Trump ha molte opportunità di lasciare il segno. In primis la riforma fiscale

Non c’è tempo da perdere, quali potrebbero essere le tempistiche? La view di Joseph V. Amato, president and chief investment officer – Equities, Neuberger Berman

Sono passati più di 30 anni dall’ultima grande riforma fiscale per le imprese negli Stati Uniti. Oggi, forse, con un repubblicano alla Casa Bianca e un Congresso in maggioranza repubblicano, una nuova riforma potrebbe effettivamente vedere la luce.
Le proposte attualmente sul tavolo prevedono tutte una riduzione significativa dell’aliquota fiscale sulle attività produttive: Trump vuole portarla al 15% mentre il Congresso, guidato dal portavoce della Casa Bianca, punta al 20%. La proposta di riforma fiscale, però, include anche disposizioni che il mercato guarda con maggiore cautela, ad esempio la “border adjustment tax” (di fatto, un dazio) e una riduzione della detraibilità degli interessi per il debito delle aziende.
Per portare a compimento tutto ciò potrebbe essere necessario fare ricorso al processo di “riconciliazione” contemplato dal Budget Act del 1974, secondo il quale per approvare modifiche di natura fiscale è sufficiente una maggioranza semplice al Senato, riducendo così di 60 voti il numero di consensi necessari ed eliminando, di conseguenza, il rischio di ostruzionismo. Se, tuttavia dovesse aggravare il disavanzo degli Stati Uniti, la legge scadrebbe dopo dieci anni.

Quindi, che cosa riteniamo realizzabile?
Pur concordando che la riforma fiscale sia un’esigenza ormai improrogabile, riteniamo che alla fine assisteremo a una serie di modifiche di entità più modesta. È risaputo che l’imposta sulle imprese statunitense (con un’aliquota del 39%) è tra le più alte al mondo e crea uno svantaggio competitivo per le società americane. Per ridurre l’aliquota al 15% o 20% sarà necessario attingere da altre fonti di entrata o aumentare significativamente il deficit. La “border adjustment tax”, ad esempio, dovrebbe generare un gettito di circa 1.200 miliardi di dollari nell’arco di dieci anni (secondo le stime del Tax Policy Center). Molti, però, nutrono dubbi sul tale cifra o si oppongono a questa modifica. Molti, però, nutrono dubbi sul tale cifra oppure si oppongono alla rettifica. A nostro avviso, è realizzabile un pacchetto di modifiche fiscali di entità più modesta, che portino l’aliquota alla fascia medio-alta del 20%, così anche l’impatto sugli utili societari sarebbe positivo.
È probabile che le proposte finali includano anche un’aliquota ridotta per il rientro dei capitali all’estero, che secondo noi darà un forte impulso alle attività di riacquisto di azioni proprie. Attualmente le società statunitensi detengono all’estero liquidità per circa 2.500 miliardi di dollari. In base al codice tributario attualmente in vigore, se quei fondi venissero rimpatriati, sarebbero soggetti a un’aliquota molto elevata. Viceversa, se l’aliquota venisse ridotta al 10%, prevedibilmente molte società se ne avvarrebbero.

Non c’è tempo da perdere
Quali potrebbero essere le tempistiche?
L’iter legislativo richiede tempo e molti dettagli vanno ancora finalizzati. La riconciliazione delle proposte, tra quelle della Casa Bianca, della Camera e del Senato, sarà impegnativa. Quindi è possibile che l’approvazione di una legge slitti alla fine del 2017 o agli inizi del 2018. Dopodiché, il Congresso verrebbe coinvolto nelle elezioni di metà mandato durante le quali capita spesso che si concluda ben poco.
Dando uno sguardo alla storia, appare che l’indebitamento non turba il presidente in carica. Anzi, è uno strumento che egli ha utilizzato con regolarità per finanziare il suo impero imprenditoriale. Le cose cambiano, però, quando si tratta di fare passare una legge al Congresso. Pertanto la riuscita o meno delle attuali riforme tributarie potrebbe dipendere in larga misura dalla disciplina fiscale che il Partito Repubblicano saprà mantenere in sede di budget.
Per la ricorrenza dei primi 100 giorni di Trump, alcuni mezzi di informazione hanno voluto sottolineare la scarsa popolarità del presidente in carica. È bene tuttavia ricordare che anche Clinton, agli inizi della prima presidenza, aveva registrato un record negativo in termini di popolarità. Eppure, quando otto anni dopo lasciò la presidenza, vantava l’indice di popolarità più elevato di qualunque presidente del secondo dopoguerra. Il nuovo presidente ha moltissime opportunità di lasciare il segno. La riforma fiscale è una di quelle.

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