Sud Europa nel bene e nel male

Sono ormai lontani i tempi in cui i cosiddetti Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) si affacciavano a un imminente default. Questa paura generalizzata ebbe non poche conseguenze nel 2010, quando la paventata crisi dei debiti sovrani ebbe implicazioni impressionanti sia in termini di aumento del costo di finanziamento per questi stati sia in termini di accensione di una luce sui problemi strutturali che questi paesi presentavano all’epoca dei fatti.

Poco più di cinque anni dopo, a parte la situazione greca che nel 2015 ha avuto un drastico peggioramento rispetto al quinquennio precedente con la crisi del governo Tzipras e un nuovo rischio default, questa volta ancora più marcato, i paesi in questione appaiono più tranquilli in linea di massima, anche se in realtà hanno a che fare con non poche gatte da pelare.

Partiamo proprio dalla Grecia: i livelli del rapporto debito/Pil, soprattutto per una massiccia contrazione del denominatore, si attesta sul 179%, un rapporto elevatissimo in sé e per sé che oggi viene sostenuto (e non si sa per quanto tempo ancora) senza grossi problemi solo dalla Cina. In tutto ciò gli ellenici sembrano lontani dal trovare un accordo europeo per la rinegoziazione di parte del debito. Anche la crisi dell’immigrazione ha avuto il suo impatto sul Pil, compromettendo gli introiti dell’industria turistica che da sempre costituisce il traino della nazione greca. Tuttavia, nonostante il disagio sociale ancora percepito dalla maggior parte della popolazione, dati come crescita, disoccupazione e disavanzo corrente sono ai livelli migliori dell’ultimo lustro, se non dell’ultima decade.

Passando alla Spagna, se disoccupazione, spread sul debito sovrano rispetto al Bund e sofferenze bancarie sono in calo e vicini ai rispettivi minimi storici, e quindi a livello macro sembrano esserci relativamente pochi rischi, uno scenario di forte incertezza aleggia sulla penisola iberica. La mancanza di un governo con una chiara maggioranza e volontà, le mire indipendentiste catalane che potrebbero tornare alla ribalta dopo il referendum sulla Brexit e la crisi della politica tradizionale culminata con la costante ascesa del partito “cinco estrellas” Podemos creano un tessuto sociale tale per cui la fiducia verso la nazione è calata, culminando sia in emigrazioni costanti sia in un calo degli investimenti che indica come il paese sia in una fase di stallo.

Il cugino Portogallo, invece, in parte fa nuovamente i conti con i fattori della crisi 2010: debito pubblico elevato, sistema bancario fragile e che ha visto esempi concreti di bail-in, titoli di stato con spread elevati e, uber alles, la minaccia di perdere il rating di investment grade da parte delle principali agenzie sono fenomeni che se divenissero critici con una certa prossimità temporale tra loro determinerebbero un peggioramento della situazione. Il tutto è parzialmente bilanciato da un aumento delle esportazioni rispetto ai periodi di crisi, e di una diminuzione della disoccupazione di circa il 20% rispetto al dato dell’anno precedente. Insomma il Portogallo sembra quello che al momento se la passa peggio, ma se i rischi di cui sopra dovessero rivelarsi dei fuochi di paglia, si troverebbe già parzialmente avviato verso una ben più solida ripresa.

Last, but not least, Fondi&Sicav ha analizzato la situazione della nostra tanto amata “serva di dolore ostello” come diceva Dante; l’Italia. Il clima di instabilità politica massima che si respira, dato dal terzo governo consecutivo tecnicamente non eletto dal popolo, sicuramente è da monitorare, in quanto abbiamo già visto come i mercati internazionali siano tempestivi a penalizzare i paesi le cui figure politiche di spicco non incontrano il loro favore. Inoltre la crescita è tra le più basse d’Europa, a causa di una serie infinita di fattori e della oggettiva difficoltà che l’attuale governo incontra nel fare le riforme da più parti auspicate. Anche il sistema bancario, complici i fenomeni di concentrazione forzata di cui è stato oggetto, rappresenta un problema, con una oggettiva difficoltà nel recupero dei crediti e nella qualità media degli attivi. Il debito pubblico è ancora un problema in relazione al Pil, ma fortunatamente il costo del debito è prossimo ai minim istorici, il che ci permette di finanziare il pagamento degli interessi a costi irrisori con una limatura del problema dell’autoalimentazione del debito pubblico. Anche se strutturalmente c’è ancora tanto da fare, dal punto di vista della fiducia l’Italia sembra collocarsi in posizioni di spicco: i consumatori hanno ripreso a spendere, il mercato borsistico vola in termini di numero di Ipo e anche la competitività sembra in miglioramento.

In cinque anni l’Europa periferica sembra dunque in linea di massima migliorata, nelle speranza, però, che l’acronimo Piigs venga utilizzato in futuro solo per velocizzare l’identificazione di questi paesi e non per apostrofarli in modo beffardo come il problema dell’Europa.

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