questo ruolo. Le sue dinamiche ora riflettono una ridistribuzione delle risorse che evidenza, da un lato, l’abbandono del modello di crescita guidato dalle esportazioni e, dall’altro, l’orientamento verso un modello di stampo consumistico. La fase di transizione cinese sarà probabilmente lunga poiché consumatori e imprese dovranno modificare i propri comportamenti a fronte del cambiamento dei propri obiettivi. Queste transizioni sono sempre complicate da gestire, in particolare alla luce del contesto attuale, caratterizzato da squilibri economici (debole comparto immobiliare con prezzi in ribasso,’elevato indebitamento delle imprese pubbliche e sovraccapacità produttiva). Inoltre, la Cina ridurrà il proprio sostegno nei confronti di gran parte dei paesi emergenti, soprattutto a fronte dell’indebolimento dell’impulso commerciale cinese del 2015 e della più contenuta domanda di risorse da parte di paesi produttori di commodity. Il rafforzamento della ripresa statunitense Il contesto è diverso negli Stati Uniti, che dalla scorsa primavera sono in forte ripresa. Tale crescita si basa principalmente sulla domanda privata interna (consumi e investimenti) in uno scenario in cui la dipendenza energetica è ridotta rispetto al passato grazie al boom dello “shale oil”. In altre parole, assistiamo ad una sorta di autonomia della crescita statunitense. Il paese continua ad incidere sull’economia mondiale, ma non è più il motore di crescita globale che era in passato. La crescita statunitense sembra essere sostenibile poiché non vi sono ancora segni di una ripresa dell’inflazione. Il basso tasso di inflazione dovrebbe inoltre consentire alla Fed statunitense di prendere il tempo necessario per aumentare i tassi d’interesse nel 2015. Maggiore competitività in Europa Ritengo che la zona euro possa riservare importanti sorprese nel 2015. Un tasso di cambio favorevole dovrebbe migliorare la competitività dell’area. Lo scorso 22 gennaio, abbiamo visto l’euro contro il dollaro statunitense toccare il punto più basso da 11 anni a questa parte, a seguito dell’annuncio dell’avvio del quantitative easing (QE) o del piano di acquisto titoli da parte della BCE. Il calo dei prezzi del petrolio dovrebbe migliorare il potere d’acquisto delle famiglie e anche i margini aziendali. Inoltre, una politica monetaria molto accomodante da parte della BCE nel 2015 dovrebbe rilanciare la crescita economica. Il nuovo QE della BCE, che comprende l’acquisto di 60 miliardi di titoli al mese fino al settembre 2016, mira a scuotere l’economia in modo forte e continuativo. I tassi di interesse rimarranno bassi a lungo, la BCE giocherà il ruolo di prestatore di ultima istanza e la liquidità dovrebbe abbondare. Penso che tali condizioni gettino le basi per una maggiore crescita e una maggiore occupazione. Ovviamente, rimane la necessità delle riforme strutturali per ridurre i deficit pubblici. Ma quelle dovranno aspettare ancora. Per quanto riguarda il Regno Unito l’economia proseguirà la propria ripresa, lenta, seppur in fase di miglioramento. L’invecchiamento della popolazione aggiunge rughe all’economia giapponese In Giappone, la terza economia al mondo, la situazione in termini di crescita rimarrà molto complicata. La ripresa del 2013 ha subito un arresto nel 2014 a causa dell’aumento dell’IVA. Non penso sia possibile una ripresa basata sugli strumenti dell’Abenomics del Primo Ministro Shinzo Abe – che comprendono una politica monetaria già alquanto accomodante. Nel complesso, il Giappone deve risolvere il problema principale della crescita relativo all’invecchiamento della popolazione. La forza lavoro è in calo e il numero dei pensionati è in rapido aumento. Tale questione economica non può essere risolta ritoccando semplicemente le politiche monetarie e fiscali a breve termine.

James Balfour, Global Macro Economist Loomis, Sayles & Company
Prevedo che l’economia globale affronterà una modesta accelerazione nel 2015. Nel complesso, il calo dei prezzi del petrolio darà impulso alla crescita, ma l’accelerazione sarà molto irregolare a livello globale. Quest’anno mi aspetto di notare un mutamento costante dello scenario degli investimenti a fronte del cammino della Fed lungo la strada della normalizzazione dei tassi di interesse, dopo quasi sette anni di tassi prossimi allo zero. Sul fronte ciclico, penso che la crescita cambierà direzione, spostandosi dai paesi emergenti verso le economie sviluppate. Credo che la volatilità e i rischi finanziari talvolta aumenteranno, unitamente ad un dollaro più forte e al calo dei prezzi delle commodity. Prevedo che l’inflazione e i rendimenti obbligazionari resteranno sorprendentemente bassi anche quest’anno, il che sosterrà ulteriormente la crescita globale. Seguo i cicli del credito a livello globale e trovo utile distinguere i paesi che si indebitano e quelli che risparmiano. I paesi che hanno subito la maggiore contrazione a seguito della crisi finanziaria mondiale, tra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito e gran parte dell’Europa, si erano indebitati molto nel periodo pre-crisi. A seguito della crisi, le banche centrali di tali paesi hanno mantenuto i tassi di interesse eccezionalmente bassi, cosicché i settori privati sono riusciti a superare il momento difficile. Al contrario, i paesi che hanno evitato tale contrazione, hanno avuto accesso ad un’abbondanza di liquidità a basso costo e si sono indebitati maggiormente nel periodo post-crisi, talvolta anche in maniera considerevole. L’indebitamento ha ampiamente raggiunto l’apice, e paesi come la Cina, la Turchia e il Brasile, che ora tentano di gestire le proprie economie in presenza di meno accessibilità al credito, stanno faticando a crescere in modo efficiente. Credo che il crollo dei prezzi del petrolio e delle commodity sia associato a tale picco di crescita dei mercati emergenti e che ciò amplificherà l’inversione di rotta a favore delle economie sviluppate. Certo, vi sono paesi emergenti che dovrebbero beneficiare del calo dei prezzi, compresa gran parte dell’Asia emergente, alcuni paesi dell’Est Europa, il Sudafrica e la Turchia, ma molti di questi si trovano ad affrontare venti contrari derivanti da un indebitamento troppo rapido. Quando il contesto si normalizzerà, le maggiori economie avanzate trarranno i benefici in modo molto più evidente. L’elemento trainante di tale inversione di rotta è stata la crescente aspettativa di un aumento dei tassi negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Al processo iniziato col “”Taper Tantrum””, avviato dalla segnalazione dell’ex Presidente della Fed Bernanke secondi cui l’acquisto di asset poteva esaurirsi prima del previsto a metà 2013, ha fatto presto seguito l’aspettativa di un aumento dei tassi da parte della Fed, il rally del dollaro statunitense a metà 2014 e la contestuale discesa dei prezzi del petrolio. Gli asset dei mercati emergenti sono stati oggetto di un esame molto più attento a seguito del taper tantrum, a mio avviso per validi motivi. Sebbene non preveda una notevole instabilità nei mercati emergenti, il rischio di incidenti finanziari aumenterà nella misura di una normalizzazione dell’economia statunitense più rapida di quanto attualmente previsto e del suo scostamento dal resto del mondo. Infine, le minori pressioni inflazionistiche da parte di molti paesi del mondo pesano maggiormente in Europa, il che dovrebbe essere un tema chiave per tutto il 2015. Il rischio deflazione rappresenta l’ultima goccia per l’Europa, che sta premendo sulla BCE affinché avvii il suo primo grande piano di quantitative easing. Di conseguenza, le obbligazioni rimangono ben prezzate e prevedo che i bassi rendimenti obbligazionari europei agiranno quale forza gravitazionale sui rendimenti negli Stati Uniti e nel mondo. I principali rischi che vedo per quest’anno sono relativi al rallentamento del boom delle commodity: rapidi accumuli di indebitamento corporate e delle famiglie nei mercati emergenti e nei paesi che esportano commodity, ed alti prezzi immobiliari in molti di questi stessi paesi.